Weblog Topics
Videocracy e il fascismo estetico
Si è parlato poco in Italia di Videocracy, il documentario dell’italosvedese Erik Gandini. Tale lavoro è stato decisamente poco apprezzato in Italia, dove è stato considerato forse come l’ennesima opera in toni sgargianti dell’antiberlusconismo, in chiave troppo antipolitica per essere ben considerato dal popolo di sinistra, e troppo militante per quelli della fazione opposta. Il risultato sembra essere stato uno: l’hanno visto in pochi, e chi l’ha visto ne è, nella quasi totalità dei casi, rimasto deluso. Videocracy però non è affatto un documentario dell’antiberlusconismo. Gandini si propone, con discreto successo, di mostrare gli effetti della crescente invasione di un certo tipo di televisione nella cultura italiana, dal proletariato all’alta borghesia, in questo caso identificata con la classe politica. Che “un certo tipo di televisione” richiami necessariamente alla mente la figura di Silvio Berlusconi, che vengano sfiorati i temi scottanti del conflitto d’interessi e della spettacolarizzazione della politica, è, per un documentario che riguardi l’Italia, cosa necessaria e inevitabile. Il film è però costruito su tre livelli messi a confronto: due di essi vanno quasi in parallelo, e sono le vicende di Berlusconi e dell’accoppiata Mora-Corona, il terzo, quello dai risvolti più inquietanti, mostra la storia di un giovane operaio del bresciano, talmente insoddisfatto della propria vita da non accettarla, ignorandone le componenti di “normalità” (cfr. la madre che dice, tra lo scherzoso e il disperato, che il figlio non ha mai avuto una compagna, per quanto sia un bel ragazzo) per concentrarsi sui tratti che potrebbero portarlo alla ribalta. Il ragazzo ha come controcanto costante l’orda di corpi femminili appartenenti a giovani e giovanissime ragazze, anche loro votate all’unico obiettivo concepibile, il piccolo schermo.
Da qui deriva una delle riflessioni più interessanti sul lavoro di Gandini, vale a dire l’articolo, pubblicato su Micromega e Nazione Indiana, di Andrea Inglese (Videocracy o del fascismo estetico, seguito a breve distanza su Nazione Indiana da Il corpo delle donne o del fascismo estetico). In esso il critico si interroga su due problematiche di grande importanza. La prima, che in un certo senso è anche quella più scontata, riguarda appunto ciò che lui chiama “fascismo estetico”: vale a dire la necessità imperante, in Italia, di adeguarsi a un preciso standard estetico che conduce ad un’inquietante clonazione, una sostanziale assenza di individualità che, per giunta, a causa dello “sforzo perenne”, della “loro aspra disciplina”, ”rende anche tremendamente aggressivi”. Nell’articolo il più grande spunto per una riflessione è dato però dall’accenno alla “capacità di astrazione e di oblio di fronte a tutto ciò”, spostando il problema da coloro che sono “vittime passive” del fascismo estetico a coloro che, in teoria immuni, ne risentono in un modo differente, probabilmente più difficile da accettare: si tratta di chi ha studiato e analizzato a fondo il problema, leggendo “Anders, Debord, Baudrillard, Bauman… Barbaceto, Travaglio, Perniola, la Benedetti, Luperini”, probabilmente scrivendo a loro volta qualcosa al riguardo. Queste persone sono le stesse che, di fronte alla mera realtà, quella non filtrata dalla letteratura e dalla saggistica, non sono in grado di reagire se non astraendosi, come Inglese, riducendo al minimo se non annullando del tutto l’influenza della televisione sulla propria vita, spegnendola definitivamente. Quanto ciò sia produttivo, quanto sia utile ad una reale comprensione delle trasformazioni e della sfera culturale contemporanea, è una domanda di non poco conto.
Inglese si limita ad esternare il dato di fatto, notando l’enorme capacità di astrazione dell’intellettuale di fronte a quello che lui chiama “fascismo estetico” e che potrebbe benissimo definirsi “anestesismo” (eliminando la componente politica della rivoluzione culturale in corso ma mantenendone il dato di fondo), l’incapacità di avere un gusto, un senso estetico come morale, che sia personale e singolo. La riflessione però potrebbe, e dovrebbe, spingersi oltre: urgono a questo punto quelle domande che, all’apparenza trite e ritrite, in pratica sono poste nella stessa ottica anestetizzata di cui sopra: “chi la guarda questa roba?” “a che serve?”… Il “si sa già” non vale più. Lo dimostra Gomorra. Lo dimostra lo shock culturale messo in scena da Walter Siti da Troppi Paradisi in poi. Lo dimostra Raffaele Simone con il suo Il mostro mite, sottotitolato perché l’Occidente non va a sinistra. Tutti questi esempi conducono allo stesso, fondamentale, punto: un intellettuale che non si riconosce nello stato attuale della società non ha il diritto di adeguarsi e scindere in due il proprio cervello, deve anzi sempre di più e con più forza tornare ad intromettersi, ad osservare, a toccare con mano. Solo così sarà possibile definire “fascismo estetico” ciò che, implicitamente, è già connotato come “fenomeno di destra”, e solo così potrebbe essere più semplice ancora da combattere.
Un aneddoto racconta di come un noto professore a lezione usasse dire: “studiate. Anche studiare è antiberlusconiano”. Verissimo, ma trascurare il resto, anzi lasciando che studio e “il resto” tornino ad amalgamarsi e compenetrarsi, lasciando che l’uno torni realmente a farsi categoria critica dell’altro. Perché questo avvenga, bisogna capire nel profondo le mutazioni avvenute nella società contemporanea ed essere in grado di sfruttarle, utilizzandole nel migliore dei modi possibili. Da internet in poi, è un’altra storia, e va conosciuta. Lo stupore non basta più.
Silvia Costantino
Nadia Cavalera su L'età estrema
ROMANO LUPERINI, L’età estrema, Palermo, Sellerio, 2008
L’anticamera della morte, recensione di Nadia Cavalera
Chi volesse solo distrarsi, svagarsi, non lo legga. “L’età estrema” (Sellerio, 2008) di Romano Luperini non è per nulla divertente, nel senso etimologico originario (e quindi poi nella comune accezione odierna), ma anzi è convergente, nel senso che non storna, non allontana, ma concentra, in maniera spietata, l’attenzione del lettore sull’assillo principale di ogni essere umano (che ne abbia coscienza o no), e, secondo me, anche di ogni essere vivente (sebbene non si sia ancora in grado di dimostrarlo): la morte. Inevitabile per tutti. E così angosciante per qualcuno, come l’io narrante di questa storia, da volerla anticipare. «Mi agito mi muovo mi precipito in posti lontani. Fuggo la morte e mi accorgo di correrle incontro», (p.12)
È la morte che aleggia stagnante, asfissiante tra le pagine di questo racconto lungo, diviso in tre parti (corrispondenti ai mesi di settembre, ottobre, novembre), e 20 quadri diaristici, composti da un anziano docente universitario in trasferta in America, nel decimo anniversario del crollo delle Torri gemelle. Dove trova «le bandiere di un paese in guerra. Non più trionfali gonfie di orgoglio ferito», come dieci anni prima «ma come rassegnate a una testimonianza, a documentare un lutto e una necessità ». In una nazione che appare sempre più, secondo l’amico Robert, un «gigante caduto nelle sabbie mobili, con il suo stesso peso che lo fa affondare sempre di più»
È l’anno fittizio del 2011.
