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• I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO?
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mstelladoro
il
2007-12-29 10:38
TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO? Di MARIUCCIA STELLADORO
Vorrei esprimere i miei apprezzamenti per il prof. R. Luperini, del quale molti sono i testi in adozione nelle scuole. Ammiro altresì l’iniziativa del Forum sulle traduzioni dei classici, problema assai delicato per la scuola ma anche per gli studiosi e i classicisti e non sempre di soluzione uniforme. Infatti, non è semplice né facile non violare la lingua in cui si intende trasporre il messaggio del testo classico, cercando di rispettare nel contempo sia lo spirito della lingua del testo classico sia quello della lingua italiana, rendendo altresì ordinato lo sviluppo del pensiero e pure comprensibile il messaggio veicolato. A tal fine si cerca sempre di operare un’accurata e puntuale selezione di vocaboli ed espressioni, che, proprio in quanto selettiva, non può certamente essere esaustiva, ma solo rappresentativa di un’evoluzione linguistica e per sua stessa natura aperta ad aggiunte e rinnovamenti. È utile anche, per così dire, adattare il senso del testo classico alla lingua italiana a seconda delle necessità e dei gusti del tempo e del luogo di trasposizione per stabilire la corretta interpretazione tra il tipo di messaggio veicolato e il destinatario. Pertanto giova, a volte, se non spesso, aderire al concetto geronimiano: non verbum de verbo sed sensum exprimere de sensu (Hieron., Ep. 57), vecchio principio già presente in Cicerone ma anche in Quintiliano (che contrapponevano la traduzione del significato alla traduzione delle parole) e che riscontriamo in studiosi più recenti (come ad es. E. Dolet, che pone la conoscenza del senso e dell’argomento di un testo classico come condizione primaria di qualunque traduzione). Con ciò non intendo dire che cambia il significato testuale del testo classico (pur aperto a svariate interpretazioni tutte possibili, tutte ugualmente valide purché suffragate dall’attendibilità dei dati su cui poggiano), ma che cambia il rapporto esistenziale personale con quel significato. |
mstelladoro
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• Re: I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO?
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pietro_cataldi
il
2008-01-08 09:51
Sulla questione della traduzione dei classici italiani, di una traduzione dunque dall'italiano all'italiano, è possibile avere due visioni opposte. La prima grida allo scandalo: tradotto, Boccaccio diventa un'altra cosa, tale da allontanare irreparabilmente l'originale e da abituare al kitch linguistico. La seconda ostenta saggezza pragmatica: piuttosto che rinunciare al Decameron, meglio farne leggere le versioni in italiano moderno. Confesso di essere d'accordo con entrambe le posizioni, ma di restare insoddisfatto da entrambe. La prima infatti rischia di considerare il testo originale come un feticcio, e di usare la sua "sacralità" per arginare la crisi della letteratura e dell'insegnamento. Non leggiamo forse tradotti la Bibbia e Omero, Tolstoj e Yehoshua? E quanti fra i più colti professori scandalizzati di Boccaccio tradotto hanno letto Hegel e Freud - e magari Goethe e Cervantes - in lingua originale? Perché allora infliggere a sedicenni digiuni dell'italiano letterario del Trecento un'impresa che noi stessi, con il nostro spagnolo o tedesco da dilettanti, non azzardiamo? Se vogliamo che le avventure di Andreuccio e di Calandrino appassionino i ragazzi di oggi, siamo certi che la strada migliore sia lo spelling affannato su una sintassi impervia? È da questo affanno che può passare il contatto formativo con un testo? D'altra parte, ridotti in italiano moderno, Dante e Boccaccio e magari Manzoni e Leopardi non sono davvero più loro. Ci parlano con una voce straniata e falsa. A differenza della traduzione in una lingua diversa dall'italiano, la loro traduzione in italiano moderno configura una sorta di mostruoso sosia linguistico, che sembra parodiare il gemello di cui svolge le funzioni. Per quanto grave sia la situazione dell'insegnamento dell'italiano nella scuola di oggi, sostituire gli originali con questi mutanti sinistri appare con evidenza una sconfitta storica perfino irreparabile. E allora? Lo so, ho disegnato una contraddizione senza scampo. E di più si potrebbe insistervi. E onestamente non vedo, o appena, una via d'uscita. Se una ce n'è, di certo non sta nell'arroccamento filologistico sull'originale, né sulla spavalda sua eclisse a vantaggio delle copie; sta invece piuttosto nella dialettica da ritentare ogni volta fra contatto con il testo originale e sua mediazione linguistica e culturale, da operare a ogni costo: a ogni costo. Un punto di equilibrio e di sintesi potrà essere qualche volta l'alternanza fra i due momenti e le due esperienze, qualche altra la pratica del testo a fronte, più spesso, a mio giudizio, un ricorso consapevole e problematico allo strumento della parafrasi, il vero tertium datur di questo dualismo inquietante. E ogni tentativo sarà legittimo, mentre discutiamo tutti di una questione decisiva e vitale, purché non si rinunci a garantire la comprensione dei testi, né a tentare il contatto con la loro materialità storica.
