Storie di opposizione e di presenza nel mondo
Per concatenare la resistenza di intellettuali e scrittori contro il declino culturale
di Beppe Sebaste
Due sono i dibattiti che si stanno svolgendo sull’ Unità.
Uno dove ci si chiede se e come gli scrittori italiani sappiano raccontare la realtà o il mondo.
L’altro si chiede se è vero oppure no che gli intellettuali di oggi siano miserabili o assenti rispetto a quando c’erano Pasolini e Calvino. È sempre meglio dell’assenza di dibattito (un anno fa lamentavo la cultura del monologo degli intellettuali e dei giornali italiani, ognuno contento del proprio orticello); peccato però che entrambi i dibattiti siano malposti, essendo false le premesse maggiori. Mi riferisco rispettivamente agli articoli di Mauro Covacich sull’Espresso (15 gennaio) e di Romano Luperini sull’Unità (17 febbraio). L’articolo di Covacich era simpatico e ben scritto. Se il riferimento alla rivista Micromega, come esempio di lucidità politica cui pervengono i discorsi degli amici scrittori in pizzeria, ma ahimè non i loro romanzi, poteva far sorridere (o rabbrividire), ho provato un serio disagio di fronte alla presupposizione di una realtà di cui le parole dovrebbero farsi carico. A parte che è un’idea estranea alla letteratura, provo disagio ogni volta che le parole sono pensate come mezzo o strumento. E non dimentico che nella realtà di oggi esiste una dittatura mediatico-pubblicitaria (non solo in Italia) che si basa proprio su questo, l’uso finalizzato e perverso delle parole e della loro performatività (il dire che è fare). Detto questo, e a parte il sussulto di ideologia o di senso di colpa che confonde le parole e le cose, le forme del dire coi soggetti delle storie, alla fine il discorso di Covacich appare un monumento al provincialismo, il che significa sempre: vivere di modelli importati (come lo stile geometrile delle villette italiane), non saper raccontare (non osare farlo) la propria storia. Che invece è proprio ciò che fanno gli autori migliori, come il pluricitato Chuck Palhaniuk, che a me ha raccontato viceversa il piacere di abitare in provincia (non si schioda da Portland, Oregon, dove gli scrittori pare proliferino) e di scrivere innanzitutto su se stesso, non sulla "frantumazione dell’american dream" o "l’implosione della società americana", come dicono i critici. Del resto le sorti del mondo, nonché le definizioni della realtà, non dipendono dagli Stati-Nazione, ma da corporazioni multinazionali che rendono il mondo piuttosto simile dappertutto - con buona pace di chi disdegna la parola "post-moderno", che vuol dire esattamente questo: una globalizzazione estetizzante, tolomaica e senza Storia. Ma la domanda è: perché è così facile, anzi irresistibile, identificarsi nei personaggi e nelle vicende narrate da Palahniuk, che quanto più appaiono pazzesche tanto più vanno al cuore della nostre vite iperreali? Perché non c’è ideologia. Perché c’è intensità. Perché sono presenti: ci sono, non ci fanno. Non c’è un’idea della realtà, ma una libertà che è tutt’uno con una sincerità, più simile ai beat anni ’50 che alla letteratura engagée. I suoi personaggi sono reporter, studenti fuori corso, agenti immobiliari, "cococo" di vario tipo, emarginati e disoccupati dell’anima, che per trovare calore umano vanno a gruppi di autocoscienza di ogni genere, anche quelli di chi ha il cancro al cervello. Inoltre è il tono che conta, non il soggetto. Se diamo più importanza al soggetto, al referente, piuttosto che alla forma di ciò che scriviamo, non usciremo mai dall’impasse (tutta mentale), e la realtà sarà per noi un fantasma da invocare, non luogo di consapevolezza, non un’esperienza da scrivere e da leggere. Siamo capaci di riconoscere quello che oggi, nella letteratura, è ancora esperienza?