«Prima a Robert, poi tocca a te. Prima uno, poi l’altro. Prima i tuoi genitori, poi i tuoi fratelli, gli amici, i coetanei. A uno a uno. Sino al tuo turno», confermerà, in seguito più esplicitamente, dinanzi all’agonia di Robert stesso, il protagonista/autore (la componente autobiografica è innegabile), in piena crisi di ruolo (tant’è che, da insigne critico indulge sempre più a praticare l’ambito creativo), e fisica, per l’incalzare galoppante della senescenza, parte finale, estrema appunto, della vita, e anticamera della sua conclusione. Cui, nello sfondo, fa da perfetto pendant allegorico precostituito (incapace di sviluppi inattesi, dell’auspicato movimento rigenerativo), lo sfacelo ideale e materiale del mondo circostante. In preda, in questi anni tristi, al relativismo più bieco, alla globalizzazione più feroce, all’arroganza sfrenata delle classi dominanti, che contano sull’«efficienza del denaro e dell’organizzazione» per costruire, secondo loro, «l’eleganza, la raffinatezza della civiltà e della cultura» mentre permane la soggezione impotente delle classi succubi, in balia degli altrui giochi finanziari, stordite dal consumismo infiocchettato di perversi passatempi, manipolate costantemente nelle loro menti, e tenute sotto controllo con inoculazioni sistematiche del seme della paura. Antrace, influenza dei polli, terrorismo a gogò, pandemie varie, stragi di Stato, nubi tossiche. Come quella che compare anche in questo resoconto di viaggio, e che costringe tutti al trasferimento nei centri appositi di isolamento.
Non il protagonista (per un «residuo di abitudine di andare contro corrente come un tic una sfida che ripeto da sempre»), che preferisce restare chiuso nel Residence EUGENIA, alle prese con l’invasione di resistentissimi forse onirici scarafaggi verdi («sopravivranno all’uomo») mentre vede morire fuori, dopo una prima fase di supposta bellicosità, colombi e gabbiani. Quando potrà uscire, scoprirà altri animali morti: topi, cani anche la foca che all’inizio del racconto s’aggirava tra i detriti del litorale. Saprà di uomini morti.
Orribilmente sfregiato nelle sue possibilità di sopravvivenza, sul baratro dell’estinzione esso stesso, è un mondo irriconoscibile per chi, animato da una reale speranza di cambiamento, ha aderito agli ideali del Sessantotto, per vederli poi negli anni sfilacciarsi, sino a mutare e ridursi a forme egotistiche aberranti. Che non risparmiano certo il mondo accademico. Ne è esemplare conferma il “brillante” personaggio di Giorgio, il collega di Los Angeles, che si fa scivolare tutto addosso («E la fine del mondo e io sto bene perché dovrei lamentarmi?»), anche la sparizione, ad opera della CIA, di un suo valido assistente pakistano, pur di ottemperare al suo cinismo, fatto di rincorsa al successo, di partite a calcio nei campus (pur nel disastro incombente), moglie in carriera peraltro insoddisfatta, cene in ville con grandi vetrate, piscina e tuffi in discorsi razzistici, spruzzati da plateali dichiarazioni di non appartenenza politica, per la mancanza, si sostiene, di una proposta convincente, che comprenda tutta la realtà e spieghi con chi stare.
Di certo il protagonista non sta con Giorgio. I suoi discorsi lo inquietano in quanto lontani dalla sua sensibilità.
«La voce di Giorgio mi attira e mi mette in allarme. Viene da un mondo che mi è estraneo che è cambiato senza di me in cui non riesco a riconoscermi. Un mondo con cui è impossibile competere o lottare perché non offre appigli e come una superficie liscia e compatta che sfugge ad ogni presa. ».
Rapportarsi con questa generazione che si posiziona al di là «della disperazione e della speranza » è impossibile. E se proprio costretto a un qualche pur minimale confronto, come nella gita in montagna con l’aitante collega, meglio addirittura schermirsi dietro la sua condizione di anziano: «Uno della mia età dovrebbe passeggiare in riva al mare leggere prendere il sole su una panchina». Che si direbbe accettata, mentre resta intollerabile Già dall’incipit: «La vecchiaia è un’appendice in fondo al ventre. Un involto nei pantaloni, un ingombro rattrappito sul legno della panchina». Tanto più che si è insediata nel suo corpo subdolamente senza che lui se ne accorgesse: «Giorno dopo giorno impercettibilmente mi ero trasformato, a mia insaputa ero diventato un altro».
Tutto è cambiato nel soggetto interessato. La rappresentazione di sé, ancora giovanile non corrisponde alla percezione degli altri. «In me interno ed esterno non si corrispondevano più». E ancora: «Era cambiata l’idea che gli altri vedendomi si facevano di me era cambiato il modo in cui mi vedevano le donne e io ancora non mi ero accorto. Ero diventato vecchio e non lo sapevo. La mia vita non valeva più come prima invecchiando la vita perde valore».
Per gli altri, ma anche per lui. Si vede nudo allo specchio. Deformato: ventre gonfio, cazzo moscio pendulo incapace anche di pisciare, festoni qua e là di pelle vizza, capelli radi biancogiallastri come unti. La dentiera in mano. È la piena autosvalutazione. Ed è un fatto, la verità, non certo un’interpretazione con cui cincischiarsi futilmente.
L’autore, preso atto che il proprio orizzonte si è ridotto pericolosamente, vede la fine vicina.
Di qui quell’aria pesante, plumbea di cui dicevo in apertura e che è, per me, l’elemento caratterizzante. Intossica tutte le pagine e non riesce ad essere rarefatta neppure dall’inserimento nella trama di un’avventura sessuale del vecchio prof con una giovane donna, già sua amante in passato ed ora moglie di Giorgio: Claudine, per lui «non solo la bellezza ma il coraggio non solo la ragione ma la passione», inseguiti per tutta la vita. Non giova ad alleggerire il clima neppure la conseguente procreazione di un’altra vita.
