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 • Intellettuali non una voce

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 • Intellettuali non una voce

Inviata da luperini il 2005-12-06 10:39

Nella sezione "Dibattito Intellettuali, letteratura e potere, oggi", trovi gli articoli che hanno costituito la vivace polemica seguita alla pubblicazione su l'Unità il 18 febbraio 2004, di un mio articolo intitolato "Intellettuali, non una voce - Il declino dell'intellettuale italiano".

 

Se alla luce di questi articoli (o indipendentemente da essi, ma sarebbe preferibile dare almeno uno sguardo) pensi di poter argomentare la tua opinione su questo tema, e di volerla condividere con gli altri utenti, puoi usare questo spazio per dar voce alle tue idee.

luperini Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da savelli il 2005-12-21 00:28
L'articolo di Scarpa a suo tempo mi colpì non tanto per il sarcasmo del
Giovane Uomo quanto per la appetitosa lista di capolavori contemporanei
che suggeriva. Leggo subito Kamikaze d'Occidente. E' vero che Guglielmi
aveva creato qualche aspettativa. Il protagonista è uno scrittore che
per arrotondare vende sesso alle clienti. Tutto il romanzo consiste,
tranne bervi squarci, nella descrizione del membro del
protagonista-narratore-autore e dei relativi coiti. Il racconto scivola
bene e la cosa mi insospettisce. Non ho mai sorriso davanti a Sade o
Salò e nemmeno Houllebecq. Questa decadenza occidentale di Scarpa è un
pò troppo ruspante perchè ne percepisca la tragicità. Cerco in rete un
contributo intelligente che mi aiuti a capire lo spessore del libro e
trovo lo stesso Scarpa (venerdì di Repubblica) che sottolinea il tratto
comico del proprio lavoro e, negando che sia basato sui corpi e sul
sesso, lo riconduce al suo interesse fondamentale: "Sono affascinato
dalla imbecillità, dalle miserie, dalle pochezze umane. Scrivi un
romanzo proprio per questo, altrimenti scrivi poesie". Non sono certa
di avere capito bene e temo la mia stessa imbecillità. Se qualcuno ha
letto il libro mi piacerebbe averne il parere, meglio se più autorevole
del mio. Pregherei, se possibile, di non tirare in ballo lo scandalo
del corpo pasoliniano, perchè quella era una cosa seria. Lo so che
l'intervento non c'entra molto con il ruolo dell'intellettuale ma
intanto rompiamo il ghiaccio.
savelli Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da luperini il 2006-01-19 14:02

Non intendo focalizzare il discorso su Scarpa, ma piuttosto sul problema posto da Savelli: la fine della tragicità e la tendenza a buttare tutto sullo scherzo o sull'umorismo o sul basso-corporale. E' una tendenza che in Italia è in atto già da Pirandello, il quale però parlava, a proposito del proprio umorismo, di tragicommedia. Nel senso che il tragico veniva abbassato umoristicamente: non spariva cioè ma strideva umoristicamente. Il tragico è proprio di società forti e di momenti forti della verità, presuppone la coscienza del bene e del male e della loro netta opposizione. Nel moderno tutto si mescola oscenamente, nessuno detiene più verità generali, per questo il tragico entra in crisi. Nel moderno tuttavia la crisi del tragico non comporta l'annullamento del tragico. In Pirandello non c'è annullamento del tragico, e nemmeno (ricorda Savelli) in Pasolini. E' nel postmoderno che il tragico sparisce sostituito da un nichilismo ilare. L'allegro cinismo del postmoderno: è di questo che dovremmo parlare. Un nichilismo non più drammatico, come in Pirandello, ma soddisfatto. E dovremmo anche, credo, considerare un'altra cosa. Il fatto che noi non viviamo più il tragico significa davvero che il tragico è scomparso? Il tragico è scomparso nella New York delle Torri gemelle, in Africa, in Iraq ecc.? E se non è scomparso perché la narrativa postmoderna italiana non si accorge che esiste ancora? Su questo dovremmo discutere, mi pare.

lup

 

luperini Member
Invia: 40

 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da paola il 2006-01-21 19:50
Mi associo allo spaesamento di savelli di fronte a molta scrittura del nostro tempo. Tenersi aggiornato su quello che viene pubblicato è ancor più che faticosissimo impossibile- dato l'alto e mi pare quasi incontrollato numero di cose che escono- ma soprattutto poco gratificante. Anche io ho acquistato troppi libri, recensiti positivamente su quotidiani autorevoli, che non mi hanno lasciato nulla. Chi come me insegna (alle superiori) spererebbe poi di trovare ogni tanto anche qualche romanzo adatto da proporre a scuola. Non una lettura così, giusto per passare il tempo, giusto per fare l'analisi dei personaggi. Non l'ennesimo spaccato cinico sulle miserie dell'occidente, ancorchè scritto con brillanti equilibrismi linguistici . Penso a una storia che sia anche una riflessione profonda sugli uomini e magari offra coordinate interpretative del nostro tempo. I ragazzi più che mai hanno bisogno, mi pare, di trovare guide autorevoli anche tra le righe dei libri che frequentano. Mi piacerebbe che gli scrittori, soprattutto quelli che si sentono anche intellettuali, ogni tanto, pensassero anche a noi, intellettuali per certo degradati ,dislocati sul fronte, impegnati a combattere ogni giorno con la deriva dei sensi, tutti impegnati a spiegare ai giovani che non ci si deve arrendere, che non serve mandare tutto in vacca , che non fa stare bene davvero coltivare solo il proprio orticello. Ci piacerebbe- a me almeno- che anche la critica seria ci aiutasse in questo, guidandoci veramente , assumendosi la responsabilità di suggerirci dove andare. Ad un incontro- dibattito sullo stato attuale della critica letteraria tenutosi nel settembre scorso al festival di mantova, una degli ospiti autorevoli presenti non ha preso nemmeno in considerazione la domanda che le avevo rivolto, in merito appunto a quali lei riteneva dovessero/potessero essere i rapporti tra critica e scuola. Ben vengano recuperi , riletture e approfondimenti di classici ( non per nulla divenuti tali) ma non dispiacerebbero anche confronti , analisi serie(non sponsorizzazioni) del panorama contemporaneo. Se ognuno in questa situazione è giusto si assuma la propria responsabilità bisognerà auspicare da ultimo che anche noi docenti si faccia un serio esame di coscienza e ci si chieda se davvero perseveriamo nel difendere la nostra funzione intellettuale, se davvero esercitiamo il mandato che l'istituzione almeno formalmente ancora ci affida.
paola Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da luperini il 2006-01-22 00:07

r

Ringrazio Paola per avere introdotto il punto di vista degli insegnanti. Era l'ora! Spero che altri intervengano. L'argomento del rapporto fra critica e insegnamento della letteratura a scuola non andrebbe lasciato cadere. A mio avviso i punti di contatto sono più numerosi di quanto si possa sospettare. Anche fare un'analisi critica della contemporaneità letteraria per la scuola mi sembra una ottima idea. Nessun insegnante ha pensato di proporre Sandokan di Balestrini? Eppure vale uno Sciascia.Ma vediamo prima se qualcun altro interviene.

lup

luperini Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da csclara il 2006-01-30 13:11

In quanto insegnante condivido pienamente le domande che Paola vorrebbe rivolgere agli scrittori e ai critici coinvolti in quei dibattiti che spesso si accendono sui giornali o nei festival, oggi di moda, di letteratura, poesia, filosofia, storia e quant’altro; e condivido anche lo spaesamento lasciato dal loro silenzio. Ma a colpirmi è soprattutto il riferimento alla condizione di «intellettuale dislocato sul fronte» che lei attribuisce ancora all’insegnante di scuola. Una definizione con la quale, fino a pochi anni fa, mi sono anch’io autorappresentata, insieme a molti colleghi, indipendentemente dalla crisi sociale dell’intellettuale, che, come dimostra Luperini, si è consumata sulla scena politico-culturale negli ultimi trent’anni. La scuola come luogo di frontiera e di incontro di differenze sociali, culturali, ideologiche, generazionali, cognitive e comunicative: da questa sua specificità molti insegnanti hanno continuato a trarre il vigore e la coscienza critica necessari al loro mestiere di mediatori culturali, ancora nel passato recente. Ma oggi?

Nel giro di pochi anni le cose sono davvero cambiate: la scuola rimane più che mai «zona calda», ma gli insegnanti sono dispersi e isolati, divenuti essi stessi ingranaggi di una procedura tecnico-burocratica che per funzionare non richiede affatto una progettualità condivisa. Quando entrai nella scuola all’inizio degli anni Ottanta, non era impossibile far leggere autori come Volponi e Sciascia – viventi e ben presenti sulla scena pubblica - nonostante la difficoltà della loro scrittura e la radicalità delle loro prese di posizione politiche e ideologiche. Leggendoli a scuola, insegnanti e studenti dialogavano con il mondo esterno, sapendo di misurarsi con uno sguardo sull’attualità e sull’umanità magari contestato ma comunque riconosciuto. Gli insegnanti sentivano di appartenere a un «noi», interno e esterno alla scuola, in cui si riconoscevano e da cui traevano legittimazione anche per le loro proposte didattiche.

