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Quel che l’«oracolo» dei media non dice

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13° articolo, 2 marzo 2004

di Fulvio Papi

Sull’Unità (21 febbraio) Beppe Sebaste nota con grande disappunto che non vi è alcuna osmosi tra ceto intellettuale e ceto politico, e ha del tutto ragione nel considerare che i discorsi che vogliono traghettare da un orizzonte all’altro restano senza voce e senza seguito. L’enunciato di per sé, come insegnava Foucault (e come allude Sebaste richiamandosi alla nozione di archivio), è sempre vox clamans in deserto: conta l’enunciazione, e oggi l’oracolo è eco solidale dei mezzi di comunicazione. Ma oggi non esiste nemmeno un ceto intellettuale, perché non esiste un minimo di omogeneità che contraddistingue un ceto intellettuale. Se questo, in certo modo, è sempre esistito – pensiamo ai giornalisti di Balzac e agli accademici francesi del suo tempo – oggi il fenomeno è differente, sono caduti anche i confini tra i «sottosistemi». La differenza non è tanto tra giornalisti, scrittori, filosofi, poeti, ma tra coloro che all’interno di queste suddivisioni appaiono e quelli che non appaiono, e come ormai sanno tutti l’apparire è essere (non un giudizio sull’essere come credeva Hegel nella sua Logica). Così il discorso sugli intellettuali dovrebbe diventare di due tipi: una fenomenologia dell’apparire, come capita di apparire (pubblicità, mercato, potere, spettacolo, scambio, abilità ecc.), e come non capiti di non apparire. E, secondo punto, che cosa accade nel senso di quale invenzione di stile accade quando la dominante della propria esperienza è la strategia dell’apparire. Non voglio escludere affatto che attraverso questi filtri possano «passare» persone di grande talento e opere di valore, visto che con altri filtri, per esempio della comunità estetica o ideologica, che sembrava più prossima all’oggetto, ci sono state persone e opere che sono state oscurate, almeno pro tempore.

Ma (ecco il «ma») quello che passa, autori ed opere, deve avere necessariamente un alone che deriva da una rappresentazione spettacolare, quale che sia, oppure avere l’aspetto di un oggetto straordinario che, in qualche modo, costituisce per chi ce l’ha, o l’avvicina, o lo vede, lo conosce, uno stato sociale, un’identità superiore. Quello che «non passa» invece è l’elemento plurale del lavoro della cultura, il costume vario e comune del lavoro dell’intelligenza e della sensibilità, ciò che, nelle differenze, educa un costume. E questa pluralità di filtri che concorrono a un medesimo effetto molto rigido, diviene un canone produttivo, un sapere che orienta il fare, il progettare stessi, l’assumere un certo stile per riuscire a entrare nel mondo. Temo tuttavia che il premio per questa fatica sia di breve durata, perché anch’esso è soggetto alla medesima legge del consumo e delle regole che sono state proprie per «essere», come dire il destino.

«l’Unità», 2 marzo 2004

Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.

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Ultima modifica 2005-12-09 12:47

Dibattito

 
 
 
 
 
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.
 
 
 
 
 
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perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
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A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
 
 

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