La figura di Claudine, sebbene l’autore le riservi, a piè sospinto, termini di luce, non schiarisce minimamente la scena. Non s’impone. Per fortuna. La banalizzerebbe. Rimane al racconto come la vecchiaia al protagonista: un elemento posticcio, un ingombro, il tributo pagato al bisogno di messaggi di speranza, tranquillizzanti, col rischio dell’avverarsi dell’incubo, ricorrente nel protagonista, di essere una scimmia che scrive o dipinge l’autoritratto: un altro narciso.
Il racconto si salva in positività nel suo essere realistica inclemente testimonianza personale. Nel suo tragico nichilismo sostanziale. Riaffermato dalla conclusione. Lui sulla spiaggia, inchiodato sul ramo di un albero contorto che cresce in orizzontale. Prostrato nella sabbia, come lui nella vita. Come la città alle spalle (nonostante le forme geometriche razionali), persa in un mondo che non riesce ad ergersi dalla sua condizione di degrado.
Sotto un cielo «vuoto e buio», il protagonista guarda l’oceano, futuro ignoto, in posizione apparente di resistenza estrema, ma in realtà senza più voglia di agitarsi, di fuggire, di lottare, ma solo di sparire. In flash tra Munch e Kirchner, il corpo è piegato in avanti, la testa fra le mani, i gomiti sulle ginocchia. Favorendo, come già l’America di Robert, l’affondo dei piedi nella «polvere di sabbia». Del presente nel suo continuum inarrestabile. È pronto a morire.
Nadia Cavalera
su http://www.nazioneindiana.com/2009/08/16/su-leta-estrema-di-romano-luperini/
Natale Tedesco su "L’età estrema "
Natale Tedesco ha scritto un articolo dal titolo "Il romanzo di Luperini. Breve apologo laico" che è stato pubblicato il 29 aprile 2009 nell’edizione di Palermo del quotidiano la Repubblica.
Si legge nell’intervento:
Ci voleva uno scrittore siciliano come Andrea Camilleri per fare accogliere nel “divano” della casa editrice Sellerio, collana ormai non meno prestigiosa della “memoria”, il secondo romanzo di Romano Luperini L’età estrema. Luperini tiene la piazza scolastica di Palermo da tanti anni, ma è significativo che il suo lavoro di scrittore venga discusso nell’ambito della ricerca del Laboratorio “Incontri con gli scrittori” della Facoltà di Lettere diretto da Domenica Perrone. Peraltro, come vedremo, un punto fermo della ricerca letteraria di Luperini è L’imperio di Federico De Roberto, accanto all’amato toscano Federico Tozzi. Chi conosce già Romano Luperini come antologista, storico e teorico della letteratura, ne apprezzerà ora l’attività di scrittore. Presentando il suo libro L’età estrema non voglio tracciare un’analisi esaustiva, quanto piuttosto fornire degli spunti d’indagine e delle brevi notazioni di lettura. Il romanzo L’età estrema, pubblicato da Sellerio nel 2008, è tanto più prezioso, quanto più è piccolo. La brevità si accompagna all’efficacia, quella degli apologhi, di quell’apologare laico di cui ho parlato per i racconti di Italo Svevo. Si tratta del secondo e forse più riuscito romanzo dell’autore, che però condivide in forme diverse con la sua prima opera, I salici sono piante acquatiche (Manni 2002), una stessa, esibita struttura autobiografica. La narrazione si modula secondo una forma diaristica, vale a dire che le pagine si susseguono come tessere di un diario.
Per visualizzare il testo completo dell’articolo è sufficiente fare clic qui.
La critica tra dialogo e conflitto
Nel numero IV 2008 di "Paragrafo", rivista di letteratura & immaginari, è stata pubblicata un'intervista dal titolo "La critica tra dialogo e conflitto. Conversazione con Romano Luperini", a cura di Giovanni Solinas.
Fate clic qui per visualizzare il testo integrale dell'intervista in formato PDF.
Silvia Santirosi intervista Romano Luperini
In occasione della presentazione di L’età estrema avvenuta a Napoli (Istituto italiano di studi filosofici) il giorno 6 febbraio a opera di Felice Piemontese e Antonio Saccone, Silvia Santirosi ha pubblicato questa intervista. Se ne riportano alcuni stralci, con qualche piccola integrazione.
Silvia Santirosi:
Questa narrazione è fatta di pagine di diario che, più che costruire una storia, ricostruiscono per frammenti il presente di un’epoca che sta cambiando. Un gesto ostensivo che cerca di indicare, alludere a qualcosa, senza dirla. Una scrittura visiva, impressionistica, descrittiva più che narrativa.
Romano Luperini:
Per me la cosa più importante era descrivere certe atmosfere e situazioni emotive, mettere al centro l’intreccio fra la dimensione esistenziale e quella etica, il cui risultato tende a sfuggire alla scrittura saggistica. La questione che mi sta a cuore è il destino dell’uomo occidentale, espressione che torna anche nel sottotitolo della mia ultima opera saggistica, L’incontro e il caso. La genesi dei due testi è parallela e affonda le proprie radici in una riflessione sulla situazione successiva all’11 settembre. L’atmosfera del postmodernoso, il primato del linguaggio e della metaletteratura, dell’ironia, del citazionismo, della riscrittura sono venuto meno intorno a quella data; oggi si avverte più l’urgenza della realtà, della materialità dei fatti e della storia. Il mio romanzetto nasce anche da questa coscienza.
Silvia Santirosi:
A proposto dell’urgenza della realtà, che cosa pensa del fenomeno del New Italian Epic?
Romano Luperini:
Credo sia soprattutto una trovata giornalistica o una proposta autopromozione. E’ un’etichetta sotto la quale sono raggruppate esperienze troppe diverse. Non vedo cosa abbiamo in comune i Wu Ming e Camilleri, oppure i Wu Ming e Saviano. C’è un abisso e, in questo secondo caso, per esempio, a tutto vantaggio di Camilleri o di Saviano.
Silvia Santirosi:
Nel libro si parla di un quadro di Kirchner, “Inverno a Davos”, che il protagonista va a vedere al Moma di San Francisco. Perché questa scelta?
Romano Luperini:
Un quadro di Kirchner è in copertina anche di L’incontro e il caso. Ovviamente Kirchner è una mia passione. Nel quadro “Inverno a Davos” c’è un uomo, forse un vecchio, che trascina una mucca su un erto pendio, con grande caparbietà. Una sorta di ostinazione, o di resistenza, magari passiva, ma tenace. E’ una figura della vecchiaia del protagonista.