Oggi un «noi» politico-culturale a cui fare appello e che ci orienti nella definizione della nostra identità professionale sembra davvero smarrito. Ciascuno si arrangia come può, senza porsi troppe domande su cosa fa e sul perché lo fa; oppure scegliendo, consciamente o inconsciamente, i suoi interlocutori privilegiati all’interno di una classe. Luperini chiede se qualcuno ha mai pensato di proporre Sandokan di Balestrini a scuola. Sì, ci ho pensato e l’ho anche fatto: ma non già a una classe intera, bensì a qualche studente soltanto, senza che gli altri neanche lo abbiano saputo. E così mi succede sempre più spesso, soprattutto per gli autori della modernità e del secondo Novecento: di fronte alle esigenze ineludibili di tagliare e semplificare, mi accorgo che finisco col sacrificare proprio autori come Pasolini, Sciascia e Volponi. Li propongo in silenzio, quasi di nascosto, a quei pochi studenti che intuisco in grado di leggerli e di farsi provocare, cioè che sento intellettualmente più affini a me. Nella proposta didattica ufficiale faccio trionfare Calvino: e non solo perché è più facile da leggere, ma anche perché si presta maggiormente a essere «dislocato» ideologicamente all’interno del discorso culturale pubblico di oggi, senza che la sua critica alla società e al potere si faccia mai urtante, sgradevolmente provocatoria. In mancanza di quel «noi» con cui condividere orizzonti interpretativi e progettuali, come si fa a rimanere fedeli alla funzione intellettuale dell’insegnante che trasmette conoscenze e coscienza critica a tutti indistintamente? È più comodo e rassicurante affidarsi al ruolo del tecnocrate della comunicazione e delle competenze certificabili e oggettivamente misurabili.

Carla Sclarandis

csclara Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da luperini il 2006-01-30 15:11

Sì, come dice Carla, manca ormai un noi, una comunità o una società civile, di cui scrittori e insegnanti facciano egualmente parte. Oggi la letteratura non concorre più a formare l'opinion pubblica, come accadeva sino a trent'anni fa. Un tipo di civiltà si è chiuso. Nel nuovo, dove trionfano le comunicazioni e le informazioni e il mercato che le trasforma in merce, la letteratura rientra solo come spettacolo. Di qui l'isolamento  della scuola all'interno della società d'oggi. Resta da verificare tuttavia quale spazio d'azione resti oggi alla letteratura, agli insegnanti di italiano, ai critici letterari. Perché probabilmenete uno spazio, io credo, ancora resiste, anche se indubbiamente sempre più esiguo o marginale.

Una seconda questione. Davvero deve trionfare solo Calvino? E' davvero più leggibile del Pasolini delle "Lettere luterane" (e forse anche di "Sandokan" di Balestrini)? Certamente è fortemente incistato nel canone nazionale, ma altre volte la scuola ha contribuito a modificarlo, questo canone, o ad allargarlo. Quali sono le esperienze di lettura di scrittori contemporanei che si fanno oggi a scuola? Francamente sarei curioso di conoscerle.

lup

luperini Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da Luca Zorzenon il 2006-01-31 20:31
Ammiro Carla e tutti quegli insegnanti che tentano di introdurre in classe letture di scrittori odierni: forse dovrei "aggiornarmi"...Però rilevo una contraddizione: si parte dal dibattito sull'Unità, cioè dalla constatazione della tendenza alla scomparsa dello scrittore-intellettuale, dalla pochezza, stilistica e contenutistica, della letteratura italiana attuale di far presa sulla realtà, di esprimerla letterariamente ecc.: una generazione di scrittori è saltata? Non è la prima volta che succede...Ma allora perché volerla proporre all'attuale generazione giovanile?Forse il mondo in cui viviamo trova migliore rappresentazione nel cinema, o nella letteratura non di casa nostra? Sempre "forme di narrazione"...Gli studenti non sono critici letterari ma hanno "fiuto" e "istinto". Quel po' di esperienza che ho di insegnamento liceale (di altre realtà so troppo poco per esperienza diretta) mi dice che musica, cinema, best-seller stranieri, più o meno di qualità, sono nell'orizzonte dei ragazzi che oggi sentono il bisogno di narrazioni non televisivamente volgari,vi ritrovano (a vari livelli di "spessore";) il mondo strettamente contemporaneo: un principio di soddisfazione in tal senso non manca. Io non ho letto "Sandokan" di Balestrini, proverò a farlo. Ma mi chiedo: a) se al triennio è ancora e sempre un problema di tempo quello di arrivare a leggere e studiare Caproni, Sereni, Fortini, e Pasolini, Volponi, Sciascia ecc. non so se abbia senso dilatare la prospettiva fino ad una letterarietà italiana contemporanea così in crisi: e se mi si appassionano al "Seme del piangere" o agli "Strumenti umani" e se la ridono di Busi o rimangono indifferenti al poeta che gioca col computer? Che devo fare...?
b)Se con Dante gli studenti capiscono che c'è in gioco il "problema della giustizia", p.es, e che oltretutto è anche un loro problema di oggi e del mondo in cui vivono(viviamo), magari posso tentare con lo "Spasimo di Palermo", o con "Nottetempo casa per casa" di Consolo...In fondo è letteratura di oggi, vero?
"La ragazza del secolo scorso" di Rossanda (sono a metà... ma già ampiamente entusiasta di una scrittura di straordinaria ricerca e tensione morale! A quale pena detentiva la condannerebbe Busi??)è letteratura da dar subito in mano ai ragazzi (e alle ragazze!). E' uscito un mese fa...
Scusate l'affastellarsi di argomenti un po' alla rinfusa
a presto
Luca
Luca Zorzenon Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da paola il 2006-02-04 22:03
Non vorrei abusare di questo spazio comune per una conversazione personale ma
a Carla: non so se tu abbia ragione in merito alla condizione del corpo docente negli anni 80. Anche io ho cominciato ad insegnare in quel periodo e non credo ci fosse neanche allora la condivisione progettuale che sarebbe stata e sarebbe auspicabile. Mi pare invece di ricordare come noi, in quel momento giovani, fossimo più motivati rispetto ai colleghi che si affacciano ora, freschi di SSIS( e storditi dal didattichese?) sul mondo della scuola. Non è un caso, forse, che ad eventi ed iniziative culturali anche di grande spessore e di sicura "spendibilità" nel lavoroin classe ci si ritrovi, per lo più, tra noi 45-50enni, ancora disponibili a imparare, capaci di indignarci e con la pretesa di poter fare bene il nostro mestiere. Fare bene il nostro mestiere. Senza entare nel merito dei massimi sistemi mi chiedo come sia possibile, prima ancora che rivendicarla, curare la nostra dimensione intellettuale se:
- dobbiamo implorare la Dirigenza di rilasciarci il permesso per le giornate di aggiornamento(l'obbligatorietà di un tempo aveva aspetti ridicoli ma, data la situazione attuale, la ricordo come una benedizione)
- all'interno della scuola siamo sempre più chiamati(e qui non intendo solo dalla Dirigenza a cui si puo' rispondere tranquillamente di no, ma dal senso civico e dalla responsabilità morale)ad occuparci di tutto tranne che della nostra preparazione culturale, preparazione indispensabile perchè si possa contribuire, seppur infinitesimamente, al processo di interpretazione del mondo e alla formazione delle nuove generazioni.
A Luperini che chiede quali letture di contemporanei si facciano(integrali, immagino) rispondo con la mia,sotto questo punto di vista scarna, esperienza: Io non ho paura di Ammaniti, Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Brizzi, Sostiene Pereira di Tabucchi. Le prime due non sono state un fallimento totale ma non le ripeterò. La terza, con qualche aggiustamento, si puo' rifare.
paola Member
Invia: 4

 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da csclara il 2006-02-10 21:55
D'accordo, Luca: con molti autori stranieri (da Yehoshua a Ph. Roth)vai sul sicuro; ma rimane il fatto che, anche in tempo di globalizzazione, anzi più che mai in un'epoca come questa, la nostra lingua, quella cioè della conoscenza emotiva e intuitiva prima che razionale, rimane l'italiano. L'assenza di scrittori italiani <<forti>>, che gli studenti stessi potrebbero autonomamente incontrare, mentre conferma la distanza della nostra letteratura contemporanea dalla realtà, diventa anche un inequivocabile segnale della separazione di una scuola,ostinatamente o vetustamente, ancorata al pensiero critico, dalla società in cui agisce. E i giovani fiutano anche questa distanza, che non fa certo bene alla funzione storica dell'insegnamento, di cui ha parlato Paola. Forse hai ragione tu: bisognerebbe ricorrere, più sistematicamente di quanto non si faccia, al cinema e anche alla musica. Ma in quanto insegnante di letteratura (e non solo!) avverto un senso di vuoto e di smarrimento.