Pietro Cataldi |
pietro_cataldi
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• Re: I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO?
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Luca Zorzenon
il
2008-01-14 19:51
Vedo che la questione del "tradurre" investe trasversalmente più "blog": traduzione in italiano di classici latini, traduzione "moderna" di classici della letteratura italiana, uso didattico delle nuove tecnologie come strumento ulteriore del "tradurre" modernamente ecc. Insomma: centralità del tradurre. Ed è un bene che sia così. Il tradurre investe direttamente una delle operazioni più importanti dell'insegnare che, specie in ambito storico umanistico, per larga parte si concreta proprio nel trasportare dal passato al presente i "materiali" delle culture e delle civiltà per produrne un senso possibile (e oggi non garantito). Altro forse "insegnare" non è . Se oggi c'è un problema di "traduzione", ebbene vuol dire che l'insegnamento sta ragionando su se stesso, si pone in crisi, ne vede le ragioni e insieme alla necessaria insicurezza che ne ricava si salvaguarda tuttavia anche da vecchie autorevolezze inverificate. E allora, l'insegnamento, comincia a porsi il problema della didattica e della metodologia, della motivazione e dell'interesse al di là di un tecnicismo pedagogico che, a sè stante, finirebbe (e sovente finisce) per convertirsi istantaneamente in didattichese: perfetta teoria, troppo perfetta per aver anche qualcosa a che fare con la realtà e la prassi concrete.
Insomma, traduciamo, traduciamo e ancora traduciamo. Perché dentro alla centralità del valore del "tradurre" storico, finiamo per ragionare insieme del senso dell'insegnare oggi, attorno cui poi, metodi e strategie, didattiche e pedagogie trovano tutte una loro dimensione finalmente concreta. Per ciò che concerne tradurre i classici della letteratura italiana (anche novecenteschi!): in fondo non deve spaventarci la cosa più di quanto non abbia spaventato insegnanti di tante generazioni anche del passato la spola tra la pazienza di una parafrasi del contenuto dei testi, un commento e un ritorno alla forma e alla lingua originarie per meglio produrne un senso per noi. E neppure spaventerà nessuno la fatica e la pazienza (talvolta la noia) che hanno provato altre generazioni di giovani. Non sono i diciottenni di oggi refrattari alla letteratura e al racconto o alla poesia più di quelli del passato.Oltretutto, statistiche alla mano, dovrebbero esserlo anche e di più per la matematica e le scienze! E per dirla tutta, io quando son i figli a dar degli imbecilli in toto ai padri, per dirla al poker, son disposto ad "andare a vedere": quando accade l'incontrario, comincio a sospettare l'inganno, il bluff. E' vero invece che occorrono loro -ai giovani, dico- altre e diverse motivazioni: e sfido! La società è cambiata, i paradigmi culturali non meno, e con essi la funzione delle arti e delle forme di conoscenza e sapere; sono proliferati i mezzi di comunicazione e di informazione, le occasioni formative ecc. Un pluralismo mai conosciuto, a prescindere poi dalla sua qualità complessiva. E' la formazione scolastica e il suo senso educativo, e con essa l'insegnamento della tradizione disciplinare, che stenta a trovare ruolo e passo, significato e funzione. Scorciatoia prima, quella di rincorrere l'uniformità con altre situazioni informative e formative. Risultato: dare una bella mano a un pluralismo di facciata e contribuire invece all' "unicum differenziato", che sotto vesti apparentemente diverse, propone e dice il "sempreuguale". Nessun giovane, di nessuna generazione scolastica, ha mai accolto l'esercizio di una parafrasi, o di un commento di un testo, classico o moderno, scritto in una lingua che per forza di cose non è la sua (e mai lo è stata)baciando in fronte dall'entusiasmo il suo insegnante, credo: e comunque noi non vogliamo insegnare più solo ai "bravi", no? Cioè ai talentuosi che