Silvia Santirosi:
Ma il protagonista si autopresenta come superato, come se ogni azione ormai fosse impossibile…
Romano Luperini:
Direi che nel libro c’è un pessimismo tragico, ma non arreso. Per esempio, il personaggio femminile, Claudine, sta lì a ricordarci che «bisogna far accadere qualcosa».
Silvia Santirosi:
Ma Claudine viene invocata alla fine per aiutare il protagonista a sparire…
Romano Luperini:
Claudine rappresenta il femminile, il grembo della nascita ma anche quello della morte. Può idealmente aiutare il protagonista a prepararsi, a farsi accogliere dalla morte. Quel poco di speranza e di positività che c’è nel libro è comunque affidato a lei. Non per nulla appartiene alla generazione successiva rispetto a quella del marito, Giorgio.
Silvia Santirosi:
In effetti Giorgio è il perfetto rappresentante di una generazione «al di là della disperazione e della speranza».
Romano Luperini:
Giorgio incarna l’ilare nichilismo della generazione cresciuta negli anni ottanta e novanta. Fortunatamente la fine della storia, il primato del linguaggio ecc. non mi sembrano più all’ordine del giorno. L’età della globalizzazione e del postmoderno apertasi negli anni settanta beninteso dura ancora, ma l’ideologia del postmodernismo, che ha accompagnato la nascita di questo nuovo periodo storico, mi sembra ormai superata.
Gian Carlo Ferretti su "L’età estrema"
Nel quadro anni venti di Ernst Ludwig Kirchner riprodotto sulla copertina di questo libro, un vecchio procede con fatica trascinando una mucca, in un paesaggio familiare ma irto di difficoltà (un sentiero in salita, la neve, il freddo), con un atteggiamento ostinato. È quasi l’antefatto ideale della storia che seguirà. Quando infatti il protagonista comincia a raccontare, quell’immagine di contrastata tensione e di “estrema” tenacia nella quale in passato aveva potuto specchiarsi, è ormai per lui consumata.
Professore di italiano in California, il protagonista si trova a vivere in un molto prossimo 2011 la presa di coscienza della propria vecchiezza e del corrompimento del proprio corpo, come presa di coscienza dello sfacelo di un’intera civiltà occidentale: civiltà della quale è pur stato oppositore e critico, ma della quale nonostante tutto è stato anche parte. Questo il nucleo problematico centrale dell’ultima opera di Romano Luperini, che è (o si può considerare) insieme diario e reinvenzione di un’esperienza reale, in una prosa colta e lucida, concreta e netta.
L’immagine di degradazione fisica che gli rimanda ora lo specchio, è quella di un «cazzo» che «non è capace nemmeno di pisciare», di un ventre sformato e molle, di una «barba da ammalato, o morto». Il corpo dunque invecchia, e «invecchiando la vita perde valore». Intanto gli amici cari muoiono di malattie crudeli, dentro il corpo martoriato dagli stessi strumenti che dovrebbero guarirlo e che servono soltanto a renderne più atroce la fine.
Questa acuta presa di coscienza viene dunque a coincidere con il decimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, tra bandiere «non più trionfali, […] rassegnate a una testimonianza» e stanche esercitazioni antiterrorismo di routine, mentre si scopre con dolore e rabbia che il giovane e bravo assistente pakistano Hamid forse è stato «portato via» dalla CIA senza la salvaguardia dei suoi diritti civili, ma forse è anche colpevole di avere «ingannato» o «tradito» i suoi colleghi e sostenitori dell’università. Un piccolo episodio che ripropone i termini essenziali della tragica partita che si gioca a livello planetario tra l’Occidente e i suoi nemici, con gli antichi ruoli di oppressori e oppressi, di vittime e carnefici ormai rovesciati, come dice un amico del professore protagonista: «Noi colpevoli dominiamo a centro campo, assediamo l’aria avversaria, tiriamo da tutte le posizioni, e intanto gli innocenti scendono negli spazi che lasciamo liberi, sgusciano da ogni parte, ci trafiggono in contropiede quando non ce lo aspettiamo. Se continua così, finiremo eliminati».
Ma la civiltà morente ha in sé una forza di inerzia irresistibile, regolata da logiche endogene e autosufficienti: «la Borsa continua ad andare su e giù, il sabato e la domenica gi stadi sono pieni, il solito share dei programmi televisivi, il solito affollamento dei supermercati e delle discoteche». Mentre anche le proteste degli studenti contro la guerra si succedono con rituale ripetitività. Quando infatti “la cosa” accade di nuovo, ecco che dopo la morte di uomini e animali (e il sopravvento degli scarafaggi verdi: segnali di una infezione profonda), tutto ricomincerà come prima, e torneranno «commercializzazione di nuovi farmaci, nuove guerre, discorsi e dibattiti», eccetera.
Ma Luperini lascia filtrare qualche spiraglio di luce: non sono tanto i ricordi di passate e lontane armonie o di attive conflittualità (la figlia, il paesaggio toscano, il Sessantotto), quanto piuttosto il concepimento di una nuova vita, nato da un atto veloce ma intenso di amore: un piccolo corpo tenero e fresco finalmente, di padre incerto ma di madre determinata a farlo maturare dentro di sé: «Bisogna cominciare a fare accadere qualcosa, interrompere la catena», dice Claudine.
Gian Carlo Ferretti
Luca Zorzenon su "L'età estrema"
Ne L’età estrema (Sellerio, 2008, pp. 107) Romano Luperini –qui in veste di narratore- affronta il tema della vecchiaia. Quella di un anziano professore universitario che si reca in California per alcuni mesi, ospite di un’università. All’immagine impietosa della sua “extrema aetas” si sovrappone quella dell’“età estrema” del cuore, tutto nordamericano, di un mondo occidentale votato ad organizzare con perfetta efficienza economica e tecnica il proprio declino di senso e a lastricare la via della propria autodistruzione.
Il racconto (un breve “romanzo” in forma di memoriale scritto in prima persona) differisce il tempo storico in un immaginario (ma nemmeno troppo) anno 2011, nei giorni del decennale dell’attentato alle Twin Towers, per poi prolungarlo nei successivi mesi autunnali. Il leggero scarto temporale nell’immediato futuro è tuttavia un elemento architettonico costitutivo dell’invenzione narrativa e consente all’autore di mettere meglio a fuoco un’ottica storico-sociale sul presente e di interpretarne le tendenze politico-culturali profonde. E il protagonista confessa che gli è estraneo questo mondo, governato interamente dall’efficienza del denaro e dell’organizzazione, «con cui è impossibile competere o lottare, perché non offre appigli, è come una superficie liscia e compatta che sfugge a ogni presa» (p. 18).
