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15° articolo, 5 marzo 2004

di Margherita Ganeri

Nei giorni scorsi l’Unità ha ospitato una serie di interventi in risposta a un articolo di Romano Luperini, intitolato Il declino dell’intellettuale italiano (18 febbraio). Nel generale clima di fiacchezza del dibattito culturale, lo svolgersi di una polemica vivace dovrebbe far piacere. Se non che dell’incisivo articolo di Luperini la maggior parte delle repliche ha colto solo un senso parziale, percependone la pars destruens, senza mediazioni, come un vero e proprio attacco personale. Di fatto, come ha notato Lello Voce (22 febbraio), si è trattato di una prova flagrante a favore della tesi di Luperini; reazioni emotive, viscerali, incapaci di incanalarsi in argomentazioni, in qualche caso travalicando brutalmente i limiti di quella correttezza che dovrebbe caratterizzare ogni civiltà del dialogo (penso soprattutto a Carla Benedetti il 21 febbraio, ma anche a Antonio Tabucchi, lo stesso giorno, sul Manifesto).

Eppure di tutto questo, in fondo, non ci si può stupire, se si pensa che il discorso di Luperini contenga una profonda verità, la stessa che fa tanto arrabbiare gli autori delle repliche proprio perché, in effetti, colpisce nel segno. Una riprova è data dal fatto che pur contestando la tesi del declino culturale italiano, di fatto alcuni ritraggono un quadro altrettanto cupo e drammatico (è il caso di Roberto Cotroneo il 19 febbraio e di Beppe Sebaste il 21). Ma in questi autori sull’analisi prevale il bisogno difensivo dell’accusa, per evitare di mettersi in discussione, per scaricare ogni possibile senso di colpa nell’ostensione del proprio ruolo: è la difesa a oltranza di un’identità tanto più svuotata quanto più è forte l’attaccamento all’auto-inganno narcisistico, espediente notoriamente fragile e malato, oltre che cieco, perché fondato sulla rimozione dell’autocoscienza. Il narcisismo è però ancora più evidente in due letterati di successo come Aldo Busi (19 febbraio) e Tiziano Scarpa (23 febbraio), che celebrano se stessi e l’esistente non solo senza alcun pudore, ma anche senza sentire il minimo bisogno di fondare la propria autodifesa su una qualsiasi argomentazione critica.

Del rischio di generare atteggiamenti difensivi, le provocazioni – in quanto tali – devono sempre essere più o meno coscientemente consapevoli. Si tratta, se si vuole, di una regola del gioco. Lo stesso gioco implica che tutte le descrizioni apocalittiche, nel loro rigore, nella loro impietosità, ma anche nella loro ritualità drammatica, contengano sempre una fiducia nella reazione del lettore (altrimenti perché scrivere su un quotidiano a larga tiratura, perché aprirsi alla discussione, se si fosse convinti fino in fondo della fine di ogni civiltà?). Le analisi critico-negative possono essere tutt’altro che psicologicamente rinunciatarie, «padristiche» o «senili», come è stato scritto, perché mirano spesso a suscitare reazioni anche molto vive e vitali nei lettori. Oppure – è vero – possono nascondere e implicitamente suggerire tentazioni nostalgiche e regressive.

A me l’articolo di Luperini non ha dato questa impressione. Anzi. Mi ha offerto una possibile chiave di lettura per spiegare quel disagio che chi si occupa per professione di letteratura sente oggi, pervasivamente, in ogni ambito intellettuale. Forse questo effetto è derivato dalla prospettiva generazionale che condiziona, necessariamente, anche la lettura. La generazione dei trentenni, alla quale appartengo, non ha vissuto in età adulta la stagione de anni Sessanta e Settanta, quella degli autori – Fortini, Volponi, Morante, Calvino, Sciascia, Pasolini – che Luperini definisce ultimi intellettuali, e dunque non può rimpiangerla. E tuttavia proprio i trentenni, formatisi nei postmoderni anni Ottanta, sono al tempo stesso attori e vittime di quanto è accaduto dopo. Il dibattito delle poetiche, i luoghi editoriali deputati a tale dibattito, la produzione critica e letteraria italiana hanno registrato negli anni successivi una progressiva e negli ultimi tempi vertiginosa caduta di qualità. Esistono certamente svariate eccezioni. Qui, però, non si sta parlando di difendere i propri canoni personali, ma di dipingere lo scadimento complessivo dello scenario ufficiale della cultura nazionale.

In questo scenario, i trentenni che si occupano di letteratura, soffocati tra gli spazi esigui e poco redditizi del mercato giornalistico e le università, sempre meno aperte ad accoglierli, non possono certo rimpiangere una stagione del passato, avendo problemi ben più urgenti a cui pensare, come l’impossibilità di riconoscersi in una condizione sociale, a causa del precariato economico o della disoccupazione. La soglia di sofferenza e di confusione del presente non permette alla maggior parte degli studiosi, dei critici, degli scrittori trenta-quarantenni di trovare risposte complete e compiute nei maestri degli anni Settanta, così come non permetterebbe di trovarle nei grandi intellettuali di altre stagioni storiche. La lettura di quei maestri costituisce però – e costruisce – un solido terreno di confronto, un vasto orizzonte di memoria dal quale partire e rispetto a cui elaborare ipotesi per le risposte nuove, drammaticamente necessarie, sul presente. Non si tratta di soccombere alla tradizione: se i classici sono sempre attuali, lo sono anche perché vengono continuamente riletti e re-inventati. La prospettiva di chi è cresciuto dopo, insomma, relativizza la malinconia per ciò che c’era prima, e al tempo stesso offre una prospettiva obliqua, dall’oggi, anche sulla storia, e in questo caso su uno specifico contesto culturale, su uno specifico modo di intendere la funzione intellettuale. Nel discorso di Luperini, insomma, non ho colto l’esortazione a fermarsi a piangere davanti alle rovine, ma quella a valutare spietatamente la decadenza sociale e culturale dei nostri anni, proprio per non morire e per non rinunciare a un progetto intellettuale.

«l’Unità», 5 marzo 2004

Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.

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Ultima modifica 2005-12-09 12:50

Dibattito

 
 
 
 
 
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.
 
 
 
 
 
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perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
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