Editori e media, i primi a voltare le spalle agli intellettuali
Dopo l’articolo sul declino della cultura italiana firmato da Romano Luperini
di Roberto Cotroneo
Ieri Romano Luperini ha aperto una discussione sulla crisi della cultura di questi anni. Rispetto soltanto a trent’anni fa. Trent’anni fa Dario Fo scriveva Mistero Buffo, Italo Calvino Il castello dei destini incrociati, pubblicavano libri Fortini e Caproni, Pier Paolo Pasolini raccoglieva in volume gli Scritti corsari, Elsa Morante scatenava furibonde discussioni con La Storia.
Trent’anni fa c’era un società intellettuale prestigiosa, attenta a fotografare un paese in evoluzione e vivace. E Luperini conclude: oggi non c’è più nulla di tutto questo, nessuno che scriva libri di quel livello, anzi.
Non so se è vero. Perché credo che nel ragionamento di Luperini ci sia un errore. E questo errore finisce per portarlo fuori strada.
1. Il punto di partenza è un altro. Di che cosa è fatta la cultura e la letteratura di un paese? Non è fatta soltanto dei testi, non è soltanto il raffronto tra la Morante di ieri e la Mazzantini di oggi. È fatta della capacità di tracciare un disegno, una mappa della cultura in cui vivi. Per fare questo hai bisogno di poter scoprire gli autori che oggi possono avere un peso. Oggi non c’è nessuno che mette in gioco il suo ruolo di critico per capire cosa oggi è degno di essere messo a fuoco. Anzi, i migliori critici di questi anni non si occupano di quell’officina letteraria che è la contemporaneità. Non lo fa Claudio Magris, non lo fa Cesare Garboli, e neppure Pietro Citati. Non lo fanno gli accademici, da Cesare Segre a Franco Moretti, persi troppo spesso in dissertazioni filologiche interessanti, ma buone soltanto per i loro studenti. Lo faceva invece Maria Corti, e per questo non la rimpiangeremo mai abbastanza.
2. Lo pseudoliberismo falso e baro è arrivato come un uragano anche nel mondo delle opinioni, della cultura e della letteratura. La colpa è di un clima generazionale. Ma anche del mondo dei media. Il tasto più dolente di tutti. I primi a voltare le spalle agli intellettuali e agli scrittori sono stati per lo più gli editori e le direzioni di giornali e di riviste. Negli anni è venuta a crearsi una equazione perversa. Che diffida della complessità, della cultura, dell’essere intellettuali. Cinema e letteratura devono essere comprensibili, devono appassionare, devono avere successo. C’è una paura autentica nei confronti di tutto quanto non sia facile o banalmente attraente. Buona parte delle polemiche, dei saggi, dei romanzi che uscivano trent’anni fa oggi sarebbero impubblicabili. Troppo spesso i giornali hanno contribuito ad abbassare il livello culturale di questo paese. Alcuni anni fa un periodico che si chiama La rivisteria pubblicò un’indagine quantitativa delle recensioni che escono sui giornali. Risultava che in poco più di dieci anni lo spazio delle recensioni si era ridotto a un quarto. Questo è un segno preciso. Il luogo comune dice che scrivere troppo non serve, quel che puoi dire in cinque pagine lo puoi dire in trenta righe. E così lentamente si è modificato uno stile. Via i periodi lunghi, via i ragionamenti complessi, via le citazioni colte. I giornali uniformano nettamente il livello delle pagine culturali. Nella logica del «vendibile» è impensabile che non si debba scrivere più di venti righe su un autore.
3. Certo che in questo modo il risultato è il deserto. Vale anche per la televisione. Dove da anni non esistono più programmi culturali, se non in tarda notte. Dove nei telegiornali non si parla di libri e di cultura perché si abbassano i termini di audience, dove tutto è banalizzato. Colpa di Berlusconi? Certo, colpa anche sua. Ma non solo. Il fenomeno è evidente da almeno quindici anni, e Berlusconi è arrivato dopo. Certo, le sue televisioni commerciali, con una volgarità ben evidente, hanno aiutato non poco a arrivare fino a questo deserto. Ma l’epoca del Tuca tuca di Raffaella Carrà non era certo più colta di quella di Drive in.