Negli occhi di un «testimone muto, un osservatore stanco e recalcitrante» (p. 41), la società statunitense è osservata vivere in uno stato di paradossale normalissima allucinazione in cui convivono senza scarto di continuità i piani della quotidianità più trita e normale e dell’incubo collettivo, l’invasivo intrattenimento mediatico e la psicosi collettiva dell’attentato, la festa delle merci nell’ipercentro commerciale e le esercitazioni di protezione civile antiterrorismo.
E l’attentato accade, in deflagranti forme chimiche, ma tutto – già perfettamente e quasi burocraticamente previsto e organizzato - scorre come sullo schermo un film già visto, nei tempi, nelle forme, negli esiti: se però le vittime non si vedono né si raccontano, la bonifica post attentato è esatta, il rientro alla normalità indifferenziata delle persone e delle merci è accuratamente monitorato e gestito. L’accadere umano e politico, percepito come evento naturale, si risolve in una sorta di definitiva, rassegnata e moderna “quiete dopo la tempesta”: «Ormai ci stiamo abituando a tutto – è Claudine a parlare –. Ogni giorno esercitazioni, dobbiamo metterci i guanti anche per aprire una lettera... la gente è tornata a morire di carbonchio come dieci anni fa, ma fa lo shopping, guarda le vetrine, controlla i prezzi» (pp. 59-60).
A questa sua geometrica decadenza, il mondo occidentale è incapace di opporre un’autentica autoconsapevolezza critico-intellettuale e della produzione politica di senso: «Vedi l’efficienza del denaro e dell’organizzazione – dice il collega che mi accompagna- senza, non è possibile nemmeno l’eleganza, la raffinatezza della civiltà e della cultura» (pp. 16-17). A quest’epoca “estrema” va incontro il protagonista maschile, l’anziano professore, nel momento in cui decide di lasciare la propria casa isolata nelle colline dell’Appennino per recarsi nel centro ombelicale del mondo moderno. Alla partenza, la figlia avrebbe voluto infilargli in valigia una maschera antigas: è con il rifiuto del padre, sulla soglia di casa, che inizia il viaggio del protagonista dentro la sua personale “estrema età”, una progressiva, indifferibile distonia con il tempo, individuale e storico: «mi aggiro in una storia che mi ha superato che non è più la mia. Sono un vecchio che guarda» (p. 42).
Oltre all’io che si narra, pochi altri personaggi. Robert, un amico e compagno di studi morente all’ospedale, la giovane Claudine amica-amante, Giorgio suo marito, Hamid, un giovane ricercatore pakistano che Giorgio vorrebbe avviare all’integrazione nel sistema occidentale e che invece scompare all’improvviso e in modo inquietante nelle ore precedenti l’attentato. Ha i denti di un biancore scintillante, nota il protagonista: quando sorride è «un segno di amicizia o di minaccia»? Alcuni brevi flashback sull’infanzia ci schiudono immagini del padre e della madre, altri della stagione delle lotte politiche e sociali del ‘68.
Diciamo subito che, nel breve sistema dei personaggi cui la dilatazione diaristica della scrittura in prima persona lascia posto, si coglie una marcata conflittualità di genere nell’opposizione femminile (polo positivo) vs maschile (polo negativo). Da una parte le figure femminili: Claudine, labile e illusoria ultima fede nel futuro dell’io protagonista; la madre, breve memoria di protezione dinanzi alla paura infantile; la figlia, il saluto “freddo” al padre prima della partenza ma pure l’invito ad attraversare comunque il mondo violento e assurdo e sia pure con una maschera sul viso. Per contro, la maschilità paterna – nei brevi ricordi d’infanzia - è tutta in un «sorriso beffardo», prova di prepotente e naturale fisicità, di superiore sessualità, di fronte a cui il figlio vorrebbe tozzianamente chiuder gli occhi; Giorgio, il mediocre marito di Claudine, è un quarantenne che abdica a qualunque responsabilità e resistenza intellettuale al corso delle cose, vuol nuotare nella corrente, sceglie la carriera imprenditoriale, appartiene ad una generazione che si crede oramai «al di là della disperazione e della speranza». E se il figlio di cui Claudine si trova incinta non sai se sia dell’io o di Giorgio, l’importante è che Claudine lo voglia crescere e per crescerlo meglio e meglio proteggerlo divida le sue strade dai personaggi maschili, da quelle del marito ma anche dal protagonista. Oppure, ai personaggi maschili il destino può riservare – come al protagonista o all’amico Robert - la sorte solitaria del dissolvimento afasico, dell’abbandono del tempo di un mondo ad essi ormai estraneo.
Il solo a non lasciare l’abitazione, a non concentrarsi in un punto collettivo di raccolta e fuggire dalla città dopo l’attentato chimico è proprio il protagonista: chiuso nel suo appartamento ingaggia una lotta kafkiana, ridotta prosaicamente a colpi di ciabatte, con verdi scarafaggi che invadono il Residence e si moltiplicano, penetrano ovunque, corrono pavimenti e soffitti. Sono pagine di allucinata, grottesca visione di un conflitto ormai irredimibile tra io e natura per la sopravvivenza in un mondo occidentale sconsolato e senza prospettiva di senso.
Il tema della reclusione e della clausura in realtà è parte (e fin dall’inizio del racconto) della stessa scrittura di Luperini, di lucida e tesa compattezza. Quel viaggio aereo dall’Italia alla California annulla se stesso in un punto immobile ed estremo nelle primissime riflessioni del protagonista: «Cosa ci faccio qui? Perché sono venuto in questo paese? Le mie ossa chiedono solo di riposare, eppure io non sopporto la quiete» (p.12). Come a segnalare fin dall’inizio una tensione al movimento e al cambiamento che però non sanno più darsi. E lo stile costituisce l’anticipazione formale linguistica della vocazione all’isolamento e alla dissoluzione che via via matura nel protagonista.
La scrittura, a corti brani spaziati tra loro, descrittivi o riflessivi, realizza anch’essa nella sua brevitas frammentata una figura dell’occlusione perché abita dentro una struttura narrativa che è segnata da una circolarità compatta e chiusa. Come l’insensatezza del vivere, così anche lo scrivere avanza a «strisce» irrelate (è l’immagine della vita moderna che si confessa Claudine, p. 60), che tentano un difficile rapporto fra loro, ma procurano ellissi, aprono sulla pagina diaristica spazi bianchi e vuoti.