in famiglia già son nati fra i libri. Imparare una lingua "altra" (che sempre è stata quella letteraria) lo si fa dietro promessa di un senso, di un motivo, di un interesse, di un'importanza (cioè: di un "piacere" E la scuola deve esser ricerca didattica sul senso e sulla motivazione dello studio disciplinare oggi (e invece si va al contrario: nei fatti dentro le nostre scuole, il disciplinare inizia ad andar nell'angolo), ricostruire una sua identità educativa e formativa precisa in quell'inedito pluralismo formativo che oggi caratterizza la nostra società, ritagliarsi uno spazio, offrire la "sua" opportunità di conoscenza e di competenza, anche alternativa. Nei confronti delle nuove tecnologie non disgiunger mai l'istruzione non invasiva all'uso dalla consapevolezza critica di esso, p. es. Che è il modo proprio della scuola di educare e formare. Insomma, "tradurre" ma non senza prometter un senso e l'importanza di esso. Altrimenti, ogni forma di traduzione è vana. E questo una scuola e i suoi insegnanti lo possono fare se, in primis, sono loro stessi preparati e motivati a farlo. Dalle idee politiche maggioritarie finora emerse sulla funzione moderna della scuola e sul ritrovamento di un suo nuovo principio educativo e formativo le speranze sono a dir poco confuse. E anch'io, mi sono dilungato troppo. Luca Zorzenon |
Luca Zorzenon
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• Re: I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO?
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slaporta
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2008-01-19 18:31
Approvo Zorzenon (che d'altronde conosco a apprezzo da tempo), condivido ciò che ha scritto dalla prima all'ultima parola. Tradurre non è solo un esercizio didattico (fare la parafrasi, per esempio); è, per metafora, l'insegnamento stesso che trasmette e trapianta sia in senso orizzontale (fra il professore e gli allievi, ma anche viceversa; e anche fra un popolo e un altro, e così via) sia in senso verticale (dal passato al presente, da una civiltà scomparsa a quella di oggi). Luperini
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slaporta
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• Re: I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO?
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mstelladoro
il
2008-01-24 17:56
I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO? mstelladoro
Il testo classico, tradotto letteralmente o a senso, supera l’incomunicabilità in tutti i tempi e in tutti i luoghi. MARIUCCIA STELLADORO Intendo esprimere i miei più vivi ringraziamenti ai ch.mi proff. Pietro Cataldi, Luca Zorzeron, Silvana La porta, che mi hanno fatto prezioso dono dei loro eruditi quanto utili interventi. Il problema da me sollevato esiste da sempre e il forum ha offerto un momento di riflessione ampia e variegata sui molteplici aspetti della trasposizione di un testo classico nella lingua corrente. Non si può fare a meno di ricordare che la traduzione dei classici è pur sempre un tentativo ambizioso se si considera sia l’ampiezza dell’arco cronologico che ci separa dal mondo classico, un paradiso culturale irrimediabilmente perduto, sia l’enorme mole dei testi greci e latini non meno che dei messaggi da essi veicolati. Né si può prescindere dal focalizzare l’attenzione sul fatto che tale tentativo, per quanto difficoltoso e/o ambizioso, è tuttavia animato dall’intento di venire incontro ad attese e prospettive fondamentali per la cultura del nostro tempo, indubbiamente scaturita dall’àlveo della cultura greco-latina. In quest’ottica, non si può non tenere conto di una visione quanto mai organica, articolata e pur variegata del testo classico: ambizioso è quindi penetrarne gli ambiti più diversificati cercando (ma riuscendoci sempre e interamente?) di coglierne lo specifico non solo nella classicità in sé ma nei suoi molteplici risvolti di attualizzazione. L’urgenza di avviare il dialogo