A Paola. Non intendo mitizzare gli anni Ottanta; ma proprio confrontando l'atteggiamento con cui noi iniziavamo il nostro lavoro e quello dei giovani colleghi di oggi,come anche tu fai, mi pare confermato il mutamento di contesto che ho richiamato:vent'annifa sopravviveva ancora l'idea che l'insegnante fosse chiamato a svolgere una funzione intellettuale. Ricordo, per esempio, come la sfida rappresentata da "Il materiale e l'immaginario" di Ceserani e De Federicis,unisse in un unico fronte insegnati giovani, digiuni di didattica, e insegnati esperti, avanti negli anni, decisi a servirsi di quel manuale per approntare sul campo un progetto culturale rinnovato. Oggi i giovani, osservi giustamente, sembrano storditi dal didattichese, e, aggiungo io, sono mortificati da una interminabile girandola in scuole diverse, anche quando diplomati SSIS. Sta di fatto che è difficile dialogare con loro.
carla
csclara Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da matelda il 2006-02-13 02:09
A proposito degli stereotipi del 'didattichese'che si va diffondendo minacciosamente nelle scuole ed anche nelle ssis -derivato spesso dal linguaggio settoriale delle aziende e delle banche, oltre che da quello della didattica astratta-, mi chiedo se non sia possibile attribuire a quei termini, che giustamente sentiamo imposti, dei significati concreti, aderenti alla esperienza reale.
Prendiamo ad esempio la 'modularità': la parola è brutta e infelice, ma se riflettiamo su quanto di positivo può comportare una didattica detta 'modulare', ovvero basata non più esclusivamente sulle conoscenze ma anche su competenze diversificate e spendibili via via nel corso dell'apprendimento, può darsi che essa non ci spaventi più. Riempita dei contenuti che noi le conferiamo, la didattica modulare può almeno stimolarci a studiare strategie rivolte al 'saper fare' (una competenza trascurata ancora nei mitizzati anni ottanta, quando ben pochi insegnanti dal piglio pioneristico pensavano, ad esempio, che si potesse 'insegnare' a scrivere, e si muovevano di conseguenza).
Lo stesso può forse valere per i famigerati OSA (anche qui una non-parola a sostituire i vecchi 'programmi' evidentemente sentiti come obsoleti). Generici eppure categorici, gli OSA potranno (dovranno) essere -credo- riempiti del senso che noi insegnanti vorremo attribuire loro, adattandoli alle situazioni concrete senza praticare la retorica del lamento che ci viene tanto spesso imputata.
E ci sono -lo vedo- insegnanti giovani che sono in grado di percorrere questa strada, che è poi una strada di continua sperimentazione e autoverifica: insegnanti 'succincti', ovvero che si arrotolano le vesti per attraversare guadi melmosi. I miei allievi sissini li vedo così: non tutti, certo, ma una parte non esigua.
Tuttavia, anche per loro l'insegnamento della 'lettura' è problematico. Di fronte agli alunni che chiedono "che cosa posso leggere, professoressa, per le vacanze?" la risposta non è mai facile: si può conquistare, ma si può anche perdere per sempre un lettore. In questo senso, credo che si debba ancora aver fiducia nei classici, e, per i contemporanei, insegnare ai ragazzi a muoversi nelle biblioteche, a frequentare le librerie, a cercare un libro come si cerca un oggetto, o una persona. Utopistico? certo, ma vale la pena.
(matelda)
matelda Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da Mistraminax il 2006-03-19 16:51
Innanzituto, buon giorno a tutti. Sono uno specialista di letteratura russa (universita' di Pisa) e solo di recente sono venuto a conoscenza della ormai lontana polemica sulla decadenza intellettuale italiana.
Non solo - per quel poco che posso giudicare di cultura italiana - mi pare evidente che Luperini abbia ragione al 101% (lo dimostra anche il tenore stesso del dibattito), ma mi ha anche colpito la somiglianza con quanto sta avvenendo da almeno due decenni in Russia, complici a) la segmentazione culturale e la sperequazione sociale crescenti, b) l'irruzione selvaggia delle logiche di mercato nei meccanismi di diffusione della cultura.
Nella speranza di fare cosa utile per chi sia interessato a tali questioni, riproduco qui brani di una lettera privata da me inviata alcuni mesi or sono a una collega.
Saluti e perdonate l'"intrusione"

Temo di non poter intavolare una discussione seria sugli scrittori contemporanei. E' che questi giochini sado-intertestuali tipo: "taglia-incolla-violenta-vomitaci sopra" mi annoiano a morte! A dire il vero, non capisco cosa ci sia dietro questo turbinare a tratti arguto e brillante (piu' spesso no) di rimandi, controrimandi, esplosioni trucide, diavoli, acque sante, strizzatine d'occhio a destra e a sinistra. Mi coglie il sospetto che non ci sia proprio niente, tranne una glaciale e cinica indifferenza coltivata in quello hortus conclusus che e' la Mosca contemporanea, dove non giungono imput reali della vita reale, ma solo un continuo loop semiotico deprivato di qualsiasi contenuto.
Malgrado la dichiarata ansia di "nuovo" e "piccante", colpisce proprio il carattere seriale e meccanico del procedimento usato dagli scrittori postmoderni: prendi un qualsiasi fenomeno culturale, lo vesti da pulcinella e lo metti a quattro zampe e il gioco e' fatto! Che te ne pare di questo, che potremmo intitolare "Franken-Stalin-Christ": "In un laboratorio nascosto nel quartiere di S. Salvario a Torino uno scienziato pazzo che crede di essere in Transilvania ruba la Sindone, clona Gesu' Cristo dalle gocce di sangue ivi deterse, aggiungendo al suo DNA alcuni cromosomi di Stalin. Ne nasce un mostro intenzionato a resuscitare l'Unione Sovietica e il GULag, e pr di piu' dotato delle facolta' miracolose di Cristo. Lo seguono i "quattro evangelisti", gruppo di Death metal satanico di cui Frankenstalinchrist diventa il chitarrista. Ma interviene la Madonna (che e' presentata ora come la Vergine, ora come la popolare cantante pop americana)... etc. etc. etc.".
Come vedi, sia io che te avremmo un grande futuro come postmodernisti russi!
Se almeno tutto cio' fosse fatto con una certa leggerezza! Ma no, si prendono tutti maledettamete sul serio: Sorokin si paragona a De Sade, Otroshenko a Garcia Marquez, Prigov che sbeffeggia Pushkin modulandolo secondo i mantra buddhisti (a proposito, mi sarebbe piaciuto sapere a quale scuola si riferisce: Soka Gakkai, Ramajana, Zen?), Erofeev che parla con degnazione di Dostoevskij, Pelevin che annacqua la propria (genuina) vena satirica con turgidi simbolismi da terza elementare (la torre di Babele, etc.)...
Se poi con questi scrittori ci parli, emerge solitamente una rozzezza e una sciatteria intellettuale disarmante. Fra tutti, probabilmente il piu' intelligente e' Prigov, benche' si tratti anche li' di una intlligenza furbesca e un po' ciarlatanesca: mi risulta che siano 5 anni che va in giro a fare sempre lo stesso show-conferenza. A me sembra che siano tutti epigoni (in sedicesimo) di Venedikt Erofeev e degli obriuty, variamente miscelati e contaminati con quello che capita. Solo che loro erano qualcuno e avevano qualcosa da dire.
Preciso che non e' la truculenza a dispiacermi: a suo tempo ero un grande ammiratore di Andrea Pazienza e apprezzo molto il teatro della Fura dels Baus o di Sarah Kane, proprio perche' e' gente che usa l'orrore per esprimere problematiche reali (l'idea e' che, in un universo semiotico e assiologico e in cui i codici "neutri" o "positivi" sono assoggettati al controllo ideologico delle classi dominanti, solo l'esibizione del male puo' consentire un discorso antagonista)... Ma il postmodernismo russo non e' che il derivato provinciale e subalterno di tali correnti. Come ogni fenomeno epigonico e periferico, esso utilizza le categorie formali del modello prescelto senza capire un'acca della sua logica interna (e non ce l'ho solo coi russi: credo che anche i nostri "cannibali" siano tali, a un livello se possibile ancora piu' meschino).
A te non viene in mente che sia, piu' o meno, solo cultur-marketing per gonzi e che fra una decina d'anni tutti costoro saranno spariti dalla faccia della terra?
Mistraminax Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da LGatti il 2007-01-12 10:46
Sono un’insegnante “giovane”. Faccio parte di quella generazione di sfortunati che si sono formati negli anni peggiori (quando il modello culturale di riferimento erano “i paninari” e le paninoteche) ed ho iniziato ad insegnare nel Duemila, quando quella scuola di cui parlano i miei colleghi un po’ più anziani, luogo di scambi culturali, confronti, dibattiti, formazione, stava tirando le cuoia.
Entro in questo dibattito sul ruolo dell’intellettuale con un anno di ritardo (quando forse non c’è più nessuno), perché sono venuta a conoscenza del forum solo ora. Vorrei aggiungere una cosa ai numerosi ed interessanti interventi che ho letto.
Così come mi sembra importante, sul piano della critica letteraria, prendere atto della crisi delle ideologie, senza rinunciare ad individuare delle categorie interpretative (pur nella coscienza del loro carattere relativo e precario), mi sembra altrettanto importante, nell’assenza attuale di una comunità di intellettuali-insegnanti con cui confrontarsi e condividere un progetto comune, non lasciarsi travolgere dallo sconforto e dalle visioni apocalittiche.
Non è detto che l’assenza di un’ideologia forte di riferimento porti ad una minore complessità rispetto alla coscienza del molteplice e della frammentarietà del reale che abbiamo ora noi insegnanti e che vivono i nostri allievi. Certo è più difficile muoversi: ci si può distrarre, perdere, arrendere. Non sto, beninteso, difendendo il pensiero debole o postmoderno, mi sembra però che la coscienza e la rielaborazione della molteplicità possano portare ad una visione complessa, plurale, sfaccettata e dialogica del reale. Allo stesso modo non è detto che l’assenza di una progettualità condivisa tra gli insegnanti, ma l’operare pluralistico, non univoco, e magari anche solitario di docenti diversi non possa portare a risultati di valore. Il ruolo dell’insegnante è ben quello di formare al senso critico, ad una visione problematica ed aperta della realtà. D’altra parte il vuoto (nei suoi diversi aspetti e potenzialità che vanno dal microspecialismo, alla conventicola, al narcisismo) denunciato da Luperini nell’universo degli intellettuali, degli scrittori, e, in generale, della società civile di oggi, è anche figlio di quella comunità di insegnanti di ieri.
La miseria e la volgarità del mondo che ci circonda, fatto di aspiranti ballerine e veline, di gatte nere e bianche, di pupe e secchioni… mi sembra che renda evidente il peso e la responsabilità che l'insegnamento (soprattutto delle materie umanistiche) può avere nella formazione di una coscienza collettiva e nella ridefinizione e trasmissione di una cultura "diversa". Raramente, invece, nel passato vi sono state motivazioni così forti per il nostro operare.
LGatti Member
Invia: 1