Immagini, figure, gesti, pensieri, situazioni –ma anche sogni e allucinazioni- sono annotati dall’io narrante in una scrittura che, nella sua chiave di prevalente paratassi, par bloccare l’io in un cerchio senza uscita e disseccargli il rapporto con la vita, quasi fuggendone l'impossibile tentazione lirica o passionale, tranne quando la parola si flette su Claudine.
Il tema della merce e della mercificazione della vita, riflessa nelle abitudini della folla che mai diviene consapevole opinione pubblica, conduce talora al procedimento dell’accumulo indifferenziato che riecheggia qualcosa dell’ultimo Volponi, ma più secco e snervato rispetto all'eccesso ancora vitalistico volponiano, e tale per cui la scrittura di Luperini non si configura più, oramai, come principio di resistenza al corso insensato della realtà.
In questo senso, nel Luperini dell’Età estrema, più ancora che nel romanzo d’esordio, la “descrizione” ha davvero soppiantato qualsiasi “narrazione”. Come già era nel precedente I salici sono piante acquatiche (Manni, 2002), ma in forme ancor più radicali, è «la forza anonima del potere che controlla la durata delle istituzioni, distribuisce i significati correnti e l’oblio. È lui che conduce la narrazione, l’unico protagonista. A noi resta la descrizione, lo scialo trito della minutaglia».
Qui, nell’Età estrema, una scrittura in prevalenza visiva ed espressionista, è anche la, sia pur razionale e sorvegliata, espressione dell'aspetto corporale che ancora all'io rimane. Come se la resa, che la vecchiaia e il sorpasso del tempo estraneo (storico e biologico insieme) hanno prodotto nelle capacità di opposizione del pensiero e della ragione critica, cercasse un suo compenso nella chiamata ultima del corpo a tentare ancora un’intesa con il mondo e la vita.
E in tal senso diviene decisivo il rapporto dell’io con Claudine: «ma qualcosa che la mia generazione ha cercato per tutta la vita – non solo la bellezza ma il coraggio, non solo la ragione ma la passione – soltanto in Claudine l’ho trovato» (p. 82). Il corpo, però, è quasi solo – potremmo dire, alla Sbarbaro - occhi che guardano (e forse il dubbio di un ultimo figlio, ma lanciato al mondo futuro ormai disperatamente).
Al suo interno, la scrittura di Luperini svela, seppure in sordina e mai esibiti, alcuni momenti di particolare intensificazione linguistica poetica. Un solo breve esempio, fra altri, del rilievo fonosimbolico di tendenza espressionista nella descrizione della decadenza del corpo: «Ecco la pancia tonda, è una protuberanza grossa, grossolana, grottesca, sta lì nel centro del corpo e mi gonfia, mi sforma i fianchi se mi metto di profilo, mi deforma. E poi, se abbasso la testa sul mento, chiazze vizze di pelle e di carne sgualcita [...]» (p. 48).
Entro una natura percepita quasi sempre arida o inquietante, talora artificialmente inglobata in scenari urbani postmoderni, nemmeno il mare, che sovente nelle pagine del romanzo apre il suo invito a dilatare l’orizzonte, si converte in punto di fuga, in promessa del varco.
Anche il corso dell’intreccio chiama su di sé, si diceva, il senso di una circolarità occlusiva: l’evasione finale dal Residence dopo il rientro dell’emergenza conduce il protagonista ad una solitaria fuga dalla città verso la spiaggia (quasi un Arsenio immerso nel postmoderno?) dove tuttavia, distesa nella sabbia, egli ritrova, compagna, la foca morta che nelle prime pagine osservava dal lungomare, affamata e pure schernita dal pescatore e dal corteggio di gabbiani ad ali plaudenti.
L’elemento dell’acqua, è quasi sempre presente agli incontri tra l’io e Claudine – reali o immaginari -, giovane donna e allegoria estrema di un sogno (o di un varco) di bellezza e verità, di autenticità e di senso; e tuttavia il rapporto di circolarità edipica (amante - sposa - madre) riflette ancora una volta la radicale e definitiva introversione centripeta del movimento che è la vecchiaia del protagonista: «sono come un bambino, un vecchio che regredisce e torna bambino, sono solo corpo, senza responsabilità, senza cervello, sono pura epidermide. Ciecamente sento crescere, crescere, crescere il desiderio, ciecamente le bacio le radici dei capelli sulla nuca, ciecamente le mordo le spalle, e la tengo su di me, coi suoi grandi occhi che mi si dilatano sopra [...]» (pp. 61-62). L’“uomo che guarda” finisce per desiderare la cecità.
Di fronte al mare, che col movimento «delle onde che scrosciano sul frangente e rotolano lunghe verso la riva» (p. 107) respinge l’io sulla terraferma, solo, piegato sulle ginocchia, il protagonista, pensando a Claudine, lascia scorrere il tempo senza senso dell’età estrema, sua e del mondo.
Luca Zorzenon
L'allegoria di una generazione. Intervista di Gilda Policastro a Romano Luperini.
D: È in libreria da qualche mese un tuo romanzo breve, L’età estrema (Sellerio, 2008), la cui uscita è stata anticipata da una discussione nel tuo blog sulla legittimità o meno oggi per un intellettuale, critico, professore universitario di proporsi al pubblico con un libro di finzione. Da cosa muoveva la tua autocritica? Quali le tue remore?
R: Le remore sono dovute a ragioni generazionali, e quindi latamente politiche, per un verso; e per un altro sono di tipo psicologico, e hanno a che fare col problema del narcisismo. Tralasciando le seconde, che interessano di meno, sulle prime posso dire che mentre il saggista ha ancora un mandato sociale (sia pure ormai sempre più ristretto), vivendo in un’istituzione all’interno della quale svolge un ruolo, chi invece non abbia giocato la propria vita su una scrittura letteraria, ma su un altro tipo di scrittura, ad esempio quella saggistica, come nel mio caso, non si trova facilmente legittimato a scrivere romanzi. L’unica giustificazione che mi sento di dare è di natura non privata ma pubblica: un certo discorso che vado facendo sui destini dell’occidente e che ho sviluppato particolarmente nel mio ultimo libro di saggistica, L’incontro e il caso (Laterza, 2007), tralascia una serie di implicazioni di tipo psicologico, antropologico, emotivo, che sento il bisogno di esprimere, proprio per completare il quadro complessivo di crisi di cui intendo parlare. Quindi da un certo punto di vista L’età estrema è un po’ il rovescio narrativo de L’Incontro e il caso: svolge cioè lo stesso discorso, ma lo svolge attraverso la rappresentazione narrativa di un caso individuale.
D: E dal punto di vista della scrittura, qual è la differenza tra il romanziere e il critico?
