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Cosa nasce dalla «scomparsa» dell’Italia?

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18° articolo, 13 marzo 2004

Quella a cui guarda Luperini non esiste più, il problema è capire cos’altro sta prendendo forma

di Enrico Palandri

La polemica sul declino è vecchia quanto il mondo; questi affreschi generazionali hanno sempre e inevitabilmente un’eco sentimentale da cui è difficile prescindere. Persino Gregorovius nella storia di Roma non riesce a sottrarsi alla sensazione di essere in un momento chiave, a metà dell’ottocento, e fa un lavoro molto più oggettivo di chi si occupa di romanzi e poesie. Tutti siamo in un momento chiave, nel nostro momento chiave, lo è stato Dante e lo è stato Proust. Non è detto del resto che la percezione che un autore o una generazione ha di se stesso sia ciò che davvero fa giustizia a quel che si è espresso in certe opere. Leopardi per noi va bene al di là di quel che videro in lui Tommaseo o Capponi. Così anche Calvino a me pare abbia avuto più significati per generazioni successive fuori dall’Italia che non per i suoi contemporanei italiani, dove proprio il tipo di intruppamento che ne fa Luperini non gli ha giovato.

Questo vale ovviamente anche per i miei coetanei o i più giovani di me: dobbiamo tutti scontare dal nostro modo di leggere gli anni in cui siamo più attivi l’inevitabile amor proprio e le sue ombre, che poco aiutano a comprendere la situazione in cui ci troviamo. Se vogliamo invece parlare al futuro dobbiamo cercare di individuare dei nodi di questo passaggio. Prima di tutto cosa significa oggi «italiano». Basta pensare al modo in cui guardiamo le elezioni americane sperando che una vittoria di Kerry possa avere un effetto sulle nostre tristi vicende politiche, o ai cicli economici che ci scandiscono ormai per blocchi continentali, ma anche ad aspetti istituzionali e giuridici profondamente mutati con l’Europa, nuovi diritti e doveri in cui cresceremo diversi, o alle grandi ondate migratorie che hanno messo in crisi le concezioni classiste del marxismo classico riportando al centro del dibattito culturale religioni, terrore e guerra. Se l’idea di italiano non uscisse trasformata da un simile frullato saremmo sulla Luna. Quindi il declino della cultura italiana di cui parla Luperini e degli assiomi tardo romantici attraverso cui lo individua è indubbio, il vero problema secondo me è di riuscire a indovinare quali siano le dinamiche che hanno trasformato quel monolite che lui e gli intellettuali della sua generazione avevano in mente quando parlavano di Italia e cos’altro, mentre quella cosa declina, sta prendendo forma. Non voglio cadere nella partita a tennis di contrapporre nomi a nomi. Autori che rischiano e hanno rischiato ce n’è ancora oggi, solo che le battaglie sono diverse e io non mi sento così legato al destino delle patrie lettere, se mai appunto a una comunità di esseri umani che si occupi del mondo oggi e che è descritta da un contesto politico, economico e culturale decisamente post nazionale. L’Italia esiste, certo ma cosa è esattamente per noi? Una nostalgia, come sembra trapelare dalle parole Luperini, o l’abitare davvero i conflitti di questo tempo, le nostre difficoltà?

Sul declino italiano anche io ho la mia teoria, tinta di rimpianti e rimorsi, ne ho parlato varie volte ed è un po’ lo sfondo su cui ho ambientato i miei primi romanzi, mi esce dalle orecchie ma penso vada ricordata: il nostro particolare guaio è che nel conflitto generazionale che contrappose negli anni ’70 coloro che avevano respirato il clima della Resistenza ed erano vicini al Pci di allora e i raggruppamenti extraparlamentari e di Società civile esterni ai partiti (che in Italia sono restati con una straordinaria e tragica continuità esterni alla politica), vinse l’alleanza di generazione chiamata compromesso storico. Questa vittoria di generazione ha avuto un esito di invecchiamento della società italiana: i giovani che sono venuti dopo di noi hanno lasciato le famiglie di origine tardi, non hanno quasi fatto figli. È mancata una cooptazione efficace dei talenti migliori (nella politica come nella televisione) da parte dell’establishment che si è nutrito di propri quadri e non è riuscito a rivolgersi al proprio esterno. Le conseguenze di questa sconfitta sono il fatto che la mia generazione non ha saputo stare insieme, costruire; ha portato borse e acqua al mulino di altri, vive nel suo complesso precariamente ai margini di un sistema che ha di fatto rinunciato a loro (proprio come dice Luperini, che cerca di saltarli) e che ha in questi anni riesumato tutti i cadaveri di prima della contestazione, da fascisti e comunisti (di cui non per caso sono ancora piene le polemiche politiche) alle veline, versione odierna di altre soubrette anni ’60, che sculettano in bikini intorno a grassottelli signori di mezza età che invece pontificano e fanno gli spiritosi, e così via fino a Canzonissima e Sanremo. Un crollo, o piuttosto un disperato salto indietro contro il modo in cui il femminismo ci aveva insegnato a guardare le donne e che ci isola dal senso comune del resto d’Europa anche più di Berlusconi.

