Questa letteratura depressa dal narcisismo
Colpa della tv e degli intellettuali, anche di sinistra. E di un’università impoverita
di Giulio Ferroni
La maggior parte degli interventi che sono seguiti all’articolo di Romano Luperini su l’Unità del 18 febbraio scorso costituiscono una evidente e plateale dimostrazione, e tanto più quanto più sono aggressivi e polemici, della sostanziale validità di quanto in esso affermato. Alla diagnosi preoccupata e accorata di Luperini, alla forma lucida e chiara che egli ha dato ad una sensazione di stanchezza e di vuoto sentita oggi da molti e dai più variamente confessata nelle conversazioni quotidiane, si è risposto quasi sempre con indignata meraviglia, con tutta una gamma di difese di se stessi, dei propri amici, di recenti esiti editoriali, di feconde iniziative politico-culturali, del sacrosanto «ruolo» intellettuale, ecc. Insomma un riflesso corporativo, disposto lungo una gamma che va dalla più onesta e ragionata difesa dell’operare in buona fede al più dispiegato e sfrontato narcisismo autoesaltatorio: ben pochi hanno chiamato in causa la complessità della situazione e ben pochi si sono interrogati sulla sostanza del discorso di Luperini, sui «contenuti» che sono oggi sul tappeto, sulla capacità propria e altrui di rendere veramente conto del presente, della sua complessità, delle sue contraddizioni.
Non sono mancate urla e rivendicazioni che, a guardarle con un certo distacco, appaiono irresistibilmente comiche, segnate da una ingenua e davvero bambinesca furia autopromozionale, con profluvie di ingiurie in più direzioni, con exploits di citazioni di libri, libracci, libercoli di sodali e contubernali, con indicazioni di grandi prospettive (rivoluzionarie?) affidate a verbucci/verbicini personali: in una apoteosi ascensionale si sono svolti gli interventi uni e trini del gruppo Benedetti-Scarpa-Moresco, gridante vergogna a presunti padri e a presunti potenti, colpevoli in primis di non ascoltare le loro accorate rivendicazioni. Si è avuto un gridare: «ci sono», o «ci siamo», segno di una preoccupante incapacità di riconoscersi nella corrente, di essere davvero ambiziosi e «radicali» (e si può essere ambiziosi e radicali solo se si è capaci di uscire fuori di sé, di portare la critica e la conoscenza anche dentro di sé, e se le proprie ragioni valgono qualcosa di più che un semplice «starci»).
È proprio vero, come suggerisce Cordelli, che Berlusconi è dentro di noi: è vero che il gridare e gridarsi, il non vedere, il riavvolgersi su se stessi, sono segni della sterilità della cultura italiana, della sua attuale incapacità di guardare al senso del presente, della sua subalternità a modelli «mediatici» e pubblicitari, prigioniera di consorterie e giochi di squadra che escludono qualsiasi vera «cura» per lo stato del mondo, per il suo destino. In questo vario gridare, la letteratura conferma la sua angosciante marginalità: si chiude volontariamente, ma senza avvedersene, in un piccolo recinto di rivendicazioni narcisistiche che cancellano totalmente ciò che veramente sta di fuori, la misura della realtà difficile in cui tutti siamo presi. Possibile che non ci si renda conto di quanto siano irrilevanti le proprie parole e i propri scritti nel quadro della comunicazione attuale, di quanto siano evanescenti le nostre scelte e le nostre stesse polemiche? Luperini ha indicato «cose», ha ricordato alcuni dei dati sconvolgenti della presente situazione del mondo: da critico ha cercato di far percepire il senso del panorama globale. Ci si dovrebbe domandare allora come ci si colloca di fronte a quel panorama, quali tentativi si fanno per capirlo, per registrarlo, per rovesciarlo, per contestarlo, per guardarlo da angolature anche diverse da quelle di Luperini. Invece ci si viene a lamentare del fatto che i nuovi romanzi non vengano recensiti, che i giovani ingegni non vengano riconosciuti, che la buona cultura di sinistra non sia applaudita. Perché non cercare di capire come mai