R: Dal punto di vista della scrittura è tutta un’altra cosa. Facendo una constatazione banale, una pagina dell’Età estrema mi costa il tempo di venti pagine de L’incontro e il caso. Cioè per scrivere una pagina letteraria mi occorrono un’energia, un impegno di tempo, una intensità molto maggiori che per sviluppare lo stesso discorso sul piano saggistico. Ciò può essere dovuto al fatto che sono un dilettante: non ho giocato la mia vita su questo aspetto, come fa un vero scrittore. Però io credo anche che questo impegno, almeno dieci volte superiore, derivi dalla mia ricerca nella scrittura letteraria di una particolare intensità: tendo a cassare tutto ciò che è opaco, ciò che è trama e basta, in modo da comunicare il massimo di emotività, di intensità possibile. L’età estrema è il prodotto di una riduzione: all’inizio avevo scritto un vero e proprio romanzo, tre volte più lungo. Poi tutte le parti interconnettive sono state abolite, e questo ha provocato la necessità di scrivere e di riscrivere. Il risultato sarà quello che sarà, ma certo la scrittura letteraria è una vera e propria fatica, per me.
D: Questo è il tuo secondo libro di narrativa. Quando uscì il primo, I salici sono piante acquatiche (Manni, 2002), ne rivendicavi la differenza rispetto alle autobiografie scritte dai tuoi colleghi sostanzialmente per esibire il cursus honorum, mentre tu sceglievi di raccontare la tua vita senza censure e cioè senza tacerne la dimensione privata. Vale anche per questo libro?
R: L’aspetto autobiografico in questo caso è abbastanza limitato e si restringe all’occasione della scrittura: all’indomani dell’11 settembre ero negli Stati Uniti, dove ho vissuto la situazione di paura e di incertezza successiva all’attentato. Questo è il punto di partenza autobiografico. Poi la vicenda è però ambientata nel 2011, perciò l’elemento inventivo è molto superiore rispetto ai Salici, che era sostanzialmente un romanzo autobiografico. Certo, nemmeno lì mancavano elementi d’invenzione, ma sostanzialmente il libro rispettava il senso della mia vita. Così come in questo c’è qualcosa che mi riguarda: l’aspetto privato, la riflessione sulla vecchiaia, il declino individuale, il corpo, la fisicità da un lato; dall’altro le considerazioni politiche e polemiche sulla situazione planetaria, su quello che prima chiamavo “il destino dell’uomo occidentale”.
D: Tornando alla tua attività critica, uno dei suoi elementi distintivi è l’interpretazione allegorica. Vale anche per il tuo romanzo, la stessa possibilità?
R: Diceva Borges che ogni romanzo moderno è sostanzialmente allegorico, perché vi si racconta una cosa per parlare d’altro. Anche in questo caso si racconta la storia di un professore che ha l’incontro con una giovane e vive con lei una storia d’amore, sostanzialmente per parlare di altro, cioè del declino di una civiltà, con un parallelo tra storia individuale e storia collettiva. Se si vuole, c’è l’allegoria di una generazione. L’editore l’ha infatti presentata come la storia dell’ultima generazione tipicamente novecentesca. Il protagonista ha creduto nella scommessa politica, nel Sessantotto, e giudica i fatti nell’ottica di chi un tempo era abituato a cambiarli. Poi vede che le nuove generazioni, invece, accettano le vicende senza più metterle in discussione. Nella rappresentazione di questi personaggi certamente si può intravedere un elemento allegorico, ma non è sovrapposto. Devo dire poi che se penso a questo modo di ragionare, certo non è il modo della maggior parte dei giovani scrittori. Mi sembra che i narratori che hanno al di sotto dei 50 anni tendano esclusivamente a parlare di se stessi, o del privato dei propri personaggi, come se non ci fosse uno sfondo storico, una verità sociale, pubblica. Penso che effettivamente sotto questo punto di vista quella dell’Età estrema sia una storia ancora novecentesca.
D: In effetti parlando della generazione dei trentenni-quarantenni, ti esprimi spesso in termini negativi…
R: In questo racconto o miniromanzo, in realtà ci sono due rappresentanti delle generazioni giovani, e io faccio una distinzione molto netta fra i due: l’uomo si è formato nel nulla degli anni Ottanta, e quindi ha un giocoso relativismo, o, se si vuole, l’ilare nichilismo, come l’ho chiamato qualche volta, del postmoderno. La donna, che poi nel racconto è la moglie di questo personaggio, avendo una quindicina di anni meno, riflette una generazione diversa, che ha conosciuto la precarietà, che cerca di integrarsi nel mondo dell’università con fatica, e che è anche più politicizzata. Basti pensare alle reazioni che i due hanno di fronte a un episodio sintomatico (la scomparsa, probabilmente ad opera della Cia, di un ricercatore musulmano): lui accetta il fatto come normale, mentre l’indignazione e la reazione politica della donna stanno a significare proprio questa differenza tra le generazioni. In effetti penso che l’ultima generazione, quella che ha ora tra i 20 e i 30 anni, sia più disperata, ed essendo più disperata abbia anche un atteggiamento tendenzialmente più combattivo.
D: La rivista che dirigi, «Allegoria», lancia nel suo ultimo numero un’inchiesta sul “ritorno alla realtà” nel cinema e nella letteratura. Come si concilia questo ritorno, con l’allegoria?
R: L’idea che l’allegorismo sia nemico del realismo è un’idea che sta alla base del libro di Croce sulla Commedia di Dante. Ma negli stessi anni Eliot sosteneva che la grandezza dell’allegorismo dantesco fosse dovuta agli elementi di realismo. Non c’è affatto opposizione o contrapposizione, tanto e vero che c’è chi ha parlato di “realismo allegorico”. Sul piano teorico questo è perfettamente realizzato. Ma se si passa al piano della letteratura che viene praticata, non so quanto c’è di intenzionalità allegorica nel “ritorno alla realtà” di oggi. Mi pare che ci sia in effetti una tendenza a riconfrontarsi con le contraddizioni materiali e questo lo giudico di per sé un fatto positivo: significa che uno dei pilastri culturali del postmodernismo, cioè l’idea dell’intertestualità assoluta e della metaletteratura, sia tramontata o comunque in crisi, e che stia nascendo una nuova generazione col bisogno di riconfrontarsi con le contraddizioni materiali. Da qui poi a indicare in queste contraddizioni materiali un destino più generale e un significato più universale, ce ne corre: secondo me questo passo ulteriore non viene compiuto ancora. Però mi sembra interessante che ci siano queste tendenze. Beninteso, presentano anche dei pericoli: per esempio di ritornare a una realtà scontata, richiesta dall’editoria, dal mondo dell’industria culturale, che vuole delle storie semplici, dei fatti. È chiaro che questo rischio c’è, però sul piano della storia della cultura del nostro paese, mi sembra importante che si sia segnata una cesura con le ideologie del postmoderno, e quindi che stia nascendo una generazione nuova, che tende a porsi problemi nuovi.