E verrei così (scusate la fretta) all’intervento di Luperini. Esso è scritto con quel vezzo un po’ francese di chi critica questo e quello, e lo schifo di tutto quanto ci sta intorno, senza specificare da dove parla, come se il fatto di enunciarlo (in deroga alla teoria degli insiemi) mettesse il locutore al riparo sia del mondo che dello schifo del mondo. L’articolo di Luperini mette in risalto solo il negativo, senza alcun scrupolo (ecologico? morale? da archivista?) verso ciò che eventualmente è stato detto o scritto prima di lui, gli scampoli o i tentativi di dire e costruire qualcosa di abitabile, a sinistra della politica come della letteratura. Per dirla tutta: ma in questi anni, diciamo da quando esce la nuova Unità, che cosa ha fatto o detto Luperini? È al corrente di quanto detto o fatto da altri? Il suo articolo avvolge in un unico sudario tutte le scritture dagli anni ’70 a oggi, mitizzando un’epoca che personalmente rimpiango per tutt’altri motivi (per la controcultura vivibile di allora, l’accoglienza diffusa, la poesia, le droghe irriducibili a modelli di comportamento ossequioso e sottomesso, e soprattutto un senso di appartenenza): per tutte quelle cose che dal ’77 in poi sono state fatte fuori o suicidate. Non solo con l’eroina o la violenza armata, ma soprattutto colla coazione al successo. È l’ideologia del successo ad avere promosso Berlusconi, non il contrario. Il successo è ciò che si constata, che non si giudica. Che presuppone anzi l’eclissi della facoltà (kantiana e non solo) di giudizio, di merito e di qualità. Ovvio che al convegno "Ricercare" Luperini ascolti testi che parlano di cazzi e vomito: lo sforzo cognitivo ed emotivo che i nostri tempi richiedono non è superiore a quello digestivo di un rutto. Ma non vorrei polemizzare col suo articolo. Trovo ingiusto oggi attribuire ai singoli la responsabilità dell’immenso spazio bianco intorno alle loro parole. Ma occorre esserne coscienti. Mi spiego. C’è da anni questa ormai insopportabile "giornalistizzazione" degli intellettuali, degli scrittori, degli artisti, che fa di molti delle macchiette. La manipolazione mediatica delle loro parole, il marketing, la retoricizzazione della loro funzione autoriale - il fatto che il soggetto dell’enunciazione diventi più importante dei suoi enunciati - hanno fatto il deserto anche nelle oasi più promettenti della cultura, della creatività e della ricerca. E della politica.
Di tutto, i media fanno una posa, intrattenimento, consumo. Per esempio: un’esclamazione di Nanni Moretti in piazza due anni fa fu considerata punto di partenza di una nuova opposizione. In realtà era connessa a quanto già prima intellettuali e scrittori italiani stavano facendo, esponendosi in prima persona contro il "regime" e il declino della democrazia in Italia (tra di essi il poeta Mario Luzi e il regista Bernardo Bertolucci, non il "solito" Tabucchi o il sottoscritto). Vi fu la manifestazione promossa dall’Università di Firenze, eccetera. Si diede risalto al fatto che Fassino per i Ds invitasse Moretti a fare politica. Avrebbe dovuto offendersi: non lo stava già facendo da anni coi suoi film? (Senza considerare che gran parte dei modi di dire della sinistra viene da lui). I Ds invitarono dunque intellettuali e artisti a un seminario a Trastevere (un analogo ampio appello a un’assise dell’intelligenza democratica, lanciato su queste pagine dal filosofo Fulvio Papi, restò inascoltato). Come un sasso gettato in un lago, una volta ricompattati gli ultimi cerchi d’acqua tutto continuò come prima: gli intellettuali a girare in tondo, i politici ad andar dritti col loro linguaggio ingessato, imbalsamato, estraniato (quando non in collisione) dal sentire della società civile, dei loro elettori. Al punto che ci siamo più volte chiesti se davvero la sinistra ami il suo popolo, se davvero la sinistra (i Ds) vogliano opporsi a questo governo, e non soltanto fargli una concorrenza stizzita e invidiosa. Il grande evento del 2002, linguistico e politico, fu l’eloquenza semplice e sobria che a San Giovanni vibrò nelle parole di Nanni Moretti, all’unisono coi cuori e le menti dei partecipanti, in piazza o in tv. Dire le cose come stanno, ristabilire la giusta relazione tra le parole e le cose, con quella vena di passione e di rigore morale che renderebbe la sinistra vincente quand’anche non di governo. Come un No alla guerra, per esempio. Senza tatticismi. Come il Non siamo in vendita che l’Unità fece uscire in marzo, il libro dei dissidenti (prima che anche questa parola diventasse ostico concetto in mano al direttore di Micromega). Un altro esempio: un anno dopo, alla cerimonia del premio Campiello, il poeta Edoardo Sanguineti parla di regime e del dovere dell’antifascismo di fronte al Presidente del Senato (un filosofo!), che ignora e poi irride l’antifascismo. Bene. Ma ecco che la nostra società mediatica, anche di sinistra, invece di prolungare il gesto di Sanguineti, che non nasce dal nulla ma da una serie di gesti precedenti, lo isola, ne fa un caso, una posa, e in questo monumento lo annulla, azzerando ogni memoria collettiva e ogni concatenazione con altri atti di resistenza e di opposizione, culturale e politica. Capito?
Ecco, devo all’articolo di Luperini l’avermi fatto pensare tutto questo. E di formulare qui e ora una proposta: che quanti di noi scrivono articoli e interventi tra la politica e la cultura, abbiano la generosità di recuperare e costruire una memoria, di concatenare i propri con gli altrui enunciati. È anche questo, credo, l’unità. E solo in questo senso, in effetti, non basta dire no: occorre costruire una sorta di archivio della coscienza, se posso esprimermi così. Prima che anche queste parole (archivio, coscienza) vengano messe definitivamente al bando o in disuso, vuoi per imbarazzo, vuoi perché non ci sarà più un referente: nessuna memoria, né tantomeno anima.
21/02/2004
dal sito: l'Unità
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.