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La logica della cultura? L’eccezione

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12° articolo, 2 marzo 2004

È quella che praticano i tanti che pensano e scrivono fuori dalla legge dei numeri

di Enzo Siciliano

Sono per l’assenza, anche se mi capita di «intervenire» sui giornali; e cercherò di spiegare perché. Per me l’impegno civile di un intellettuale è pari a quello di qualsiasi cittadino, e le sue responsabilità in materia, per quanto abbiano caratteri specifici, non possono essere quelle di un politico – che allo stato presente sono gravissime. Al fondo, il chiacchiericcio sul «silenzio degli intellettuali» mi sembra ozioso: un ennesimo risultato di quello sconfortante spirito pubblico che ha sostituito in modo trionfale il giornalismo sociologico alla cultura storica e alla letteratura.

L’Italia, dalla fine degli anni Settanta in qua, è forse il paese europeo che ha più sofferto per il dileguarsi della propria sedimentata tradizione conoscitiva sbracandosi sul tubo catodico della massmediologia. La nostra è una modernità da telecomando. Lo stesso privilegio della società di mercato è diventato altro: è diventato pura virtualità dell’apparire. Nella gara nefasta fra tv pubblica e tv privata, consacrata con leggi ad hoc dai sigilli di una politica invasiva, la regola dello share ha vinto su tutto, diventando criterio di giudizio. Di conseguenza: impoverimento e decadenza della critica in ogni sua forma, e sua metamorfosi, al meglio, in variopinto stelloncino pubblicitario. Delle riforme scolastiche compilate per imperio al ministero di Viale Trastevere neanche parlarne (oppure: che società andrebbero a dipingere?).

La legge dei numeri ha vinto non solo in video, ma nei giornali, nell’editoria, persino nei costumi casalinghi. Al ragionamento è subentrato l’esclamativo. «Se le sparo grosse mi si dà ascolto...». La spregiudicatezza si verifica nella capacità d’insulto. Screditare è un valore. Si finisce soltanto con fare l’elenco dei buoni e dei re-probi secondo simpatie familistiche e di spicciolo borsellino.

Preferisco allora chi si mette da parte. Ho letto un’intervista di Luciano Cafagna. Diceva su per giù: sappiamo benissimo che sui giornali è diventato inutile allineare motivi e ragioni, confrontarli; devi tagliare all’ingrosso le proporzioni, devi far capire soltanto che o stai di qua o stai di là. Ha ragione Cafagna: non ci sono più spazi a distinguere. La distinzione, da Machiavelli a Guicciardini a Vico a Croce, è stata il genio del raziocinio italiano. Alla logica dei distinti è subentrata la logica del casino.

Il pensiero è debole. Altroché. il pensiero non solo è debolissimo ma è diventato moneta che non ha corso, come i vecchi talleri d’argento con il profilo di Maria Teresa stampati sul verso che ancora si possono trovare adoperati come fermacarte sulla scrivania di qualche nostalgico.

Le ideologie facevano forti gli intellettuali? Direi di no. L’opera degli intellettuali, degli uomini di lettere era nutrita dalla logica dell’eccezione. In tempi di massmediologia, il metodo dell’eccezione è scivolato nel buio del superfluo. Ciò che è smerciabile perché immediatamente classificabile deve essere comunque «allineato» e seriale: il resto è silenzio, è la morte, lo diceva Amleto. Casomai, con le idee si gioca come in politica, al bipolarismo: per sentirsi autorizzati a tirare botte da orbi.

L’opacità vera, il declino quasi indeclinabile, di cui si parla nasce da questa disperazione che spinge alle improvvisazioni: ne risultano a nudo le nevrosi di ciascuno, effetti di devastanti nottate passate in bianco. I Minima moralia di Adorno tornerebbero d’attualità. Ancora di più, l’Angelus novus di Benjamin. Dal sistema analogico di Benjamin, la descrizione della società francese di Luigi Filippo, controtipa intatta il presente: «La classe dominante fa la storia curando semplicemente i propri affari. Essa promuove la costruzione delle ferrovie per aumentare i propri possessi azionari…». Difficile non fare raffronti con quanto stiamo vivendo. «II privato, che tiene conto della realtà del comptoir, esige dall’interieur di essere cullato dalle proprie illusioni». Si potrà dire che questo è materialismo sfacciato – anch’esso moneta fuori corso. Eppure ci aiuta a leggere il mondo, a trovare un bandolo dentro le nostre passioni. Forse, oggi, guardare all’interieur non significa quel che significava per Benjamin: l’interieur come un universo dentro cui l’individuo raccoglieva il presente e il passato. Penso che si debba sfuggire al casino. Sfuggendogli, riesco a percepire quanto nella nostra cultura sia appassionante e reale la presenza di uomini e donne che pensano, di uomini e donne che scrivono – che rappresentano, ciascuno solo con se stesso, quella logica dell’eccezione che è il connotato primo di una cultura attiva. So pure che il loro pensare e scrivere è per lo più imbevuto di sofferenza, di frustrazione. Per loro però la cosiddetta anima individuale non è il palco del teatro universale. L’uomo privato sa che il pubblico gli si è vietato di fatto: la sua superfluità gli ha stampato sui connotati il profilo dello stilita. Così, egli sa che l’unico suo impegno consiste nel trovare un cardine a parole altrimenti sfuggite al perno di qualsiasi significato. È l’unica sponda di rivolta rimastagli. Non vive d’altro: là si annida una traccia di speranza. Per questo penso che l’individualismo abbia mutato di segno – è un dato di propulsione, e non di ripiegamento.

Non sono pochi, anche se stretti in un cerchio d’ombra, coloro che in Italia si adoperano a tanto. Appaiono più numerosi, sì, è vero, quelli che in luce spingono a dividere, a industriarsi come usurai di parole – anche questa è una tradizione che nel nostro costume ha forti radici. Passiamo fra discariche di insulti, di menzogne calcolate, fra grandi manovre a intorbidare e sporcificare. Ai tempi di Rossini la calunnia era per lo meno materia di farsa. Oggi è controprova di tragedia politica. «Saremo gl’Iloti delle nazioni europee: e ben ci sta», scriveva Foscolo, ed era la primavera del 1814. Qualcosa da eccepirgli?

«l’Unità», 2 marzo 2004

Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.

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Ultima modifica 2006-05-25 09:23

Dibattito

 
 
 
 
 
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.
 
 
 
 
 
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perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
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A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
 
 

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