D: Esiste ancora un posto nella società di oggi per l’intellettuale?
R: Secondo me è finita la stagione del grande intellettuale alla Sartre, la stagione aperta da Zola con l’Affaire Dreyfus, la stagione dell’intellettuale-legislatore, in cui l’intellettuale è il mediatore pubblico della verità: è una storia lunga questa, in fondo già aperta da Fichte, dal Discorso sul dotto, e poi avanti, in tutta la storia del Novecento, fino all’Affaire Moro di Sciascia o alle Lettere luterane di Pasolini. Ecco, questa figura che è stata centrale nella nostra storia, ho l’impressione che sia finita, tramontata, non ha possibilità di esistere. In realtà il passaggio dall’intellettuale-legislatore all’intellettuale-interprete è qualcosa che si è realizzato, ma in apparati come le università, la scuola, marginali e marginalizzati. Quindi il destino di emarginazione sembra connaturato a coloro che possiamo chiamare i lavoratori della conoscenza, sempre più frustrati, precari, addetti a funzioni pratiche. Il problema è se questa nuova dislocazione sociale può anche porre le condizioni per un nuovo modo dell’intellettuale di essere presente sulla scena, non più ovviamente da una posizione di centralità. L’intellettuale è sempre periferico, e però oggi, nel proprio essere periferico, può sviluppare un’azione che lo porti a interpretare il destino di tutti coloro che sono periferici, marginali, esclusi. È una questione che ha posto in modo molto rapido Said, cominciando a intuire questa condizione a partire probabilmente dall’esperienza personale. Se l’intellettuale impara a guardare il mondo da una posizione di esilio, può svolgere un’operazione estremamente utile, di contrabbando tra frontiere diverse, situazioni diverse. L’intellettuale è sempre più un traduttore, e di fronte all’invasione crescente dei popoli che muoiono di fame, che provengono dal sud e dall’est del mondo, tale funzione oggi è sempre più utile, a patto che la si svolga entro la nuova prospettiva, non più egemonica, non più protagonistica.
Roberto Carnero su "L'età estrema"
La vecchiaia dell'Occidente come crisi irreversibile in un romanzo di Luperini
Un romanzo sulla vecchiaia, sul tempo che passa, sul progressivo indebolimento del corpo. Mentre oggi nella narrativa italiana è imperante il verbo giovanilista (quanto sono vezzeggiati i «giovani scrittori» e quanti sono gli autori ultraquarantenni che giocano a fare i ragazzini...), questo libro di Romano Luperini si segnala già solo per l'originalità del tema affrontato. Si intitola «L'età estrema» (Sellerio, pagg. 110, euro 9) ed è il secondo romanzo di Luperini (dopo «I salici sono piante acquatiche», edito da Manni nel 2002), noto studioso di Letteratura italiana, materia che insegna all'Università di Siena. La forma è quella di un diario, in cui un professore italiano, che si trova in visita presso un ateneo americano, annota quanto gli accade. Il tempo è un futuro prossimo, il 2011, nei giorni attorno al decimo anniversario dell'attentato alle Torri Gemelle. L'anziano docente scrive nelle pagine del suo diario quanto gli succede e quanto succede intorno a lui: la morte per malattia di un collega suo coetaneo (specchio terribile di quanto presto o tardi accadrà anche a lui), il cinismo di chi gli sta intorno, la trasformazione fisica determinata dagli anni, il timore dell'impotenza sessuale, la paura della morte, ma anche la possibilità di un riscatto con una donna più giovane, Claudine, che rivede dopo molti anni e che forse è in grado di aprire uno spiraglio alla speranza, anche se ha deciso di sposare un uomo concreto e prosaico come Giorgio. Poi assistiamo a un nuovo attentato, ordito da imprecisati terroristi con l'intento di rinnovare il terrore dell'11 settembre 2001. Questa volta è una nube tossica, che costringe la gente a lasciare le città e a rifugiarsi in luoghi incontaminati. Ma il protagonista si rifiuta e decide di affrontare la situazione chiudendosi in casa, il tutto raccontato in pagine oniriche e degne dei peggiori incubi kafkiani (non a caso piene di scarafaggi verdi). Eppure anche questo non sembra riuscire a scuoterlo dal suo torpore, dalla sua apatia, dalla sua accidia: «Non ho più voglia di agitarmi e di fuggire. C'è stata un'esplosione, sono morti degli uomini e degli animali, e non è successo nulla. Anche se fosse morta l'intera città, non sarebbe successo nulla». La vecchiaia del protagonista diventa metafora della senescenza di un mondo e di una civiltà, quella occidentale, ormai avviata a una crisi irreversibile. Eppure, al di là di questo livello simbolico, ci sembra che il coraggio del narratore stia soprattutto nel guardare alla cosiddetta 'terza età' senza imbarazzi né infingimenti, ma anzi denudando la realtà nei suoi aspetti più duri e meno gradevoli: «Giorno dopo giorno impercettibilmente mi ero trasformato, a mia insaputa ero diventato un altro. La mia vita non valeva più come prima. Invecchiando, la vita perde valore». Nulla di più lontano dalla retorica classica sulla vecchiaia come età dell'esperienza e della saggezza, sul bagaglio degli anni come ricchezza acquisita, magari da mettere a disposizione delle nuove generazioni. No, il professore settantenne del libro non ha certezze da comunicare, non ha conoscenze da trasmettere, non ha verità da rivelare. È un uomo in preda al non senso che rischia di travolgere tutta la sua esistenza. Un libro forte, sincero, incentrato sulla paura, una paura liquida, diffusa, pervasiva. Un'opera interessante proprio perché manca di pudore. Capace di far sorgere in chi legge la nostalgia di un significato più ampio, di un orizzonte ulteriore, per dare un senso alla vita con tutte le sue contraddizioni. Un po' come accade quando si legge Leopardi e, in genere, i grandi autori della crisi: da Pirandello a Svevo, da Kafka a Joyce.
Roberto Carnero
Mario Domenichelli su "L'incontro e il caso" e la critica tematica
Pubblichiamo l'ntervento di Mario Domenichelli dell'Università di Firenze al convegno di Cosenza del giugno 2008 sul libro di Luperini "L'incontro e il caso" e la critica tematica.
Per visualizzare l'intervento di Mario Domenichelli, fate clic qui.