Quando si parla di quegli anni si scivola così facilmente nei luoghi comuni: il terrorismo, che coinvolse 5.000 persone, sicuramente troppe, è diventata una censura complessiva su un’epoca molto più ricca e complessa, dove milioni di adulti votò contro la chiesa e il governo di allora i referendum su aborto e divorzio; tutto ciò che cambiava in quegli anni nel paese, che cresceva grazie a spinte diversissime tra loro in quest’area che chiamiamo sinistra ma che il Pci faceva fatica a ritenere contigua, perché aveva liquidato il comunismo. Non solo quello sovietico, ma anche quello nostrano. Il senso, tutt’altro che giuridico e assurdo ma profondamente, tragicamente coerente e politico di questo rimozione degli anni ’70 è la sentenza a Sofri. Sofri non ha chiesto la grazia e anche in questo, purtroppo, non abbiamo potuto fidarci del sistema giudiziario che nel suo caso ha prodotto dei veri e propri mostri, ma abbiamo dovuto invocare per lui (e per noi che al giudizio su quegli anni siamo in parte legati) la grazia. La sua prigionia è un coperchio su una pentola che ha equiparato gli anni ’70 al terrore e tutto il dissenso italiano di quegli anni al dannunzianesimo. Menzogne per cui paghiamo tutti un prezzo altissimo.

L’Italia pare da allora voglia andare avanti a prezzo di conformismo e, traumatizzata da una giovinezza che pone vere domande (più dalle parole e dalle scelte che dal piombo di quegli anni), non è più riuscita a dar voce ai propri contrasti. Questi nodi irrisolti che ci lasciamo alle spalle non possono essere recuperati. Non si può raddrizzare l’irraddrizzabile e le sorti non sono magnifiche e progressive, bensì tragiche. Troppe cose sono accadute. Gran parte delle nostre vite è già andata in questa sconfitta e non ha senso alcuno il revanscismo. Il fascismo è il figlio inevitabile di tutti i revanscismi che si autoconsolidano nella pietà di se stessi, non saremmo diversi. Quello che dobbiamo capire è cosa permetterà ai giovani nati in Italia, qualunque sia la loro origine, di essere all’altezza dei loro tempi, di amare la vita che si può condividere socialmente e intervenire per farla crescere, per essere parte di questo mondo. Lamentarne il declino, ammesso che questo sia misurabile all’esterno delle consolazioni che denunciavo prima, aiuta poco. Perché il nodo più doloroso e difficile, la terribile solitudine di tanti figli unici oggi in Italia e la diffusione di playstation e video, produce un onanismo come sempre disperato, incapace di rischiare con gli altri, nei rapporti personali facendo figli e in quelli sociali più ampi compromettendosi con il proprio tempo. Quest’ultimo non è ovviamente un fatto solo italiano. Io spero che non ci comporteremo come Urano o come Crono, che sterminavano la discendenza, o come la generazione che ci ha preceduto, cosi pronta a «saltarci» e a buttarci a mare da ormai trent’anni, e che sapremo invece creare condizioni che consentano al futuro di fiorire.

«l’Unità», 13 marzo 2004

Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.

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Ultima modifica 2005-12-09 12:53

Dibattito

 
 
 
 
 
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.
 
 
 
 
 
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perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
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A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
 
 

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