La colpa è di tutti. E oserei dire che la sinistra è stata più brava a fare il salto della quaglia. Colpa di studi approssimativi e diffidenze nuove. La cultura è un potere, un potere intellettuale certo, ma pur sempre un potere. L’idea che un potere possa sfuggire al controllo di chi gestisce i media è inconcepibile. E così siamo vittime di una arroganza mediatica che spinge verso il basso qualunque ipotesi di eccellenza. E lo fa togliendo spazio e parlando soltanto di ciò di cui si parla già troppo. Come fai a trovare un autore nuovo se non si fa altro che parlare sempre degli stessi? In pochi nei giornali hanno la possibilità di scommettere su un nuovo autore. E quei pochi che potrebbero, che hanno l’autorevolezza per farlo, si dedicano a tutt’altro. Scrivono, ottimi e lunghissimi articoli su Apuleio o su Rilke o su Pascoli.
4. Ormai il danno è fatto. E non resta che santificare tutti. Calvino è diventato un classico, Pasolini anche, e poi Lalla Romano, Maria Bellonci, e tanti altri. Li hanno sommersi di polvere. E oggi non si riesce più a discutere di niente. Nemmeno di loro. Sono nate collane di classici dove ci hanno messo persino uno scrittore come Pier Vittorio Tondelli: bravo e amato, certo, ma non un classico.
È una forbice che si allarga. Sotto: un indistinto agitarsi di gente che scrive. Sopra, nell’Olimpo: una folla di scrittori che hanno apparati critici degni di Leopardi. In mezzo c’è il vuoto. Poi certo qualcuno, ogni tanto, il coraggio ce l’ha. E Nino Borsellino cura e pubblica l’edizione critica delle opere di Andrea Camilleri. Solo che ho dei dubbi che Camilleri sarebbe entrato nei classici se avesse venduto soltanto mille copie di ogni suo romanzo.
5. Nell’ultimo decennio sono apparse su tutti i giornali le classifiche dei libri più venduti. Ma nessuno si sogna di pubblicare le classifiche dei ristoranti che fanno ogni settimana più coperti. Finirebbe che al primo posto risulterebbe qualche autogrill dell’autostrada del sole, non certo Vissani. Se un libro vende si crea «il caso», nuovo squisito genere cultural-giornalistico che non vuoi dire nulla. E i casi, in questo paese provinciale, sono tutti stranieri. Siamo un popolo che legge traduttori, che spesso scrivono in un brutto italiano. Siamo un popolo che non è più abituato a leggere un italiano letterario. Io non credo che Valerio Magrelli abbia molto da invidiare a Giorgio Caproni, che Guido Ceronetti sia più disprezzabile di Franco Fortini, che Roberto Calasso o Umberto Eco siano meno geniali dello Sciascia di Todo modo. Come non credo che Bernardo Bertolucci sia meno brillante rispetto agli anni di Ultimo tango a Parigi. Peccato che nessuno però si premuri di spiegarcelo. I narratori ci sono tutti, e ci sono ancora: Luigi Malerba, Sebastiano Vassalli, Antonio Tabucchi, Domenico Starnone, per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Poi, certo, i best seller da far passare come letteratura ci sono oggi come ieri. E ci sono i fenomeni passeggeri, cannibali, scrittori inventati, autori da premio-poli screditate, compilatori furbi di libri da trenta pagine, o anche meno. Ma c’erano allora come ci sono oggi. Solo che allora non aveva spazio da nessuna parte, oggi se lo sono preso tutto a scapito degli altri.
6. Siamo sommersi da un’estetica nazionalpopolare sconfortante. Da una cultura vecchia e immobile anche quando osa mettere in campo i giovanilismi più improbabili. Con una scuola e una università che diventano via via sempre più inadeguate. È un problema di coraggio. Il coraggio di sostenere delle tesi, il coraggio di saper leggere, il coraggio di scrivere cose che restano, e non soltanto polemiche vivaci che lasciano il tempo che trovano. Io penso che questa di Luperini sia una polemica giusta. Ma non si può aspettare che qualcuno regali spazi preziosi (nel senso del profitto più banale) alla cultura. Perché non accadrà. E non si può più stare fermi a leggere recensioni finte e piatte, che trattano libri e film con lo stesso metro e con la stessa ipocrisia e spesso incompetenza. Ma soprattutto è arrivato il momento di smettere di piangersi addosso, e di puntare il dito contro molta informazione culturale che ci dovrebbe guidare e spiegare le cose, che si rivela di una miopia critica e intellettuale che nel futuro non finiremo mai abbastanza di pagare.
«l'Unità», 19 febbraio 2004
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.