 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da luperini il 2007-01-22 14:42
Credo che la conquista di una posizione dialogica, critica e non dogmatica sia un apporto fondamentale dell'ultimo venticinquennio. Il guaio è che spesso essa si è accompagnata ad atteggiamenti nichilisti, scettici e inclini alla irresponsabilità etico-civile. Una posizione relativistica e consapevole della propria parzialità non è una posizione scettica né irresponsabile né agostica; ma un modo di concepire processualmente la verità, anche nel processo di apprendimento didattico, che implica una buona dose di passione e di coscienza combattiva della propria parzialità.
Luperini
luperini Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da paola il 2007-04-25 17:46
Chi passa, con i suoi tempi, in questo forum è, certo, caro o cara LGatti un insegnante non deciso ad arrendersi. Ma, tanto per dire la prima cosa che mi viene in mente, non si può non trovare sconfortante che si sia così pochi a farlo. Io insegno dalla metà degli anni '80, ho avuto i miei alti e bassi. Ho persino , una volta, fatto domanda di passaggio al Ministero di Grazia e Giustizia(forse nella pietosa illusione di trovarvi un po' di grazia e giustizia che nella scuola). Per fortuna mi è andata male, e così sono ancora tutti i giorni a combattere la mia battaglia nelle aule. Alterno entusiasmo per qualche successo soprattutto umano con i ragazzi, sconforto per la fatica con cui cerco di avvicinarli alla ricchezza della letteratura, senso di colpa per la difficoltà crescente a perseguire con rigore obiettivi che venti anni fa era scontato 'pretendere', frustrazione per la condizione penosa della scuola su cui tutti continuano a mettere le mani, rabbia per la moltitudine, e dico la moltitudine, di colleghi che sono anni luce lontani. Ecco, lo dico con parole semplici, addirittura semplicistiche e in modo più brutale che diretto. Si va su è giù. Se si è appena letto un libro nel quale ci siamo riconosciuti, se si è appena lavorato ad un progetto con colleghi che condividono con determinazione e costanza il nostro impegno, se con parole proprie si è riusciti a dire a chi ci ascolta che crediamo fortemente nel valore del nostro lavoro, se troviamo cioè lo spazio per rivendicare con fierezza di essere insegnanti…ci sentiamo in pace con noi stessi e disposti a vedere la complessità del presente come ricchezza e opportunità per il futuro. Quando il conservatorismo più miope ci osteggia , quando gli scandali ( e non penso ai filmatini di recente diffusione mediatica, ma anche quelli sono un segno del nostro abbandono), ci travolgono, quando le stesse istituzioni latitano, quando la burocrazia degli istituti ci toglie energie al lavoro serio, quando ci manca il tempo per studiare, quando vorremmo aggiornarci e non possiamo farlo, quando vediamo 'in mano' di quali colleghi capitano i nostri figli, quando sempre più notiamo nei giovani i segni della paura per il loro avvenire, quando insomma crediamo di capire che pochi, troppo pochi difendono il nostro sogno…arriva il momento del lamento. Un lamento intellettuale, beninteso.
paola Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da paola il 2007-04-25 17:51
Naturalmente nella prima riga del messaggio c'è un 'non' nella posizione sbagliata. Mi scuso per l'errore di battitura; va da sè che bisognerebbe leggere: chi passa con i suoi tempi in questo forum è certo un insegnante deciso a non arrendersi.
paola Member
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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da Antonella Barina il 2007-08-03 01:43
"...una generazione di scrittori è saltata? Non è la prima volta che succede...", scrive uno dei "forumanti". Certo, una generazione di scriventi è stata saltata da un mercato editoriale che ha preferito sfracellarsi di qua o di là, ma alcune hanno continuato a scrivere e ad agire - ovvio, politicamente - con la scrittura. Arrivo a questo forum per aver conservato un'intervista a Luperini su "Liberazione" circa la responsabilità della scrittura. Nel caso lo desideriate, vorrei mostrarvene un esempio. A proposito dell'imbecillità: personalmente ritengo si possa parlarne perfettamente in poesia. Inviatemi la vostra email a: edizionedellautrice@libero.it chiedendomi l'invio di OPERA VIVA.
Grazie dell'attenzione, Antonella Barina (NON INTELLETTUALE: UNA VOCE)
Antonella Barina Member
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 • "La condizione degli intellettuali" - Romano Luperini

Inviata da administrator il 2008-01-02 11:42

       "La condizione degli intellettuali". Prolusione tenuta in novembre per l'apertura dell'anno accademico 2007-08 dell'Università degli studi di Siena.


        1.

        Per due secoli gli intellettuali hanno fatto sentire la loro voce legittimati – ha scritto Pierre Bourdieu - da «un’autorità specifica fondata sulla appartenenza al mondo relativamente autonomo dell’arte, della letteratura e della scienza, e su tutti i valori associati a tale autonomia – disinteresse, competenza ecc.». Una condizione di autonomia corporativa garantiva loro un universalismo di valori. L’indipendenza culturale e morale del loro specifico campo diventava ragione di autorità e di prestigio in ogni campo. Gli intellettuali funzionavano come indispensabili mediatori della formazione del senso. Era il grande corporativismo dell’universale, come lo ha chiamato ancora Bourdieu. Un paradosso, se si vuole, grazie al quale gli intellettuali potevano parlare a nome di un corpo separato e, insieme, della totalità dei rapporti umani. Fichte, all’inizio dell’Ottocento, l’aveva chiamato la «missione del dotto», dando dignità ideologica a comportamenti e spunti culturali che in realtà si erano andati affermando già dall’età dell’illuminismo.

