No il dibattito (pardon il monologo) no!
di Beppe Sebaste
Non so bene cosa pensare del proliferare di monologhi che passa per dibattito, e che da questo giornale si è spostato nel web – siti autoreferenziali di autori o gruppi di autori. Tutto ha avuto inizio quando un intellettuale di una certa età, il critico letterario Romano Luperini (personalmente mi accusò di essere «romantico» a una lettura di racconti nel ’94; fui difeso da un anti-romantico di provata fede come Alfredo Giuliani; il fatto è che trovai già allora pazzesco che «romantico» potesse essere un’accusa o un insulto), quando Romano Luperini, dunque, ha scritto che in Italia non ci sono più intellettuali o scrittori dopo Calvino e Pasolini. La diagnosi ingenerosa (e falsa) poteva essere recepita su un piano politico o solo corporativo, ovvero all’interno di una logica di filiazioni letterarie. Personalmente ho preferito dar corso alla prima ipotesi. Ed è la ragione per cui avevo previsto in questo spazio di disoccupati-scioperati di commentare invece quel filone di interventi sulla «solitudine dei riformisti», che rimproverano agli intellettuali di sinistra una scarsa propensione alla «governamentalità» (il neologismo era di Michel Foucault), di parlare solo al cuore e non alla mente, e questo per via della loro irrimediabile formazione umanistica. Mai che questi utilitaristi-riformisti diano indicazioni concrete su un programma di governo che convinca non dico gli intellettuali, ma i cittadini, che la loro idea di sinistra sia diversa dalla loro idea di destra. Per esempio a partire dalla scuola. Ma poi ho letto in un’intervista a Gino Paoli, che sarà premiato a Sanremo ma canterà a Mantova, questa frase che mi ha fatto sentire a casa: «per me le cose più belle sono quelle inutili». Che è la politica che praticano a volte queste pagine: parlare (di) poesia, o letteratura, non delle tre «I». Memori, con Gramsci e sul giornale fondato da lui, che cultura e politica sono, e dovrebbero restare, sinonimi, o almeno stare a braccetto in nome della (qualità della) vita di noi animali parlanti e mortali.
Torniamo ai monologhi? Essi mi hanno ricordato un epigramma di Nanni Balestrini che ricordo così: «Iò iò iò, raglia l’asino. Io ìo ìo, strepita l’arbàsino». Insomma, narcisismo proverbiale di Arbasino a parte, a Luperini hanno risposto una pluralità di «Io», «Io», «Io», diversi e accomunati dalla seguente risposta: «ma li hai letti i miei libri? e quelli dei miei amici?». Imbarazzante, forse solo segno del tempo. Se avessi il tempo, uno di questi giorni direi anch’io la mia storia, priva di quegli sponsor di cui parla Franco Cordelli nel suo intervento di ieri. Se non torno al monastero in collina dove mi ero dimenticato beatamente che, nell’universo del Valore, insieme ai bond della Parmalat o dell’Argentina potessero starci cose come la letteratura. Ma come ha detto Leonard Cohen, per me non cambia nulla, non sarò mai un maestro zen, «sono solo quello con un vestito estivo blu».
«l’Unità», 1 marzo 2004
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.