Contro la miseria del potere, con i gesti e con le opere
Intellettuali: quel che conta è lavorare, scrivere, testimoniare, senza mai chiamarsi fuori
di Gianni D'Elia
In una situazione politica come la presente, con una destra al governo così prepotente e con intenzioni incostituzionali così dichiarate e in atto di legge, parlare di letteratura, per uno scrittore di sinistra, è almeno un poco imbarazzante; se non si lega subito, questo dibattito sulla crisi di opere, autori, dialogo critico, alla contraddizione principale. Così, la deprecazione dei tempi presenti, lanciata da Romano Luperini, e a cui già tanti hanno risposto su queste pagine, si trova di fronte un’altra obiezione di fondo: non ci sono solo opere, e autori che insorgono e si dichiarano, insieme alla giovane critica, ma questo fermento si fonde a quello della società civile, dei movimenti per la pace e per la scuola, per il lavoro, disegnando un grande girotondo d’opposizione, a cui proprio questo giornale, sotto questa direzione ha dato voce, con particolare attenzione verso gli scrittori e gli intellettuali che si oppongono, anche come cittadini, alla cultura del potere berlusconiano.
Dov’era Luperini, quando Tabucchi, Consolo, Eco, Francesca Sanvitale, Lidia Ravera, Lello Voce e tanti altri, da Moni Ovadia a Ivan Della Mea, hanno ribattuto punto per punto, come cronisti della cultura, con le loro riflessioni e critiche ai vari misfatti giuridici e civili di questa tremenda coalizione di potere? Invece di riflettere sulla ripresa del dissenso intellettuale, da cui può ripartire anche un vero dialogo sul fare letterario, oggi, si rimpiangono i tempi di Calvino e di Pasolini, della grande letteratura, della teoria. Non bisognerebbe sprecare più neppure una riga per un dibattito generico, sulle incapacità della prosa o della poesia di cogliere la realtà di oggi, ma tentare di descrivere le opere e i libri che, tentando di farlo, stanno già costruendo la nuova letteratura.
Come si fa a parlare di crisi delle opere, quando, per voler restare in una sintesi estrema di scelta, magari ridotta a due libri, uno per la narrativa e uno per la poesia, ci troviamo nelle mani l’ultimo romanzo di Tabucchi e l’ultimo poema di Raffaello Baldini? Baldini racconta l’Italia di provincia, la provincia totale della Romagna, in una lingua dialettale mista all’italiano parlato, allestendo delle vere sequenze, dei film parlati, in cui i suoi personaggi si muovono come straniati, paradossali, mattocci, in una vera pirotecnia verbale, incalzante, comprendente tutte le figure retoriche dell’ironia orale e del lirismo trattenuto, intensissimo, del popolo sopravvissuto nei fonemi gallo-celtici, mischiati all’inglese delle formule quotidiane. Nessuno come Baldini assomiglia a Céline, perché il suo romagnolo è colto, finto parlato, e mescola scritto e parlato con la stessa volontà espressionistica. Certo, è un Céline in cui si aggalla il riso lunare di Buster Keaton. Anche qui, il difficile combinato di lingua letteraria e lingua comune, partendo dal dialetto, sembra voler indicare alla scrittura la grande risorsa antropologica del parlare, tipico della nuova poesia dialettale, da Loi a Scataglini, che cambia le carte della poesia di fine Novecento, con la ripresa dell’ipotesi neovolgare dopo la morte di Pasolini.
C’è più di un motivo di riflessione critica generale, se la poesia che riesce a parlare meglio dell’Italia di oggi è scritta in dialetto, tra lessico e sintassi italianizzati dal parlato «naturale» dell’omologazione: il treno Intercity (Einaudi) di Baldini corre con un personaggio monologante che si ritrova solo, perché nessuno c’è, in quanto nessuno più ascolta nessuno.
Sul libro di Antonio Tabucchi, Tristano muore (Feltrinelli), ha già scritto su queste pagine Roberto Cotroneo, con molta precisione. Si può aggiungere solo un giudizio di valore ancora più alto, su quest’opera specifica, che non ha niente da invidiare alle altre di Tabucchi. Anzi, appare come l’altro, bellissimo, Pereira, questo personaggio che sogna Tristano, morente ex partigiano, che si chiede e chiede allo scrittore di raccontarlo. Pereira sembra andato sui monti, è tornato, e muore, proprio negli anni in cui muore la democrazia resistenziale, qui, soprattutto in Italia, un paese che è stato fascista, e che più dovrebbe essere attento all’autocoscienza antifascista.
Ebbene, questo racconto a strappi di memoria e di sogno, si presta proprio a un esercizio di critica dinamica, che sia capace di registrare le scosse forti della novità artistica, nel presente. Siamo di fronte a un poema orfico-resistenziale, truccato da romanzo, prima di tutto. È un pezzo di bravura poetica, dove si scombinano i generi di prosa e poesia, nel flusso di una frase musicale lunga, per interi paragrafi, il cui oggetto intrecciato e unico è la storia della voce, e la voce della storia.
In secondo luogo, c’è un fortissimo discorso interno di «poetica», per la ripresa di quel dibattito ideologico, di cui si lamenta la scarsità o l’assenza: Tabucchi indica agli altri scrittori (e dunque anche ai critici) il fondo inesplorato del parlare, questa volta dal lato dell’italiano misto più che di quello dialettale, il parlare come fondamento della scrittura: il testimone del testimone è lo scrivente-scrittore, testimone scritto di un testimone che vuole restare orale, trascritto, neppure registrato in voce, ma in nastro di scrittura. E così, al lettore che sia anche autore, questa pare una lezione dantesca, rovesciata: un viaggio, dove chi muore guida chi continua a vivere, dove chi parla guida chi continua a scrivere. Una cantica al mito (racconto) mediterraneo. Il terzo punto è l’impegno, perché in questa storia il valore interrogato è questo: a che valse la lotta?
Non c’è divisione, tra l’impegno pubblico dello scrittore e quello del suo personaggio: così come in Pereira, Tristano pensa dentro la storia, la subisce, la agisce, cambia. Qui, muore. Più che di miseria degli intellettuali di sinistra, che sono se mai criticabili per una faziosità troppo interna, irrisolta, tra le poetiche contrapposte del realismo ideologico e dello sperimentalismo linguistico, da «Officina» al «Gruppo 63», fino a noi, si dovrebbe parlare piuttosto di miseria del potere, e di come allargare l’opposizione letteraria, diretta e indiretta, parlando delle opere ottime.
«l’Unità», 4 marzo 2004
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.