        Si è sviluppata così una tradizione che da Zola dell’affaire Dreyfus, attraverso Freud e Einstein, Russel e Sartre, ha avuto corso anche in Italia sino agli anni Settanta del Novecento e, se si vuole, sino a un altro affaire, L’affaire Moro di Leonardo Sciascia. Che si trattasse di una tradizione ormai in via di estinzione lo aveva intuito uno di questi ultimi grandi intellettuali complessivi, un poeta fra i maggiori del Novecento che è stato nostro collega e ha insegnato a lungo in questa nostra università tenendovi, fra l’altro, la prolusione per l’apertura dell’anno accademico 1981-1982, Franco Fortini. In un saggio del 1971 scriveva infatti che «il processo di distruzione del corpo separato degli intellettuali è così avanzato che il termine stesso di “intellettuale” è quasi inutilizzabile». Sempre più, infatti, l’intellettuale è sostituito «dallo specialista», dal tecnico o dall’esperto che pone il proprio sapere al servizio di una istituzione – pubblica o privata, non importa – senza più capacità o possibilità di vedere al di là di questo orizzonte settoriale. «Ogni attività intellettuale», scriveva allora Fortini, viene ridotta «alla sua gretta specializzazione e tecnicità». In altri termini: la forbice, e la contraddizione, fra funzione e ruolo, presente in ogni lavoro intellettuale, tende a contrarsi, risolvendosi a vantaggio del secondo.

        Il ruolo si definisce in un ambito immediatamente sociale. Coincide con la mansione assegnata dalle istituzioni, siano esse gli apparati scientifici ed educativi di uno stato, il sistema delle pubbliche comunicazioni, un ente o una azienda privata, o il governo stesso di una nazione. Comporta un sapere, un insieme di competenze specifiche, in cambio di uno stipendio; implica dei finanziamenti pubblici o privati per la ricerca; uno status, dei compiti, anche burocratici, e la collocazione in una gerarchia. Da questo punto di vista l’intellettuale è sempre anche un funzionario.

        La funzione si colloca invece in un ambito antropologico e storico. Coincide con una attività intellettuale che segue la propria logica, aspira a una purezza priva di condizionamenti e tende perciò a scavalcare la dinamica delle istituzioni e degli enti concreti per obbedire solo all’etica della ricerca e per rivolgersi non a un committente preciso ma ai destini generali della umanità intera.

        La storia non solo delle discipline umanistiche ma anche di quelle scientifiche, a partire dalla vicenda esemplare di Galileo Galilei, è ricca di episodi in cui si manifesta ed esplode, talora anche tragicamente, questo tipo di contraddizione. Nella normale vita dell’Occidente, però, i due aspetti sono di fatto inseparabili, legati da un rapporto dialettico strettissimo: una funzione non esiste senza un ruolo, e viceversa.

        Negli ultimi decenni la tendenziale scomparsa dell’intellettuale è anche riduzione o annullamento della funzione e progressivo trionfo del ruolo. Il maestro non è un educatore ma un docente; chi siede nei tribunali non è un giudice ma un magistrato; chi cura gli infermi non è un medico ma un operatore sanitario. L’educazione, la giustizia e la salute vengono sostituite dalla loro amministrazione settoriale, e cioè tecnica e burocratica. Ne derivano alcuni vantaggi, ma anche qualche sicuro svantaggio. Il mezzo, infatti, può anche dimenticare il fine in nome del quale dovrebbe esistere.

         

        2.

        Il potere ha sempre avuto bisogno del sapere. E viceversa il possesso del sapere ha costituito sempre una forma di potere. In un mondo come quello attuale dell’Occidente, in cui il settore-guida in campo industriale è quello che produce merci immateriali, vale a dire informazioni, pubblicità, spettacolo e insomma linguaggio, potere e sapere s’incardinano sempre più nel sistema delle comunicazioni. Il potere del linguaggio e il linguaggio del potere tendono a unificarsi. Ciò accade tanto nella sfera economica e produttiva, quanto in quella politica, e si manifesta nella loro interferenza sempre più stretta. Il sapere-potere dei singoli intellettuali e anche degli intellettuali come ceto o corporazione è selezionato e filtrato da apparati tecnologici, da enormi complessi produttivi e anche da istituzioni pubbliche (quella educativa, per esempio). Queste ultime però risultano sempre più deboli e sempre più dipendenti, giacché quei complessi produttivi si erigono davanti a loro come modelli da imitare e a cui uniformarsi. Potremmo dire che il sapere-potere degli intellettuali si liquefà all’interno di questi apparati, si frantuma in essi che ne decidono o largamente ne condizionano le scelte fondamentali. Inseriti in questi grandi apparati di sapere-potere, che rispondono a pochi centri di comando integrati, nazionali e multinazionali insieme, gli intellettuali non hanno reale possibilità di controllo su di essi. Si riducono a semplici lavoratori della conoscenza, costretti a fare i conti, sino a metà della loro vita se non oltre, con instabilità, mobilità, flessibilità e dunque a sviluppare una elevata capacità di conversione. La cultura umanistica, sminuzzata e ridotta a un insieme di informazioni e di competenze generiche, può ora acquisire persino un nuovo valore in quanto componente di una formazione di base variamente interdisciplinare e fungibile, capace di adattarsi a condizioni diverse e di fornire alcuni strumenti interpretativi. La Ict (Information and communication technology) ha bisogno di questo tipo di ingranaggio per funzionare. Sia il lavoro di formazione delle informazioni, sia quello del loro consumo richiedono infatti che il materiale informativo venga comunque elaborato. Ma non si tratta più di una attività di mediazione; a mediare – o meglio a imporre i propri prodotti – ci pensano direttamente, e in proprio, gli apparati tecnologici. Da parte loro, questi nuovi lavoratori della conoscenza hanno perduto qualsiasi autonomia; e non hanno neppure più nulla in comune con la tipologia dell’intellettuale tradizionale di cui parlava Antonio Gramsci.

        Solo in pochi settori, fra cui soprattutto quello educativo (scuola e università), il meccanismo della mediazione non è del tutto scomparso, ma si è piuttosto ridotto e spostato, delocalizzandosi in apparati di fatto sempre più marginali e tuttavia indispensabili in qualsiasi tipo di società. È soprattutto in essi che si è realizzato quel passaggio di cui parla Bauman da intellettuale-legislatore a intellettuale-interprete, creando una figura di intellettuale flessibile e slogata e nondimeno capace di collegare fra loro fenomeni diversi (storici, filosofici, letterari, scientifici) e di leggerli in una prospettiva culturale e civile non immediatamente riducibile o subordinabile all’ambito economico-produttivo. Infatti in questi ambiti i tentativi di riforma effettuati in nome della logica produttiva e delle regole di mercato si sono scontrati non solo con la forza conservativa delle tradizioni, ma anche con una sostanziale eteronomia dei fini (per sua natura, per esempio, l’educazione non potendo assumere quelle regole come esclusivi punti di riferimento).

         

        3.

        La tendenza fondamentale che agisce all’interno del campo intellettuale e dei suoi processi sociali molecolari crea nondimeno, con il suo stesso movimento di affermazione, una serie di contraccolpi e di controspinte.

        Anzitutto sta venendo meno la tradizionale distinzione fra fatti oggettivi di cui si occuperebbe la scienza e valori di cui si occuperebbero invece la religione e la politica. Il nesso fra conoscenza e valori si fa sempre più stretto. Lo sviluppo stesso della ricerca scientifica fa acquisire ai lavoratori della conoscenza una dimensione etica. Il legame fra acquisizioni della conoscenza e perseguimento di retti comportamenti individuali e collettivi pone sempre più in primo piano il valore etico della ricerca intellettuale.

        In secondo luogo la diffusione della conoscenza è condizione indispensabile per produrne di nuova. Si può elevare l’estensione della comunicazione e della informazione, e moltiplicare la produzione di linguaggio, solo a patto che si innalzi progressivamente il livello a cui si svolge il lavoro di consumo delle informazioni stesse. Detto in altri termini: la produzione di conoscenza ha una natura prettamente sociale che può entrare in conflitto con la sua riduzione a merce a scopi di profitto per singoli individui o per singole corporazioni.

        In terzo luogo i lavoratori della conoscenza, pur svolgendo un compito essenziale al funzionamento dei grandi apparati tecnologici e delle istituzioni pubbliche, sono sempre più privati, nella maggior parte dei casi, di qualsiasi riconoscimento sociale e di valore pubblico. Contribuiscono alla produzione sociale di senso e alla elaborazione dei valori, ma all’interno di meccanismi che ne disgregano e maciullano le funzioni intellettuali togliendo loro ogni potere effettivo e ogni riconoscibilità sociale. Se si aggiunge che fra i lavoratori della conoscenza più giovani si va estendendo su vasca scala l’esperienza della precarietà, della sottoccupazione o dell’occupazione parziale e saltuaria, il quadro dell’attuale condizione intellettuale e delle sue contraddizioni risulta probabilmente più completo.

        Se ne potrebbe dedurre, in conclusione, che la crescente marginalità dei lavoratori della conoscenza appare in conflitto con la loro essenzialità nel sistema delle informazioni e delle comunicazioni, con la produzione sociale di senso a cui essi concorrono seppure da posizioni subordinate, infine con il nesso sempre più stretto che unisce conoscenze e valori.

