Bordo sinistro
Vai ai contenuti.
Strumenti personali

Avanguardia o cultura aziendale?

Document Actions
19° articolo, 17 marzo 2004

Uno dei fenomeni dell’odierna scena intellettuale italiana è l’avanguardismo senza avanguardia

di Andrea Cortellessa

Non si dorrà Romano Luperini se il suo intervento funzioni, più ancora che per la propria sostanza, come reagente e cartina di tornasole. L’autore del Dialogo e il conflitto sa come la storia della letteratura moderna sia fatta soprattutto di reazioni e scosse di assestamento. Il suo lamento sul declino dello scrittore come intellettuale ha dunque valore di test. Se qualcuno nutrisse dubbi, sull’autorevolezza intellettuale dei narratori alla moda, gli basteranno certe reazioni scomposte di questi giorni per farsi un’idea dello stato delle cose.

Riguardo a Tiziano Scarpa e Antonio Moresco molto ci sarebbe da dire. Sono scrittori che hanno all’attivo libri più che notevoli (non i rispettivi ultimi), e in questo senso io stesso avrei fatto anche i loro nomi, se in questione fosse lo stato dell’arte narrativa oggi in Italia. Ma la questione era, è, ben altra. Il loro riflesso condizionato, e la somiglianza non solo retorica fra i loro interventi, sono eloquenti. Luperini prende le mosse dal ’75. Di quell’anno è anche un saggio geniale di Glauco Viazzi, Il futurismo come organizzazione, che spiegava come parte integrante del modello marinettiano di cultura fosse la struttura aziendale: con i suoi organigrammi (liste di eccellenza, liste di proscrizione) il suo senso della concorrenza (annichilimento del diverso da sé), la sua coazione pubblicitaria (occupazione di tutti gli spazi comunicativi possibili), il suo spirito di corpo (sistematica coonestazione reciproca). Quello dell’azienda capitalistica moderna si aggiunge agli altri modelli metaforici dell’avanguardia: il partito politico (manifesti, maggioranze e minoranze), l’esercito (gerarchia, combattività, spietatezza virile), la chiesa (liturgia, dogmatismo, scomuniche).

A partire dagli anni Settanta molti critici hanno descritto in modo simile l’ultimo movimento d’avanguardia che in Italia abbia avuto consistenza effettuale, il Gruppo 63. Ma nemmeno i revisionisti più reazionari negano che il Gruppo affiancasse, al terrorismo autopromozionale delle famigerate (e non rimpiante) «Liale del ’63», autentiche innovazioni formali, radicale disincrostazione di codici, possente apertura internazionale. E soprattutto, per dirla in termini nietzscheani, un’inedita capacità clinica dell’esistente (quel realismo dell’avanguardia sul quale ha sempre insistito Edoardo Sanguineti). Per valutare storicamente quell’episodio occorre tenere conto tanto della carica di innovazione e interpretazione (diciamo l’avanguardia) che della gregarizzazione settaria (diciamo l’avanguardismo).

Uno dei fenomeni più inquietanti dell’odierna scena intellettuale è proprio l’avanguardismo senza avanguardia del quale Moresco e Scarpa, anime militanti del gruppo di Nazione Indiana, sono massima incarnazione. Che costoro non abbiano alcuna capacità clinica dell’esistente lo avverte chi scorra quel campionario di gesticolazioni ideologicamente ambigue e intellettualmente velleitarie che è il volume Scrivere sul fronte occidentale (qui citato da entrambi). Che costoro adottino le tattiche dell’avanguardismo lo dicono i loro interventi in risposta a Luperini: terrorismo monitorio e ieratico-apocalittico (finale del pezzo di Moresco), tabula rasa del passato e freudiana negazione dell’Edipo letterario (finale del pezzo di Scarpa), ma soprattutto (ossessivo in entrambi) tambureggiante battage autopromozionale-aziendale dei più immediati clientes (che essi citino anzitutto se stessi e i propri libri non è dissacrazione «galateale»: è tic rivelatorio). Che costoro, in perfetto spirito aziendale, tutto contestino (padri padrini padristi) tranne chi detiene realmente le aziende cui prestano la propria opera (i padroni anzi il padrone) lo constata chi ne segue il lavoro culturale. Ma che costoro non abbiano nemmeno (più) la capacità d’innovazione che avevano prima di «organizzarsi» aziendalmente non sono io a dirlo. Sono loro. Moresco non fa mistero del proprio detestare le «cosiddette Avanguardie» (ma già nel suo libro L’invasione era contenuta un’ineffabile stroncatura di Artaud... come tempo fa era toccato leggere severe reprimende a Beckett...); Scarpa, in un dibattito sulla lingua della narrativa, a Milano un paio d’anni fa (gli atti sono da poco usciti per la Fondazione Corriere della Sera), fa ammenda della sua produzione giovanile (il riuscitissimo Occhi sulla graticola) sostenendo che non si può (più) cercare l’«identità attraverso uno scarto», e che «gli scrittori italiani che puntano sulla differenziazione nella lingua giocano una partita persa». Dove altro uno scrittore possa agire, se non nella lingua, Scarpa non lo spiega.

Potremmo provare a capirlo tornando agli anni di cui parla Luperini. Lo scrittore-intellettuale che portò le proprie posizioni al parossismo, al calor bianco retorico e politico, fu il Pasolini «corsaro» e «luterano». Fu lui a inaugurare il cortocircuito fra critica al potere costituito e usurpazione di quello stesso potere (demonizzare la borghesia italiana e i suoi partiti, cioè, scrivendo sul suo giornale, il Corriere della Sera). Fu lui a enunciare, e in molti casi a performare, la potenza clinica del paradosso, lo scandalo del contraddirsi. Ma quella rottura – la stessa che oggi un’altra colonna di Nazione Indiana, Carla Benedetti, fuori tempo massimo fa propria – ha segnato un punto di non ritorno. Il postmoderno in Italia non trionfa solo con Le città invisibili – libro la cui formidabile valenza politica, obliqua e allusiva, può suggerire come persino oggi siano possibili gesti artistici di profonda valenza extra-estetica: solo, com’è ovvio, in forme diverse dal passato (quanto dal passato è diverso il nostro presente). Il primo e più radicale eversore del moderno è proprio Pasolini. Rivoluzionati dalle fondamenta, strategia argomentativa e ruolo sociale dell’intellettuale, dopo quella sua stagione estrema, non sono più stati gli stessi. Non è un caso che chi ne raccolse il testimone sulle colonne del Corriere fu, scrittore e critico grandissimo ma intellettuale pernicioso, Giovanni Testori. Non è un caso che da allora gli scrittori vengano convocati dai giornali «aziendali», solo come ineffettuali enunciatori di eleganti paradossi, audaci sofismi, «sparate» orchestrate pour épater. Insomma: come c’è un avanguardismo senza avanguardia, oggi è diffusissimo un pasolinismo senza Pasolini. Del resto mi pare dicesse qualcuno che la storia si ripete sempre due volte: la prima in forma di tragedia. La seconda in forma di farsa.

«L’Unità», 17 marzo 2004

Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.

Creato da administrator
Ultima modifica 2005-12-09 12:53

Dibattito

 
 
 
 
 
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.
 
 
 
 
 
Poll
perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
Fatti riconoscere
Poll
perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
 
 

Bordo destro