sulla traduzione dei classici (letterale e/o a senso?) con un’ampia cerchia di colleghi e/o studiosi ha dato e continua a dare un contributo indispensabile non tanto perché ha offerto l’occasione di fare il punto sullo status quaestionis nella didattica e approfondire così l’ambito preciso della riflessione sulle metodologie attuali, quanto per collocare correttamente la presente discussione nel contesto degli studi sulla liceità o meno della traduzione a senso a scapito di quella letterale e/o viceversa. In una prospettiva di sintesi un primo bilancio, allo stato attuale, porta forse ad un risultato paritetico quanto non scettico, dal momento che da questo nostro confronto emerge che una priorità dell’una sull’altra traduzione è o impensabile o, forse, anche deleteria. Tutti conveniamo su un punto: è importante non ledere il complesso patrimonio culturale di civiltà lontane nel tempo e nello spazio ma farlo convergere nel presente (e comunque nella civiltà di importazione) senza violarlo. Nel suo complesso l’intervento e il confronto, che ne è derivato, ha avuto il merito di avere valorizzato l’opportunità di aprirci ad una considerazione più ampia riguardo l’attualizzazione del testo classico, colto così nei suoi molteplici aspetti testuali e contestuali e per conseguenza nei suoi mutevoli messaggi semantici, filologici, culturali e cultuali. Per conseguenza, valicando le barriere spazio-temporali, il testo classico diventa indubbiamente un intramontabile veicolo di trasmissione culturale in un panorama quanto mai vario di contributi, vincendo così l’incomunicabilità in tutti i tempi e in tutti i luoghi perché il suo messaggio ha avuto ed ha il pregio di essere attuale sempre e ovunque. Infatti, recepito da civiltà di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, il testo greco e latino non si è mai legato né si lega in modo assoluto ad alcun tempo e/o luogo ma è ed è sempre stato in grado di entrare in comunione con le diverse forme di cultura arricchendole di apporti sempre più innovativi. Per questa via il testo classico rappresenta il segno eloquente di un cammino di interculturazione lento ma continuo e progressivo realizzato nel corso dei secoli e che nella storia a tutt’oggi continua a permanere a prescindere dalle sempre crescenti evoluzioni culturali e linguistiche caratterizzanti il nostro iter storico nel tempo e nello spazio. Il testo classico, quale che sia la sua traduzione o letterale o a senso, ha quindi il raro pregio di superare l’incomunicabilità. Mariuccia Stelladoro |
mstelladoro
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• Re: I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO?
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slaporta
il
2008-01-25 16:49
Avevo chiesto al collega Cataldi, esperto di commento, di rispondere in vece mia, e l'ha fatto benissimo, cosicché non c'è da aggiungere molto.Gli altri interlocutori hanno fatto il resto. Mi limito a dire che la parafrasi o la traduzione deve essere il più possibile letterale (e non a senso) in modo che sia possibile dare conto dell'equivalente in italiano moderno di ogni parola dell'originale, favorendo così una necessaria ginnastica linguistica di attualizzazione del testo senza che per questo venga perduta mai di vista, nella sua specificità linguistica, l'opera parafrasata o tradotta. Aggiungo che la traduzione da autori latini, greci, francesi, inglesi ecc. deve essere una traduzione "di servizio", il più possibile umile e adeguata al testo di partenza, senza narcisismi creativi da parte del traduttore. Quello che conta è cogliere il significato preciso del testo di partenza, non la bravura del traduttore. Il rispetto del testo è un dato morale e didattico su cui non è possibile transigere.
Luperini
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slaporta
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• Re: I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO?