         

        4.

        Quando un grande critico letterario da poco scomparso, Edward Said, unendo in sé l’esperienza dell’uomo di cultura palestinese e di raffinato accademico di una delle maggiori università americane, scrive che il rischio della nuova tipologia di intellettuale è di scomparire «in una miriade di particolari» e di diventare una «nuova figura professionale», un ingranaggio tecnico dei nuovi apparati di sapere-potere, coglie esattamente il tramonto del grande corporativismo intellettuale. Tuttavia, dalla sua specola di osservatore collocato al centro dell’impero e nondimeno proveniente dalle sue frontiere più incandescenti, trae da questa constatazione alcune conseguenze niente affatto rinunciatarie e anzi assai interessanti, volte a indicare ai nuovi intellettuali un compito e una funzione molto diversi da quelli proposti da Fichte e rilanciati da Bourdieu. Egli delinea una figura di intellettuale non molto lontana da quella di quei nuovi lavoratori della conoscenza che la attuale sociologia va delineando. Il nuovo intellettuale, inserito nei nuovi complessi produttivi in posizione subordinata o esterno a essi, si configura come un outsider, un dilettante, un emarginato, un esiliato, un uomo di confine, e per questo gli appare animato da spirito di opposizione e non di compromesso. La sua funzione pubblica, secondo Said, è di sollevare questioni provocatorie, di sfidare ortodossie e dogmi e soprattutto «di trovare la propria ragione d’essere nel fatto di rappresentare tutte le persone e le istanze che solitamente sono dimenticate o censurate». Può essere ripreso allora persino il modello comportamentale di Sartre, tanto caro a Said, ma attraverso un nuovo dislocamento che non presuppone più la funzione ideologica della mediazione e del controllo da una posizione di centralità, ma che fa della marginalità dell’intellettuale una figura rappresentativa di tutte le altre marginalità presenti sulla scena mondiale. Il passaggio da legislatore a interprete può esaltare insomma il ruolo dei lavoratori della conoscenza come specialisti della liminarità, e cioè del passaggio dei confini, della traduzione, del dialogo, della interdisciplinarità, della conoscenza critica della differenza. D’altronde traduttori, insegnanti, giornalisti, divulgatori e operatori impiegati nella manovalanza scientifica, addetti al mondo della comunicazione stanno tutti diventando figure di soglia.

        Non so quanto consapevolmente, Said descriva insieme un modello ideale di intellettuale, fedele alla tradizione occidentale dei Sartre e dei Russel, e una tipologia reale che riguarda invece la nuova intellettualità di massa dei lavoratori della conoscenza. Ma che, dal suo punto di vista, queste due diverse tipologie, pure così radicalmente distanti fra loro, siano accostabili, è forse degno di qualche riflessione.

         

        5.

        L’evento letterario di quest’anno è opera di un ricercatore, l’esordiente Roberto Saviano. Non un letterato dunque ma un giovane che riceve uno stipendio a tempo definito da parte di un ente pubblico, l’Osservatorio sulla camorra e l’illegalità. Il libro s’intitola Gomorra e ha venduto un milione di copie. È un libro strano, un ibrido fra documentario e romanzo, fra autobiografia e saggistica, fra letteratura e sociologia. Quasi che la flessibilità abbia preso forma, sia divenuta opera, un nuovo genere letterario.

        Un ministro della Repubblica, quello che presiede, o dovrebbe presiedere, ai destini della università e della ricerca, ha detto ai giornali che i rappresentanti del governo da questo libro possono imparare, e lui stesso ha imparato, assai più e assai meglio che dai rapporti dell’intelligence. Non so se esistano ragioni per dubitare che il ministro abbia ragione. In effetti, in Gomorra, ci sono tutti i nomi dei nemici – i nemici dello stato e della convivenza civile, e cioè delle varie famiglie o clan dei camorristi. Erano anni che in un libro non si facevano i nomi. Se qui se ne parla, da questo podio e da questa sede che dovrebbero escludere la contingenza, è tuttavia per un’altra ragione: interessa la figura d’intellettuale che emerge da queste pagine, non molto lontana da quella auspicata da Said. Qui c’è un giovane che si aggira in scooter sui luoghi del crimine, fra gigantesche discariche di rifiuti, sangue di morti ammazzati, fiumi di cemento, villaggi abusivi, quartieri e periferie degradati in cui si accumulano masse enormi di denaro, di armi e di merci. Per questo piccolo, emarginato e rabbioso eroe, dire la verità significa esserci, fare uso di una «parola-sentinella» e di un’unica «armatura»: «pronunciarsi». E per «pronunciarsi» bisogna dire la verità, accumulare prove inconfutabili e parziali, perché vissute con il corpo, sperimentate dal vivo, filtrate e temprate dalle emozioni. Tra oggettività della denuncia e soggettività sì instaura così un cortocircuito, in cui risiede indubbiamente anche il valore letterario dell’opera e che comunque rivela una eredità assunta consapevolmente: non solo quella apertamente dichiarata di Sciascia e di Pasolini, ma più in generale quella dell’intellettuale scomodo e marginale che vive al confine, sulla frontiera, e pratica una sorta di contrabbando fra società e comunità diverse: qui, fra quella dei camorristi e quella del laureato in filosofia che fa il ricercatore sul campo, quella delle periferie degradate e l’altra dei centri di civiltà, quella del denaro, delle armi e della arroganza e quella della cultura e della dignità morale. Questa figura storica – da Baudelaire a Pasolini – ha assunto insomma una nuova dimensione: non aspira più a occupare il centro della scena, non accampa utopie, non partecipa a una battaglia di manifesti, di idee e di poetiche, ma accetta come naturale e scontata la propria marginalità. Non parla più in nome di una prospettiva politica, di una filosofia o di una ideologia, ma solo in nome di un corpo violato, della realtà di una esperienza che, prima ancora di essere intellettuale, è fisica o biologica. L’evidente lezione di Pasolini è portata all’estremo, là dove il maestro, che pure aveva già intuito, come Fortini, il punto di arrivo di un processo storico, non poteva arrivare. Gomorra documenta una fase nuova, in cui il senso della storia è senza storicismo, il senso dell’etica è senza morale precostituita e il senso dell’impegno civile è senza più nazione o popolo. D’altronde Saviano non è il solo. Un altro autore contemporaneo, il poeta Gabriele Frasca, ha parlato della necessità di uno «stile etico» rivolto a un popolo che manca.

         

        6.

        E noi? Che cosa resta da fare a noi educatori, addetti a un campo ormai marginale (almeno per chi ci governa) e inseriti nella categoria burocratica del “personale docente” o, anzi, delle cosiddette “risorse umane”?

        Il mio ineguagliabile predecessore su questo podio, Franco Fortini, concludendo la sua prolusione nel dicembre 1981, osservava un doppio movimento della poesia letta o recitata: quello che la porta a cercare una conclusione «nel suo trasmigrare dal tempo dei separati verso il tempo dei gruppi umani» e quella inversa che la cerca invece «nel suo trasmigrare dal tempo dei gruppi umani verso quello di noi separati» (dove i «separati» non sono solo gli artisti, ma qualunque uomo quando si chiude nella cosiddetta interiorità o «nel cosiddetto silenzio» della poesia).

        E tuttavia quanto qui si dice della poesia vale probabilmente per ogni attività intellettuale; o, se si preferisce, per ogni funzione intellettuale. E ne chiamo a testimone ancora Fortini, ma non il saggista o il professore universitario, questa volta, bensì il poeta. Di cui vorrei leggere una poesia poco nota, mai raccolta in volume dall’autore, e uscita postuma nelle Poesie inedite, con il titolo Reversibilità. Titolo baudeleriano, come si vede. Ma Baudelaire parlava di una reversibilità in ambito privato e individuale (fra bene e male, salute e malattia, gioia e angoscia, bellezza e vecchiaia). Invece Fortini rovescia la situazione privata in pubblica, adotta la prospettiva dell’educatore che qui ci interessa e sceglie perciò una voce in falsetto, quasi da manuale scolastico rivolto a una classe di adolescenti:

 

           Anassagora giunse ad Atene
           che aveva da poco passati i trent’anni.
           Era amico di Euripide e Pericle.
           Parlava di meteore e arcobaleni.
           Ne resta memoria nei libri.

           Si ascolti però quel che ora va detto.
           Anche la grandissima Unione Sovietica e la Cina
           esistono, o l’Africa; e le radio
           ogni notte ne parlano. Ma per noi, per
           noi che poco da vivere ci resta,
           che cosa sono l’Asia immensa, il tuono
           dei popoli e i meravigliosi nomi
           degli eventi, se non figure, simboli
           dei desideri immutabili dolorosi? Eppure
           –si ascolti ancora – i desideri immutabili
           dolorosi che mordono il cuore nei sonni
           e del poco da vivere che resta
           fanno strazio felice, che cosa sono
           se non figure, simboli, voci,
           dei popoli che furono e che in noi
           sono fin d’ora? E così vive ancora,

           parlando con Euripide e con Pericle
           di arcobaleni e meteore, il filosofo
           sparito e una sera d’estate
           ansioso fra capre e capanne di schiavi
           entra ad Atene Anassagora.

