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Intellettuali? Cento fiori senza padre e perciò più liberi

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7° articolo, 23 febbraio 2004

di Tiziano Scarpa

La civiltà italiana è in declino. Gli intellettuali tacciono. La letteratura degli ultimi tre anni fa schifo. E poi non conta nulla all’estero. Gli scrittori non discutono le loro poetiche, ammesso che sappiano ancora che cosa sono. Il teatro è assente. Il cinema sta ancora peggio. Il paragone con trent’anni fa è imbarazzante. Eccetera.

Solita storia. Ormai siamo abituati. Questa volta la lamentazione l’ha fatta Romano Luperini. Non varrebbe neanche la pena di rispondere. La scena è sempre la stessa. Ripetuta talmente tante volte da assomigliare a una gag comica, un classico del cinema chiacchierone: il critico letterario di turno, lo studioso di turno, lo scrittore di turno (intellettuali a loro volta!) che scuotono la testa costernati di fronte al deserto intellettuale e creativo italiano: negli ultimi anni lo hanno già fatto Luigi Baldacci, Cesare Garboli, Giulio Ferroni, Alfonso Berardinelli, Giovanni Raboni, Mauro Covacich… Adesso anche Luperini. (Non tutti. Bisogna essere onesti: Goffredo Fofi, Cesare Segre, Vittorio Spinazzola, Renato Barilli, Angelo Guglielmi non hanno mai smesso di essere curiosi a tutto campo e valorizzare ciò che nasce e cresce nella cultura italiana).

Questa volta però c’è qualcosa di più. Un caso di padrismo.

Luperini scrolla le spalle sardonico: poco male - dice -, è successo tante altre volte che la cultura saltasse una generazione. Questa qui, dai cinquantenni in giù, non sta dando nulla: la storia la scavalcherà. Arriveranno i barbari a rinsanguare la lingua, gli immigrati stanno già scrivendo i romanzi italiani del futuro. (Lo splendido sottinteso è: nel frattempo, che resti in carica la generazione di Luperini!).

Ci sono almeno quattro modi di conservazione del potere. Il padrone, il padrino, il paternalista e il padrista.

Il padrone possiede le armi e può sfidare apertamente oppositori e alleati: se riuscite a rovesciarmi, fate pure. Io sono il più forte. È facile identificarlo nell’Italia di oggi. È il sistema di potere culturale e politico di Silvio Berlusconi che, in una democrazia mediatica, possiede tutta la propaganda che conta.

Il padrino coopta, annette, adotta figliocci: conserva il potere culturale facendo mostra di cederlo e concederlo. Un esempio recente: Enzo Siciliano. Uno attuale: Franco Cordelli. Uno sempiterno: Maurizio Costanzo.

Il paternalista si fa avanti ad aiutare i figli fin da subito, per affiancarsi a loro prima che diventino consapevoli della loro forza e per lui sia troppo tardi. Attutisce i traumi, è sempre presente per parare il colpo al posto dei figli. Per sacrificarsi, in apparenza. Per essere sempre presente a governare la situazione, in realtà. Elementi paternalistici si riscontrano in Goffredo Fofi, e nei grandi vecchi del Gruppo 63.

Il padrista fa di più. Anche lui inorridisce alla prospettiva della propria eclissi. Ma non cede nulla. Elimina completamente il passaggio di testimone. Come ci riesce? In nome del bene comune: «Lasciare il mondo in mano a questi inetti qui? Volete scherzare?» Geniale: non dice di farlo in proprio nome (come farebbe il padrone), e nemmeno in nome del bene dei figli (come il padrino e il paternalista), ma in nome del mondo! Quel mondo che lui stesso gestisce… Baldacci, Garboli, Ferroni, Berardinelli, Raboni, appunto. E ora Luperini.
La strategia del padrista è generazionale: mira a far fuori la generazione successiva. Sono generazionali anche la sua logica e la sua retorica: il padrista seziona artificialmente la situazione separando le generazioni una dall’altra (è la specialità italiana: separare, separare sempre: vecchi e giovani, padri e figli, destra e sinistra, per tenere vivo il conflitto, personalizzarlo invece di affrontare le cose, additare un nemico al posto dei problemi). In questa separazione artificiale, il padrista si schiera, si mette in scena proprio in quanto padre. E si accaparra pure i padri morti, se ne fa portavoce e tutore. Si arroga la facoltà di giudicare le generazioni attuali. Come se il mondo non fosse di tutti. In un certo senso ha ragione: il mondo non è affatto di tutti. È in mano ai padri (a questo tipo di padri che ci ritroviamo, autocrati autolegittimati), che non mollano e non vogliono mollare il potere. La mossa del padrista è negare l’esistenza stessa dei figli: "Non governerete il mondo perché non esistete nemmeno. Non avrete il nostro certificato di esistenza".