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slaporta
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2008-02-11 14:31
I CLASSICI: TRADUZIONE LETTERALE O A SENSO? mstelladoro
Ma la traduzione rigorosamente letteraria tiene conto dell’evoluzione linguistica della civiltà d’importazione e del cammino di intercultarazione lento ma continuo e progressivo? O piuttosto non rimane ancorata a forme cristallizzate sempre uguali e fisse nel tempo e nello spazio?
di Mariuccia Stelladoro
Chi si occupa di traduzioni di testi classici (sia come studioso, sia come docente) si trova di frequente nella necessità di chiarire e/o contestare giudizi e pregiudizi che contraddistinguono le due ipotesi di traduzione: letterale e/o a senso. E se da tempo ormai si assiste al graduale attenuarsi della diffusa accezione negativa della traduzione a senso (ma il mondo della scuola e la communis opinio sembrano ancora immuni da questo recupero in positivo) solo più recentemente si può avvertire significativamente riscoperto e riaffermato il ruolo della traduzione a senso nella tradizione culturale del mondo contemporaneo e una ritrovata consapevolezza della fondamentale unità delle due traduzioni che dall’ambito classico trasmettono e prolungano a quello moderno e attuale metodi interpretativi e generi letterari, affinati, rinnovati e perfezionati opportunamente adeguati alla nuova e specifica realtà di importazione in tempi e luoghi assai diversi e lontani. In tale ottica il binomio traduzione letterale e/o a senso, pur ancora generalmente ma forse troppo affrettatamente sacrificato dall’esegesi, inizia, tuttavia, ad essere più serenamente recepito per comprenderne metodi, problematiche e soluzioni. Allo stato attuale la prospettiva della traduzione a senso viene però ancora ignorata in nome di inveterate e usuali abitudini al punto che, con la rarefazione di mirate e innovative indagini al riguardo, o viene meno la stessa presenza dell’espressione o essa stessa assume contorni indefiniti nel suo significato mentre invece sarebbe utile, a mio avviso, sottolinearne le finalità e individuarne le modalità al fine di rilevare ed integrare l’apporto semantico all’evoluzione dello stile nei tempi e nei luoghi più vari e lontani. Meritevoli di considerazioni mi sembrano dunque le attenzioni, forse troppo spesso disattese, sulla profonda compenetrazione tra forma dell’esposizione e suo contenuto, un intimo connubio di cui, a mio parere, non si può non tenere conto nelle traduzioni a senso, così come bisogna considerare lo svolgimento stilistico in stretta connessione con quello letterario nella lingua di trasposizione. Per queste ragioni, restringere le prospettive della traduzione dei classici greco-latini al solo momento della traduzione letterale non mi vede sempre e comunque consenziente. Infatti, l’intenzione con cui ci si accosta ad un testo classico per comprenderne e/o interpretarne il significato è sempre diversa di generazione in generazione, sicché ogni traduzione e/o interpretazione è, a mio avviso, necessariamente incompleta e anche transeunte e per conseguenza ogni significanza muta con l’evolversi delle situazioni. Per questo, a volte, si rende necessario più che lavorare ad una rigida e cristalizzata traduzione letterale, sapere adattare il senso del testo dalla lingua classica a quella italiana o alla lingua di importazione a seconda delle necessità e dei gusti del tempo e del luogo per stabilire la giusta interazione tra il tipo di messaggio veicolato e il destinatario (reale o dai limiti imprevedibili). Intendo dire che non si può parlare di traduzione senza tenere conto del lento ma costante evolversi della lingua nel tempo e nello spazio, ricordando che anche la lingua è spesso protagonista ma anche vittima di mode (a volte assai fugaci) e che per conseguenza ci troviamo sovente di fronte ad un miscuglio assai variegato di vecchio e di nuovo, cioè di costruzioni e di elementi linguistici vecchi e nuovi, di reminiscenze classiche e/o di sorprendenti innovazioni in concomitanza con l’evoluzione sintattica e semantica, con i numerosi e complessi problemi grammaticali, morfosintattici, critico-testuali, filologici, storici, toponomastici, paleografici, codicologici, o con calchi semantici e strutturali