 

        La reversibilità qui è intreccio e inversione di sequenze logiche e temporali. Il primo verso («Anassagora giunse ad Atene») ritorna nell’ultimo («entra ad Atene Anassagora») capovolto nell’ordine dei termini (il soggetto, Anassagora, all’inizio, apre il verso e il discorso; alla fine, li chiude); e, soprattutto, il passato remoto («giunse») si è rovesciato in un presente («entra»). La reversibilità formale del lessico e del discorso esprime una reversibilità dei contenuti. L’educazione, la trasmissione dell’apprendimento, ha fatto sopravvivere Anassagora, lo ha, per così dire, reso presente e attuale. La prima e la terza strofa hanno per oggetto una verticalità, vale a dire una distensione e un capovolgimento temporali fra passato presente e futuro, grazie al quale, come si dice alla fine della seconda, «gli uomini che furono […] in noi sono fin d’ora». La seconda strofa riguarda invece una dimensione orizzontale, una distensione spaziale e geografica attraverso la quale il lontano e il vicino si sovrappongono e possono stringersi insieme. La vita dei popoli di cui percepiamo l’esistenza attraverso le radio determina la nostra interpretazione del loro e del nostro mondo, e a sua volta, viceversa, questa stessa nostra interpretazione determina la loro vita. E anche: da un lato la storia «dei popoli che mutano» diventa simbolo e figura dei nostri desideri «immutabili» (eterni, in quanto naturali o biologici), li incarna in popoli e in personaggi; dall’altro questi stessi desideri, e quindi il biologico o il vitale-materiale, diventano simbolo, figura e voce della storia. La reversibilità si sposta a e si realizza anche nel rapporto fra civiltà e natura, dato che l’uomo non può che cercare di grammaticalizzare quest’ultima.

        Qui si propone niente di meno che una operazione di traduzione, di trasmissione e di trapianto, una reversibilità che riguarda non solo passato e presente e le vicende dei popoli, ma anche storia e natura.

        Per quanto spetta all’ambito civile, l’educazione insegna la reversibilità delle distanze e delle differenze nel tempo e nello spazio, e dunque un nuovo senso di cittadinanza e di etica planetaria, la possibilità di un nuovo patto fra le generazioni e fra i popoli. È forse questa, d’altronde, l’unica lezione ancora valida dell’umanesimo, che troppe volte nel passato e nel presente ha scambiato il dialogo fra gli uomini con il conciliabolo fra i dotti e ha fatto passare per universale il proprio particolare, presentando la propria cultura letteraria come negazione delle scienze e delle tecniche e magari cercando di esportare la propria idea della democrazia come universalismo dei diritti occidentali. Ma l’umanesimo è anche fondatore della prospettiva di una civiltà del dialogo e della tolleranza, in quanto porta con sé, già nel nome, il concetto e la prospettiva dell’unico universale che ci è concesso: quello del genere umano, della socialità che esso presuppone, e della sua unità da conquistare.

        La poesia di Fortini ci comunica in fondo un messaggio semplice. In un mondo in cui adolescenza protratta, perdita della memoria collettiva e interruzione del rapporto di trasmissione fra padri e figli sono diventati esperienza comune, l’attività intellettuale che cerca un senso non solo individuale ma pubblico è l’unica risposta laica possibile al nulla della morte e alla ripetitività dei cicli biologici.

 

        OPERE CITATE

        Z. Bauman, La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti, Bollati Boringhieri, Torino 1992.

        P. Bourdieu, Per un corporativismo dell’universale, in Le regole dell’arte: genesi e struttura del campo letterario, Il Saggiatore, Milano 2005, pp. 425-437.

        F. Fortini, Intellettuali, ruolo e funzione, in Questioni di frontiera. Scritti di politica e di letteratura 1965-1977, Einaudi, Torino 1977, pp. 68-73.

        F. Fortini, La poesia ad alta voce. Discorso inaugurale all’Anno Accademico 1981-1982, Siena, 6 dicembre 1981, estratto dall’Annuario Accademico 1981-1982 dell’Università degli studi di Siena, pp. 7-20, ora in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, a cura di L. Lenzini, I Meridiani Mondadori, Milano 2003, pp. 1562-1578.

        F. Fortini, Reversibilità, in Poesie inedite,a cura di P. V. Mengaldo, Einaudi, Torino 1997, p. 27.

        G. Frasca, Schiuma, in AA.VV., Gruppo 93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, a cura di F. Bettini e F. Muzzioli, Manni, Lecce 1990, p. 144.

        G. Saviano, Gomorra.Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano 2006, p. 258.

        E. W. Said, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, Milano 1995, pp. 9-27.

 

Romano Luperini

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 • Ritorno alla realtà e nascita di un nuovo tipo di intellettuale

Inviata da administrator il 2008-10-23 10:50

Articolo pubblicato su L'Unità con il titolo "S'avanza uno strano guerriero: l'intellettuale precario e antagonista" giorno 22 ottobre 2008.

        1.

        Negli anni settanta in Europa si è aperta una nuova fase nella storia della modernità. C’è chi l’ha chiamato “postmoderno”, talora addirittura immaginando la nascita di una epoca diversa e antitetica rispetto a quella della modernità. Ma se il moderno coincide con il capitalismo, come ebbe a sostenere Jameson, non c’è dubbio che siamo ancora all’interno della modernità. E tuttavia indubbiamente una nuova fase si è avviata, segnata dalla prevalenza dei beni immateriali, dalle tecnologie informatiche ed elettroniche, e soprattutto dalla globalizzazione. Anzi, per evitare equivoci, questa nuova fase la chiamerei età della “globalizzazione”. Essa è stata caratterizzata, nel ventennio 1975-1995, dalla cultura del postmodernismo (accetto qui, come è evidente, la distinzione fra postmoderno, che è una categoria storiografica, e postmodernismo, che è invece un fenomeno culturale, ideologico e artistico): predominio filosofico dell’asse Nietzsche-Heidegger, “pensiero debole”, teoria della fine delle contraddizioni e della storia, primato della “leggerezza”, della intertestualità, del citazionismo, della parodia, del rifacimento…. Ebbene, oggi possiamo tranquillamente riconoscere che il postmodernismo è morto, anzi ha cominciato già a morire negli anni novanta con la prima guerra del Golfo ed è entrato definitivamente in crisi con l’attentato delle Torri Gemelle, la seconda Guerra del Golfo, l’invasione dell’Europa da parte dei popoli affamati del Sud e dell’Est del mondo, i disastri economici di questi mesi. Attentati, guerre, catastrofi finanziarie hanno ridato valore ai fatti materiali rispetto al primato idealistico del linguaggio e reso meno pronunciabile la formula nietzscheana di moda negli anni ottanta “non esistono i fatti ma solo interpretazioni”.

        Tutto ciò sta cominciando a produrre effetti anche nel campo della produzione artistica, soprattutto, in Italia, nel cinema (come ha mostrato, fra l’altro, il Festival del film documentario che si è tenuto pochi giorni fa a Salina) e, meno, nella letteratura. In quest’ultimo campo sembra comunque essersi ormai logorata una poetica fondata sulla intertestualità o sulla metaletterarietà o in ogni caso sull’idea di una riproduzione della letteratura da se stessa, per partenogenesi. Non per nulla si è cominciato a parlare di “ritorno alla realtà” o addirittura di “neo-neo-realismo”, anche se quest’ultima è una formula sicuramente fuorviante perché ha il torto di spiegare in termini vecchi qualcosa che è invece del tutto nuovo. Rispetto ad altri paesi dell’Occidente il fenomeno compare in Italia con il solito ritardo. Si pensi, per esempio, al grande romanzo statunitense contemporaneo – da Cunningham e Philip Roth a Delillo, che ha dichiarato significativamente di essere uscito dal postmodernismo nella ultima sua produzione – in cui si pongono al centro della narrazione rappresentazioni di situazioni storiche e di conflitti materiali (fra popoli, classi e generazioni). E si pensi altresì all’influenza crescente nella cultura europea dei romanzi dei popoli emergenti (del Medio Oriente e dell’Africa soprattutto) ispirati a laceranti contraddizioni etniche e sociali. Anche nella teoria letteraria sono ritornati in vigore concetti come “mimesi”, “realismo”, “rappresentazione della realtà” che sembravano cancellati per sempre. Beninteso, la formula “ritorno alla realtà” presenta anch’essa alcuni aspetti di ambiguità, perché possono tranquillamente transitarvi edulcorazioni che si ispirano alla “reality” televisiva e ripetersi moduli di evasione e di trattenimento aproblematico come accade spesso nel “noir” e nel “romanzo storico”. Nondimeno una tendenza alla rappresentazioni delle contraddizioni materiali e alla narrazione della storia recente del nostro paese è certamente in atto nel cinema italiano e comincia ad affermarsi, seppure con maggiore fatica, anche in alcune opere letterarie.

