Fortini e Pasolini? Impossibili nell'era della fiction
La denuncia di Luperini nel dibattito sugli intellettuali non coglie questo dato di fondo
di Mario Domenichelli
L’intervento di Luperini ha sollevato un vespaio. Ed è già un bel risultato, che indica come il colpo sia andato a segno. E abbia rigirato il coltello in una ferita già aperta. È sbagliato quell’intervento? Le colpe degli intellettuali non ci sono? Si deve vergognare Luperini di quell’intervento? Vergognare magari di non avere citato questo o quello? È vero che c’è un colpevole silenzio degli intellettuali? O non sarà piuttosto che gli intellettuali continuano a parlare a scrivere, e molto, ma quello che scrivono non trova spazio di comunicazione? Che non c’è spazio per le voci fuori dal coro? Che comunque non c’è una vera e propria tradizione del dissenso nella cultura italiana (eccezion fatta per Pasolini e Volponi)? Luperini ricorda il cinema e constata, cosa verissima, che negli anni Settanta il cinema italiano era altra cosa. Ma bisogna anche dire che un film va prodotto, e occorrono denari, occorre capitale, già, e un film va anche distribuito, e qui si giunge al punto dolente, perché in Italia c’è praticamente un monopolio della distribuzione, e film belli, magari bellissimi, possono essere messi a tacere semplicemente da una mancata distribuzione, per non parlare ovviamente, di questi tempi, dei film prodotti dalla Rai. Ha avuto distribuzione Buongiorno notte di Bellocchio. Perché non ha avuto praticamente distribuzione, né promozione Piazza delle cinque lune di Renzo Martinelli? Forse perché meno cauto, e “politicamente” meno avveduto?
In margine all’intervento di Luperini bisognerebbe chiedersi che cosa si intenda per intellettuale. E che cosa sia cambiato rispetto a trent’anni fa, e se oggi siano pensabili figure come quelle di Fortini, Pasolini, Volponi, e soprattutto se sia pensabile uno spazio come quello da loro occupato. La risposta che verrebbe di primo acchito è che, no quello spazio non c’è più, o che oggi quello spazio, dilatato a iperspazio mediatico, è occupato da altri. L’intellettuale, il filosofo, ai tempi di Aristotele (Politica) era fuori dalla tassonomia sociale. L’intellettuale era apolites, proprio perché creatura, per così dire della verità, con il compito di mediare agli uomini la verità del divino su cui si fonda la legge (ricordo certe belle pagine di Mario Vegetti ne Il coltello e lo stilo, alla fine degli anni Settanta). Ai tempi nostri, in clima di postmodernità, questo intellettuale, questo filosofo, apolites non è nemmeno pensabile, o pensabile solo come creatura del silenzio. Potrebbe anche parlare, se mai ci fosse, se mai ne fosse percepibile la presenza, ma non troverebbe ascolto perché non troverebbe lo spazio mediatico attraverso cui farsi ascoltare.
Così si ha come l’impressione che i nuovi maîtres à penser con Fortini abbiano poco a che fare. Chi ha veramente la signoria sul pensiero oggi è prima di tutto chi ha la signoria sui media; e poi chi esercita per conto d’altri questa signoria, e cioè anchor men, o anchor women televisivi, che rimangono tali finché sono in accordo con il potere che devono rappresentare (e dunque in qualche modo celebrare), poiché chi ha padronanza del mezzo, lo diceva McLuhan, ha anche padronanza sul messaggio.
Così scopriamo che i nuovi signori del pensiero non hanno nulla a che fare con Fortini, tanto meno con il Pasolini degli scritti corsari, o con Volponi. La verità oggi trova altre costruzioni, viene raccontata da un’altra master fiction, da un altro récit del dominio in cui non c’è gran spazio per alcuna chiave critica. Coloro che governano il pensiero, garantendone l’assoluta ripetibilità, cioè la ripetizione che lo rende pensiero unico, sono gli anchor men (women) televisivi, come Bruno Vespa, come Giuliano Ferrara, e le esclusioni eccellenti pure riguardano la stessa categoria, la stessa casta, diciamo: Enzo Biagi, Santoro, anche loro maestri di pensiero, messi per il momento a tacere. Il fatto è che il tipo di intellettuale che Luperini richiama è stato sostituito. Quell’intellettuale continua certo a esistere, ma la sua voce, per quanto egli si sgoli, per farsi sentire, ha perso intensità. E quando riesce a farsi sentire, per qualche minuto, per qualche riga, poca cosa in genere, ci riesce solo a patto di uniformare il proprio pensiero a quello della master fiction dominante, del «racconto del potere, attraverso cui il potere si celebra e rappresenta nei suoi effetti, rendendo semplice il complesso. Così chi si vuol fare ascoltare, deve smentire di fatto il proprio pensiero per renderlo accettabile, comunicabile, telegenico, insomma, o telecompatibile. Il pensiero critico, il pensare vero, non quello falso e falsificante della ripetizione del già pensato, ha troppe complessità per il nuovo sistema mediatico che richiede invece semplicità e non le complicazioni di una visione complessa delle cose, la visione cioè delle cose così come sono.
Certo è possibile scrivere per i giornali, e sui giornali è persino possibile scrivere anche parole fuori dal coro, ma, come dice il Presidente dei Consiglio che sa bene di che parla, non è sui giornali che si gioca questa partita, la partita, cioè, di che cosa sia la verità in termini mediatici, e di come la si costruisca, la si inventi, di come si costruisca la rappresentazione di massa della realtà come falsificazione. È in televisione invece che tutto questo si compie. Il controllo del Web e di Internet è l’ovvio prossimo obbiettivo delle istanze di potere e di dominio.
Luperini pare a noi lucidamente consapevole di fare riferimento a un mondo scomparso. Non è nostalgia la sua; è la presa d’atto di un decesso, più che di un declino. Ci troviamo in un mondo nuovo che si costruisce come totalità di ciò che è percepibile (la cui percepibilità viene ammessa), e coincide pertanto con tutta la realtà mediaticamente rappresentata e più o meno falsificata, comunque manipolata a seconda delle esigenze di chi ha signoria su immagini, parole, voci, facce, mezzi busti, quiz e le gambe delle ballerine. Tutto ciò che è al di fuori di questa master fiction semplicemente non esiste. Come dicevano Foucault e Lyotard, letteralmente non esiste ciò che resta fuori da questo grand récit, dal gran racconto del potere, su cui il potere si fonda e di cui si costituisce. Se si vuole esistere, dunque, se si vuole parlare, e dire parola udita, e vista, percepita, con tutto questo bisogna confrontarsi, o rassegnarsi al silenzio, magari credendo davvero di parlare. Anche se si possono, si devono, sempre tenere accesi piccoli fuochi per illuminarsi e riscaldarsi nel freddo della notte.
«l’Unità», 24 febbraio 2004
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.