La critica con le spalle al muro
Dissolto il rapporto tra realtà ed esperienza estetica non ha che l’influenza del gusto di chi parla
di Franco Cordelli
Caro direttore,
a proposito dell’intervento di Romano Luperini, celeberrimo, credo che abbiano ragione tutti, nelle loro risposte, in specie Tiziano Scarpa: il quale offre in più, una serie di nomi nuovi in cambio dei vecchi, obsoleti, o scontati. Dove Scarpa ha ragione fino ad un certo punto è nell’allestire fasci sbrigativi. È proprio sicuro che Baldacci si lamentasse come Luperini? Non ricorda la dedica di Novecento passato remoto a Massimo Onofri, ad un critico dunque dell’ultima generazione? Riguardo a questo fascio di critici da Scarpa indicati come lamentosi, mi limito a citare Baldacci, in quanto impossibilitato a difendersi. Vengo piuttosto ai nomi degli autori. Alcuni coincidono con i miei eventuali, che avrei suggerito all’attenzione di Luperini, non li avesse proposti Scarpa. Ma sorprendente è l’insieme di quei nomi. Non avere notato che sono, con le opportune e astute eccezioni, nomi di persone che abitano tra Milano e Venezia e dintorni? Ciò insospettisce. Fa pensare che la visione di Scarpa sia angusta (egli legge solo autori che vivono nelle sue regioni); o che egli legga gli autori che conosce di persona, cioè i suoi amici; o che la linea innovativa da Scarpa esposta, o sottintesa, esprima una pulsione regionalista, anche nell’aggressività linguistica.
Del resto, perché stupirsi? Voi davvero ritenete che Einaudi sia, di Berlusconi, solo una proprietà? Io invece penso, benché non possa dimostrarlo, che nella sua essenza, in quanto anima bella della cultura italiana, sia un editore ideologico, abile oggi nel mascherare la propria ideologia populista. Non lo posso dimostrare, al pari di Scarpa, che non può dimostrare nulla del mio essere un fachiro (padrino è il termine che, con la sua ben nota disinvoltura, affibbia a me e ad Enzo Siciliano, accostando i nostri nomi a quello di Maurizio Costanzo: perché questo accostamento? Scarpa potrebbe gentilmente spiegarlo?). E perché dico che Einaudi è populista? Per esempio, proprio perché Scarpa ne è un consulente. Lo dico osservando da un altro punto di vista gli autori da lui prediletti, molti dei quali pubblicati da Stile Libero, collana pilota di Einaudi, e tutti contraddistinti da un’espressività per così dire gergale. Ma lo dico anche rammemorando la carriera professionale di Scarpa, le sue retoriche (di gruppo), le sue gesticolanti, melodrammatiche invettive. Cosa ha fatto Scarpa appena ha potuto? Si è impiegato nell’editoria, vale a dire nell’unico luogo di vero potere per chi abbia in animo di fare lo scrittore avendo il potere in mente. Prima lavorava da Feltrinelli e pubblicava da Einaudi. Poi si è messo a lavorare per Einaudi e a pubblicare da Rizzoli: insomma, i piedi in tutte le staffe. Non a caso egli ragiona sempre in termini di paternità, di potere, di poteri culturali. Ne ha l’ossessione.
A proposito degli autori che Luperini o chi per lui potrebbero utilmente seguire, avrei l’opportunità di nominarne altri a ruota libera, guardando in tutta Italia: nomi opinabili come quelli d’ogni personale elenco. Ma, appunto, non sarebbe che un elenco personale. Poiché – è il nodo cruciale della questione – non vi è un’eclisse della vis creativa ma la lenta dissoluzione di un rapporto, tra realtà ed esperienza estetica, un tempo riconducibile a ben altro che ad aree predeterminate (regionali, araldiche, ecc.). Adesso, la critica è con le spalle al muro: essa non ha che l’influenza del gusto di chi parla o la potenza del luogo da cui proviene, del luogo, dico, politico o geopolitico. Per i registi di cinema vale lo stesso discorso. Scarpa ha citato i più ovvi, quelli che vanno di moda. E a proposito dei nomi nuovi del nostro teatro, osservo che la Raffaello Sanzio è la vecchia avanguardia. Solo chi di teatro non sa niente può indicarlo come un gruppo innovativo.
Infine: poiché in queste polemiche (mi riferisco a quella sollevata da Mauro Covacich) sono stato bersaglio anche di Angelo Guglielmi, a Guglielmi non posso controbattere nulla in quanto critico del mio romanzo Il Duca di Mantova. Ma posso constatare come i suoi argomenti siano da sempre gli stessi, speciosi, speciosissimi. Nel 1968 intitolò un suo volume Vero e falso. Guglielmi lì è rimasto. Per la sua poetica non si dà ambiguità. Si dà solo chiarezza. Berlusconi o è buono o è cattivo. Un romanzo è un romanzo o non è: lo stesso vale per un diario. E insomma: non è questa l’essenza melodrammatica del berlusconismo, di cui riferisco nel Duca di Mantova? Non è il male della nostra berlusconiana vita, dividere il mondo in così semplici parti? O non è, detto in altri termini, l’essenza di ciò che la neo-avanguardia aveva definito come sindrome di Liala?
«l’Unità», 29 febbraio 2004
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.