         

        2.

        A partire proprio dal momento in cui ha preso svilupparsi questa nuova fase della modernità, e cioè dagli anni settanta, si comincia anche a registrare una trasformazione del ruolo e della funzione degli intellettuali. La progressiva scomparsa nel corso degli anni settanta ottanta e novanta di figure come Pasolini, Fortini, Volponi, Sciascia, Calvino segna la fine dell’ultima generazione degli intellettuali complessivi, quelli che, forti dell’autorità conquistata nel proprio campo, potevano parlare a nome dell’universale (era il “corporativismo dell’universale”, teorizzato da Bourdieu), influenzare l’opinione pubblica e occupare la scena della comunicazione da protagonisti. Finiva una grande storia che da Zola del caso Dreyfus – ma forse, ancor prima, dagli illuministi e dalla “missione del dotto” di Fichte –, attraverso figure come Sartre e Russel, era giunta sino a Pasolini o Sciascia. Fortini ne prendeva atto già in un saggio del 1971 in cui annunciava il tramonto di questa figura storica e la riduzione dell’intellettuale a tecnico o a specialista settoriale. Più recentemente Edward Said ha rappresentato il nuovo intellettuale come un lavoratore della conoscenza, la cui figura tende a coincidere sempre di più con quella del precario, dell’outsider, del dilettante, dell’emarginato, dell’uomo di confine, costretto a vivere di contrabbando fra una disciplina e un’altra e fra mondi diversi e per questo potenzialmente disponibile a sollevare questioni provocatorie, a sfidare ortodossie e dogmi. Ebbene, questo nuovo tipo di intellettuale, che non può aspirare più a occupare il centro della scena e ad assolvere alla tradizionale funzione ideologica, può «trovare la propria ragione d’essere nel fatto di rappresentare tutte le persone e tutte le istanze che solitamente sono dimenticate o censurate». In altri termini, il nuovo lavoratore della conoscenza può fare della propria marginalità un punto di forza che lo avvicina ai marginali del pianeta. Il nuovo tipo di intellettuale non aspira più a essere protagonista di una generica opinione pubblica (d’altronde, nell’universo televisivo, non ne ha più nemmeno la possibilità), non accampa utopie o ideologie complessive, non partecipa a battaglie di manifesti, di idee e di poetiche, non viaggia in vagone letto; parla come nudo individuo, in nome di una esperienza personale, di uno shock di verità effettivamente provato. Da questo punto di vista un libro come quello scritto da Saviano – un intellettuale delle periferie, un precario che si aggira in scooter sui luoghi del crimine – può assumere il valore di una testimonianza e di un punto di partenza. Il senso della storia, dell’etica e dell’impegno civile possono sopravvivere solo se profondamente mutati. Gomorra documenta una fase in cui il senso della storia è senza storicismo, il senso dell’etica è senza morale precostituita e il senso dell’impegno civile è senza più nazione e popolo. Altro che neo-neo-realismo!

         

        3.

        Stiamo attraversando il momento più basso della storia della Repubblica. Prevalgono forme di consenso legate al rapporto corpo-potere e alla spettacolarizzazione della vita pubblica, e valori che affermano il primato dell’egoismo individuale o familiare o regionale su ogni forma di solidarietà. Il razzismo è diventato nuovo senso comune, tanto più pericoloso perché ormai del tutto spontaneo, involontario e, per dir così, “naturale” e quasi aideologico. L’eguaglianza dei cittadini, delle razze, delle opinioni e delle religioni e i principi fondanti della nostra Costituzione, a partire dall’antifascismo, sono di fatto posti in questione ogni giorno. La scuola pubblica, l’università di stato, persino l’editoria scolastica vengono smantellate sotto i nostri occhi. I centri stessi dell'educazione dei cittadini e la funzione degli insegnanti e degli intellettuali vengono quotidianamente sbeffeggiati dagli schermi televisivi. Nel mondo assistiamo a gigantesche emigrazioni di popoli, alla crescita di contraddizioni fra gli stati, al rischio crescente di conflitti bellici e persino atomici. I documenti dell’ONU annunciano la desertificazione dell’Africa, l’emigrazione in Europa di milioni di persone che fuggiranno non solo la fame ma la sete, la chiusura sempre più rigida delle frontiere, i rischi di autoritarismo sul vecchio continente (da questo punto di vista l’Italia berlusconiana può risultare all’avanguardia).

        Di tutto ciò i nostri intellettuali sembrano ancora troppo poco consapevoli. La generazione formatasi nell’ilare nichilismo degli anni ottanta si è rifugiata da tempo nell’ironia e nel disimpegno. E i più giovani stentano a trovare una nuova strada, tanto è vero che persino un coetaneo di Saviano ha vinto lo Strega con un romanzo (in fondo, non peggiore di quelli degli anni scorsi) in cui il mondo non esiste, la società non esiste, le contraddizioni non esistono (neppure quelle fra le generazioni) e la famiglia stessa si riduce a sfocate figure di genitori o fratelli. Solo l’io, l’io, l’io, declinato nei modi più vari. Il privato continua a trionfare, uno scetticismo sofistico e giustificatorio è ancora ben radicato.

        Eppure il postmodernismo è davvero finito. Le contraddizioni materiali si fanno ogni giorno più radicali.  Lentamente si stanno ricostruendo alcune condizioni che sembrano rendere possibile una maggiore partecipazione ai processi di conoscenza critica e di trasformazione della realtà. Nelle scuole, nell’industria culturale, nel precariato intellettuale sta crescendo una nuova figura di lavoratore della conoscenza che non ha più nulla da perdere. Se saprà riconquistare il senso della solidarietà e della collettività, nelle pieghe della industria culturale e fra le macerie della scuola e dell’università potrebbe apparire un nuovo soggetto politico.

di Romano Luperini

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 • Re: Intellettuali non una voce

Inviata da tderrico il 2009-03-21 18:20
Gentile professor Luperini,
il mio è un accorato appello rivolto a quanti abbiano a cuore la ricomposizione delle "macerie della scuola". Ho sempre ritenuto la scuola la vera occasione per la formazione di nuovi intellettuali, cioè, persone capaci di "leggere" nella storia e nella società, di cogliere i processi di trasformazione in atto, individui, dunque, in grado di vivere e comprendere il proprio tempo, anche grazie al confronto con il passato. Tuttavia nei miei tredici anni di insegnamento mi sono resa conto che la mia idea di scuola è da molti condivisa formalmente, ma tradita nei fatti. Spesso si attua una prassi didattica esageratamente specialistica, come se la "qualità" dell'insegnamento consistesse nel formare traduttori, dantisti o filosofi, e non persone. E, in nome di una così intesa "scuola di qualità", si offre un sapere settoriale, nozionistico e non si esita a frustrare la motivazione di alunni che, pur non avendo, per esempio, spiccate doti traduttive, sono però ricchi di curiosità, interesse e creatività. Molti allievi, demotivati e sfiancati da presunti insuccessi, lasciano la scuola pubblica e si iscrivono, in molti casi e soprattutto nel Mezzogiorno, presso costose strutture private, spesso diplomifici, in cui comprano la promozione ma non acquistano cultura. Essere insegnanti è, dal mio punto di vista, una responsabilità, una passione, una missione alla quale bisogna dedicarsi con spirito costruttivo. Essere intellettuali credo che voglia dire possedere quella fine sensibilità che solo la cultura può dare e che deve tendere ad accogliere e non ad allontanare, ad andare incontro ai giovani e non ad arroccarsi in solipsistiche prolusioni, ben lontane dall'essere efficaci lezioni. La scuola dovrebbe mirare a sviluppare il gusto estetico, letterario dei giovani, dovrebbe scoprire e potenziare le loro inclinazioni, dar fiducia alle loro aspettative, non alle nostre. Un alunno diventerà ciò che sarà: noi insegnanti dobbiamo lavorare silenziosamente solo perchè egli trovi la propria strada. Possiamo aiutarlo, proporgli la difficoltà per isegnargli che il mondo è problematico e che la semplificazione non dà la soluzione. Però,dobbiamo guardarci dalla seducente tentazione demiurgica: per formare intellettuali occorre saper insegnare a pensare in modo autonomo anche rispetto a ciò che noi pretendiamo.
La scuola potrà ancora formare intellettuali se si fonderà sul rispetto della libertà di insegnamento, ma soprattutto di apprendimento.
tderrico Member
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