Nostalgia di una laicità italiana mai esistita
di Aldo Busi
Siccome la giornalaia stava smistando gli arrivi e l’occhio mi è caduto sul titolo in prima pagina «Intellettuali, non una voce», prima ho comperato l’allegato quotidiano e poi ho visto di che testata si trattava, l’Unità, appunto. Letto l’incipit, non certo trascinante, sono poi andato a pag. 24 per il seguito e di nuovo l’occhio, anziché cadermi sulla prima riga, m’è caduto sull’ultima frase. «Qualcuno forse ricomincerà a leggere Fortini e Sciascia, Volponi e la Morante, Vittorini e Pasolini». Questo è anche tutto ciò che ho letto dell’articolo, a parte una riga con dentro la parola Gramsci: non mi sono più ripreso.
Io non so se posso abbassarmi a considerarmi un intellettuale, visto che non sono organico ad alcun centro di potere, né politico né religioso né industriale e tanto meno massmediatico, e tuttavia ho una mia piccola esperienza, decennale, da raccontare: di censura non concessa e calata d’ufficio, di censura preventiva non andata in porto, di lusinghe vuoi striscianti vuoi palesi (delle vere e proprie intimidazioni), di tentativi di manipolazione e di omologazione (in cambio anche di lauti compensi, e almeno di una poltroncina, parecchio redditizia) e di messa in riga della mia coscienza e della mia persona, tentativi ovviamente naufragati senza eccezione dal primo al più recente. E, nell’impossibilità di incollare tutti gli spezzoni di mie partecipazioni televisive registrate e trasmesse, sì, ma dopo essere state ripulite a puntino, prima o poi raccoglierò tutte le mie Lettere al Direttore sui temi caldi e a caldo del Paese e mai pubblicate. Il titolo l’ho già, da anni: Vaffanfax. Risulterà che una voce c’è sempre stata: la mia – opera letteraria a parte, questa mia voce l’ho prestata di volta in volta, spesso gratis, anche al Manifesto, a Repubblica, alla Stampa, all’Espresso, a l’Unità stessa: storpiata, menomata, soggetta a prese di distanza, silenziata, rimossa anche lì e ovunque, e gliel’ho tolta all’istante. Già sbattuta a suo tempo la porta di Max, l’ho sbattuta a Gq un paio di mesi fa e dopo un paio di mesi, sicché non rispondo neppure dell’integrità dei pezzi in giacenza che vorranno continuare a pubblicare o meno – e sto parlando di mensili disposti a pagare 5.000 euro al netto delle spese per sentire, in apparenza, la mia voce in un reportage, in sostanza, come per tutte le altre scervellate testate italiane, per farla diventare un ventriloquio in una rete, in un gabbia di riferimento.
Sia come sia, non è facile, nemmeno logisticamente, essere intellettuali partecipanti alla vita civile ossia impegnati, come avrebbe detto mia nonna Margherita se fosse stata tanto in malafede di essere alfabeta come costoro, visto che non le faceva certo schifo lavorare e che considerava anche le mani, i geloni, le piaghe parte della gloria del suo cervello di tutti i giorni: o fai parte di un sistema mediatico, e quindi, nel caso specifico, del demanio-monopolio degli officianti ufficiali di sinistra (ma non credo che sia facile neppure per un intellettuale di destra, e specie se di destra liberaleuropea, farsi sentire se non fa parte del rapinoso Carro di Tespi della destra di governo) o qualsiasi cosa tu dica e in qualsivoglia momento cade nel vuoto, cioè nell’indifferenza forzosa che occulta la paura di una sfumatura – sempre morale, talvolta addirittura estetica – che se resa pubblica, se fatta entrare in circolo, renderebbe obsoleta tutta la grigia tavolozza che puntella l’attualità dei portavoce accreditati da quel dato clan (per non entrare nel concetto di modernità in politica, visto che la politica qui è sempre clericale culto passatista, proprio come per l’articolo di Luperini e gli autori che raccomanda di tornare a leggere, è sempre verbosità scaramantica per riappropriarsi, almeno romantica-mente, di un privilegio del poter dire o di una preminenza/presenza letteraria scaduti per sempre). Io, per esempio, li ho letti i Quaderni dal carcere di Gramsci: barbaro l’avercelo buttato (nessuno è più antifascista di me), ma meritava l’ergastolo solo per come scriveva, la lingua da borghesuccio che usava (che lo usava senza che lui se ne rendesse nemmeno conto); è costringere a leggerli a scuola, anziché accontentarsi di parlare dell’encomiabile personaggio storico, che all’istante porterebbe ogni assennato giovane a iscriversi al Fronte della Gioventù anche solo nell’illusione di svecchiarsi di almeno trent’anni ovvero di risvegliarsi dal coma geriatrico subito che lo assilla da settanta, sessanta, da cinquant’anni – da quarant’anni tutti!
Quanto inchiostro sprecato sulla nevralgia da nostalgia! Il revisionismo storico, letterario, critico, poetico che affligge l’acquirente di quotidiani e, se vuole davvero sapere qualcosa di non concordato prima (…) sul Paese, lo costringe a confinarsi sempre più verso Uomini & Donne di Maria De Filippi! Eppoi c’è la nostalgia di una arcadica laicità mai avuta in Italia se non a parole di gente che, gira e rigira, salta fuori dal gesuitismo – e non sto parlando di Romano Luperini estensore dell’articolo che non so chi sia, anche se a questo punto glielo avrei persino augurato.
Se l’Unità invece che a «Il declino dell’intellettuale italiano» avesse dedicato con conoscenza di causa – e, meglio ancora, di effetto – un quarto di tale spazio a E io che ho le rose fiorite anche d’inverno? di Busi stamattina qualcuno saprebbe di certo qualcosa di più del Paese reale, della lingua, della politica, dell’economia, dell’Europa, dell’Occidente e del mondo in cui vive, e potrebbe comparare anche la qualità, la libertà, la credibilità, la civiltà – e anche la bellezza, se può – fra voci aspiranti a un copione o già a libro paga e una, una almeno, no. Un’altra verità sui giornali italiani: una stampa nazionale che possa farsi carico della mia firma per più di un paio di numeri non è ancora nata, il che significa che quella esistente è morta da un bel po’, o no? Non mi stancherò mai del vezzo di ripeterlo: nessuno che non abbia letto e goduto l’opera di Busi può dirsi oggi di sinistra.
Ogni cordialità – mi fa piuttosto piacere constatare che uscite ancora regolarmente in edicola, buona a sapersi.
«l'Unità», 19 febbraio 2004
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.