Il padrista è Crono che tenta di divorare e annientare le generazioni che lo seguono. È Crono perché si mette in una prospettiva cronistica, temporale, generazionale: i paragoni fra trent’anni fa e oggi! Vale a dire: Valori Calcificati contro Vita Culturale in Ebollizione. I libri degli ultimi tre anni… Luperini ha letto Kamikaze d’Occidente di Tiziano Scarpa? Ha letto I Canti del Caos di Antonio Moresco? E I cani del nulla di Emanuele Trevi? E Io non ho paura di Niccolò Ammaniti? E A perdifiato di Mauro Covacich? E Nel condominio di carne di Valerio Magrelli? E La camicia di Hanta di Aldo Busi? E Chiudi gli occhi di Raul Montanari? Le poesie di Ivano Ferrari? Le inchieste di Gianfranco Bettin? I reportage di Sandro Veronesi? Ha visto la Tragedia endogonidia della Societas Raffaello Sanzio? I film di Matteo Garrone e di Emanuele Crialese? Ha dato un’occhiata agli atti del convegno Scrivere sul fronte occidentale? E al Tradimento dei critici di Carla Benedetti? E all’ Invasione di Moresco? E Alla periferia di Alphaville di Valerio Evangelisti? E ai suoi thriller metastorici? E a quelli metacontemporanei di Giuseppe Genna e dei Wu Ming? E ai libri fuori da ogni classificazione di Antonio Franchini e Michele Mari? E al lavoro culturale di Daniele Del Giudice per "Fondamenta"? Si è mai connesso alla rete? Ha visto che sono sorte riviste culturali e politiche come Carmilla, I Miserabili, Nazione Indiana ? Ha mai verificato quante traduzioni dei romanzi italiani circolano all’estero?

Il padrista dice: "Non siete nemmeno figli. Semplicemente non siete. Il mondo passerà sopra le vostre teste. Vi abbiamo fatto attendere a lungo, invano. Siamo riusciti a tenervi buoni senza farci spazzare via, con le promesse di cooptazione, la blandizie paternalistica. Non arrivava mai il vostro turno, vero? Come vi abbiamo infinocchiati! E voi, incredibile!, ve ne siete stati lì in attesa del passaggio di testimone. Adesso c’è l’ultima sorpresa: aprirete il testamento e leggerete che l’eredità è per qualcun altro!".

Abolire il presente, per decreto. Dichiarare che la vita è sempre altrove, la storia non passa più di qui, ogni passione è ormai cenere, il fermento è morto… Cancellare una generazione intera, rammaricandosi pelosamente che questa si sia cancellata da sé, non essendo mai riuscita a nascere… Il delitto perfetto.

Eppure siamo qui. Vivi e fortissimi. In attitudine di combattimento e di sogno. Non abbiamo paura di Crono perché non è nostro padre. Non abbiamo padri. Rifiutiamo questa logica generazionale. Non riconosciamo in nessun luogo alcun padre o madre. Semmai creature: fratelli, sorelle, amici, avversari. Vecchi o giovani che siano. Esseri umani. Comuni mortali.

23/02/2004

dal sito: l'Unità

Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.

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Ultima modifica 2005-12-09 12:40

Dibattito

 
 
 
 
 
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.
 
 
 
 
 
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perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
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A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
 
 

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