siamo giunti a questa situazione, quali errori sono stati fatti, quante cose non sono state viste e non sono state capite (qualche volta, purtroppo, anche da alcuni dei grandi intellettuali di cui Luperini lamenta la mancanza)? Come siamo arrivati a questa asfittica società letteraria e intellettuale? È davvero tutta colpa della televisione e di Berlusconi? O non forse alcune derive sono state sostenute e favorite dalla stessa sinistra e dai suoi intellettuali? Non c’era già un po’ di berlusconismo in tanto narcisismo politico-intellettuale, in tanto culto dell’apparenza, del successo, dell’effetto pubblicitario, della trasgressione provocatoria, dell’allegro cinismo mediatico, del nichilismo desiderante, di cui si sono nutriti tanti intellettuali più o meno «di sinistra»? Non si è diffusa negli ultimi decenni una concentrazione insieme aggressiva e vittimistica su scelte parziali e locali, un’abitudine a guardare il mondo dalla finestra di casa, un contemplarsi l’ombelico, che hanno impedito di percepire davvero, in profondità, le terribili trasformazioni del mondo? E i tre film «di sinistra», tanto esaltati del 2003, di Giordana, Bellocchio, Bertolucci, non rappresentano proprio questo vuoto e inaridimento, questo deprimente guardarsi allo specchio e leccarsi le ferite (mi era già capitato di parlarne in un articolo su Reset dello scorso dicembre)? È questo che lamenta Luperini, e non possiamo dargli torto, anche se non possiamo dimenticare certe presenze paterne, le voci di alcuni «padri» che ancora ci hanno aiutato e ci aiutano a sentire il malessere di questa situazione, a «resistere» con la pur pallida speranza che ci sia una strada per uscirne (penso, ad esempio, a Zanzotto, a Giudici, a Consolo, e a pochi altri).
Perché non si discute di questo? Di tante cose e di tante illusioni che sono crollate, ma che continuano a tenere campo quasi per forza di inerzia? Una letteratura, un mondo intellettuale e artistico veramente vitali dovrebbero saper prendere di petto lo stato dolente del mondo: farci vedere ciò che non riusciamo a vedere, farci capire ciò che non riusciamo a capire. Questo è ciò che un critico come Luperini può legittimamente chiedere agli scrittori e a se stesso: se ci sono scrittori veramente ambiziosi, giovani e meno giovani, devono pur essere in grado di confrontarsi con richieste come queste, piuttosto che lamentarsi del fatto che non si parli di loro!
P.S. Aggiungerei una piccola postilla sulla questione dell’università, dove Luperini, il sottoscritto e tanti altri si trovano ad insegnare: e vorrei far notare che la perdita di prestigio delle Facoltà umanistiche e l’impoverimento della didattica (imposto da una riforma che ogni giorno di più si rivela sbagliata: un altro degli errori recenti della sinistra) stanno facendo precipitare verso il basso la formazione di tipo letterario e artistico, parcellizzano e frantumano i dati disciplinari, fanno evaporare sempre più il nesso tra le singole tecniche e quel contesto globale, tra i singoli contenuti e il quadro problematico del presente. Su questa china l’università si impoverisce sempre più: e si prospetta all’orizzonte, per le nuove generazioni, l’allargarsi di un vuoto ulteriore, se possibile ancora più grave di quello presente: sarà una preoccupazione senile quella di chi afferma la necessità di un cambiamento radicale, che può sorgere solo da una spregiudicata analisi della situazione, non certo dalla semplice difesa di ciò che si è fatto negli anni passati, dal compiacimento per quanto si è bravi, dall’indignazione per gli orrori berlusconiani? Di questo forse si discuterà in altra occasione: ma intanto occorre tener ben presente che la riflessione sullo stato depresso del mondo letterario italiano dovrebbe andare di pari passo con quella sullo stato depresso della nostra università, delle nostre scuole, dell’insieme dei processi di formazione e di comunicazione.
«l’Unità», 7 marzo 2004
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.