tardi. In quest’ottica si comprende come, a volte, sia improduttiva proprio in quanto assai limitata e restrittiva la traduzione letteraria rendendosi invece più utile la traduzione a senso purché non si violi mai il costrutto morfosintattico della lingua classica, cercando di rispettare contemporaneamente sia lo spirito della lingua greco-latina sia quello della lingua italiana (e/o di trasposizione). Intendo dire che, se, a volte è preferibile rendere un solo termine con più parole e altre volte più parole con una sola, lasciando da parte alcune espressioni, aggiungendone altre per rendere ordinato lo sviluppo del pensiero e nello stesso tempo più comprensibile e fluido il messaggio veicolato, è fondamentale e corretto operare una cernita assai delicata e accurata di vocaboli e di espressioni, che rappresentino selettivamente l’evoluzione linguistica senza per questo ledere il costrutto morfosintattico: nella traduzione a senso è chiaro che una proposizione finale non si può tradurre con una causale; né una proposizione temporale con un’infinitiva né un periodo ipotetico di 3° tipo con uno di 1° tipo, ecc. Quindi, in quest’approccio a senso non bisogna mai compromettere la fedeltà alla struttura morfosintattica, pur tenendo conto del fatto che l’aspetto semantico non può considerarsi fermo e fisso nel tempo ma vario, articolato, complesso e mutevole proprio come la vita. La traduzione a senso, per la quale a volte si propende, è sempre una traduzione aperta e non chiusa né restrittiva, come mi sembra essere invece, la traduzione rigorosamente letterale, che non credo tenga conto di alcuna evoluzione linguistica ma che è cristallizzata nel tempo e nello spazio e rivela una carenza sia sul piano linguistico, ivi compresa la storia della lingua, sia sullo specifico ambito del genere letterario cui pure l’autore classico ha dedicato particolare cura. La traduzione rigorosamente letterale ritengo che sia legata ad un eccesso, forse smodato, di rigidità e di schematizzazione. Mentre, per contro, credo che sia fondamentale individuare le caratteristiche evolutive della lingua nel tempo e nello spazio: le figure retoriche e in particolare le cosiddette figure gorgiane legate alla ripetizione di fonemi o di parti di parole (antitesi, paronomasia, omeoteleuto, ecc.); le sfumature, il colore e i costrutti letterari e/o poetici, che rendono lo stile elevato; l’articolazione della frase e del periodo e le cadenze metriche (in un testo poetico) costitutive della prosa ritmica. La traduzione a senso è indubbiamente innovativa in quanto, pur tenendo conto del sostrato morfosintattico e, quindi, pur sollecitando all’analisi critica e tecnica parallelamente invita alla sensibilità e all’immaginazione e a sapere cogliere la continuità dell’opera d’arte anche nella diversità dell’evoluzione linguistica in stretta correlazione con l’approccio filologico e la finezza di analisi. L’obiettivo è pertanto quello di determinare i tratti salienti della genesi dei costrutti classici sia nelle trasformazioni sia nella permanenza delle tradizioni classiche, sia nella lenta e difficile penetrazione di elementi nuovi sia, infine, nel graduale arricchimento di forme nuove che si evolvono forse anche impercettibilmente a seconda dei ritmi di quell’interculturazione continua ma in rapporto alla diversità dei generi letterari, del pubblico, dei temperamenti, dei tempi e luoghi delle due civiltà cioè quella di esportazione e quella di importazione. L’interferenza della traduzione a senso in quella letterale è indubbiamente evocativa di immagini sempre nuove e proiettata su vari piani concettuali, unificati dalla magia del verbum. E se il discente delle nostre scuole dimostra abilità nel sapere operare un’armonica fusione tra il vecchio e il nuovo, tra il costrutto morfosintattico e l’aspetto assai variegato della semantica, sapientemente spaziando e correttamente districandosi in quei meandri, a volte anche piuttosto tortuosi e intricati, della letterarietà e dello stile, è forse biasimevole solo per avere rivelato la sua bravura e perizia nel tradurre in un italiano alto ed erudito staccandosi dai rigidi e restrittivi schemi della traduzione letterale?
Mariuccia Stelladoro
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