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Massimo Onofri interviene sull’«Avvenire»
Il 27 ottobre l’«Avvenire» pubblica un editoriale sulla pagina della cultura a firma di Massimo Onofri intitolato Ignoranza (e malcostume) intellettuale. Il titolo dice già tutto: l’articolo parla di Massimiliano Parente e cita fra l’altro l’attacco scriteriato che questo signore mi ha mosso sul «Giornale» del 6 ottobre.
È finita dunque l’epoca del silenzio. L’attacco che ho subito non era davvero una questione personale.
Romano Luperini
Una questione non personale
Mi hanno colpito quanti sono intervenuti sulla mia nota Un killer piccolo piccolo per dire che non bisognava replicare a un killer davvero piccolo piccolo. Se la questione fosse solo personale, avrebbero pienamente ragione. In effetti, dopo il primo attacco di luglio, non avevo risposto pubblicamente (solo due righe in un “commento” di questo blog a proposito dei critici di Saviano). Invece questa volta ho voluto rispondere, e non solo sul blog, ma sulla stampa, dove comparirà una mia replica. Ho vinto le esitazioni (in effetti prodotte dagli stessi motivi che sensatamente Leti e altri accampano nei “commenti”) perché “Il giornale”, con il cambio di direttore e il successivo immediato attacco all’”Avvenire”, ha assunto un compito politico preciso all’interno di una precisa strategia, un compito che perciò va denunciato pubblicamente e pubblicamente combattuto (concordo dunque con il “commento” di Emanuela Annaloro).
Il mio caso è solo una bazzecola; è un caso piccolo piccolo. Ma, pur nella sua insignificanza, non sarebbe stato possibile anche solo quindici anni fa, quando esisteva ancora una civiltà nel nostro paese (perché - si badi – prima che una questione di destra o di sinistra, siamo davanti a una questione elementare di civiltà, di correttezza professionale, di rispetto civico). Se non reagiamo a partire anche dalle piccole cose, rischiamo ormai di abituarci al peggio. Il peggio (il razzismo diventato mentalità comune, l’aggressione squadristica, la caccia al gay e ai nomadi ecc.) è diventato infatti normale. Sta accadendo qualcosa che era impensabile sino a poco tempo fa (e che è impensabile anche oggi per un cittadino di un altro paese dell’Europa occidentale).Voglio dire che il pestaggio a mezzo stampa è uno dei sintomi di una malattia che per troppo tempo ci ha fatto solo sorridere con un’aria di sterile superiorità. Sembrava sbagliato sporcarsi le mani, inelegante abbassarsi a certi livelli; ci si limitava a sorridere e a scuotere la testa; e intanto loro, i killer, andavano avanti, inquinavano le radici dello stato di diritto, lucravano e corrompevano, e soprattutto, grazie anche al nostro silenzio, imponevano il loro “senso comune”, conquistavano, avrebbe detto Gramsci, l’egemonia. Ottenuta la quale, sono passati ora alla violenza aperta della manganellature via video o carta stampata, dei ricatti ai giornalisti, delle minacce aperte, delle carriere impedite o troncate. Così ci siamo trovati di colpo a vivere in un paese a democrazia controllata. Se non vogliamo domani finire bastonati in casa nostra sotto gli occhi dei nostri figli, bisogna smettere di scuotere la testa e di sorridere. Questa – questa del killer piccolo piccolo – è l’Italia di oggi (o buona parte dell’Italia di oggi); con questa bisogna fare i conti.
Romano Luperini
Lettera aperta a Luperini sugli intellettuali
Caro Romano,
In alcuni tuoi interventi pubblici recenti e anche qui sul tuo blog hai analizzato la nuova condizione degli intellettuali occidentali e la loro trasformazione in lavoratori della conoscenza. Dall’analisi della loro marginalità hai poi fatto derivare un’ipotesi: la liminarità dei nuovi intellettuali li potrebbe avvicinare agli emarginati del mondo, da esclusi essi possono rappresentare le istanze degli altri esclusi e così recuperare una nuova funzione. La saldatura, ad esempio, tra lavoratori della conoscenza e immigrati, può offrire ai nuovi intellettuali l’occasione di incidere nuovamente sulla realtà, sebbene da una posizione di frontiera.
Se si guarda alla storia del Novecento italiano, la possibilità di realizzare una saldatura fra intellettuali e altri esclusi si è posta almeno altre due volte. Una prima volta in età giolittiana, quando la società italiana si è trasformata in società di massa e quando gli intellettuali hanno sperimentato la massificazione e la mercificazione della cultura; e una seconda volta nel sessantotto, quando la società italiana si è trasformata in società capitalistica avanzata e quando i processi di mercificazione, settorializzazione e spettacolarizzazione del sapere hanno assunto proporzioni ancora maggiori.
In questi due momenti storici le reazioni degli intellettuali al cambiamento della loro condizione sono state tuttavia molto diverse, direi quasi opposte: ai primi del Novecento essi hanno virato su posizioni ribellistiche. Il loro disagio sociale ha assunto connotati sovversivi ed è poi sfociato nel fascismo. L’alleanza strategica fra il nuovo ceto intellettuale e la classe operaia, a suo tempo auspicata da Gramsci, insomma non c’è stata. Nel sessantotto invece si: studenti e operai si sono uniti nella lotta contro il capitalismo, hanno identificato nei loro disagi un’origine comune e a questa si sono collettivamente opposti.
Che cosa ha fatto la differenza? Che cosa ha orientato in senso così diverso le scelte degli intellettuali? Se consideriamo la faccenda assumendo un’ottica interna al ceto intellettuale e quindi se accettiamo di trascurare il peso delle altre forze in campo (potere di attrazione del fascismo, politiche culturali del PCI, minore o maggiore virulenza dei processi di dequalificazione degli intellettuali ecc...), direi che ha giocato un ruolo fondamentale il diverso orientamento delle prospettive.
Si può dire che ai primi del Novecento lo sguardo degli intellettuali era rivolto al passato. L’illusio (nel senso di Bourdieu) sulla base della quale hanno disposto le loro forze era quella del poeta-vate, dell’intellettuale guida delle folle. Per intenderci la loro concezione del ruolo non era poi tanto dissimile da quella romantico-risorgimentale del Manzoni o di Carducci. Perciò la loro condizione dequalificata, che nella prassi ne ha frustrato ogni aspirazione protagonistica, ha condotto gli intellettuali a sposare le cause della reazione e non del cambiamento. La loro prospettiva era nostalgica. Nel sessantotto, al contrario, lo sguardo degli intellettuali era rivolto al futuro (non a caso, del resto, le lotte sessantottine hanno avuto un forte carattere generazionale). Nel sessantotto si era modificata l’illusio romantico-risorgimentale. Manzoni e Carducci apparivano dei riferimenti troppo lontani, la tendenza era ad essere qualcosa di nuovo, un’avanguardia. La prospettiva di quegli intellettuali era la rivoluzione.
Oggi nessuna delle due prospettive è più praticabile: è tramontata, come tu stesso mostri, sia la figura dell’intellettuale vox populi (Manzoni), arringatore di folle (Carducci), sia quella dell’intellettuale cane da guardia del potere (Nizan) e guida del cambiamento storico (Sartre). Che cosa può spingere allora i lavoratori della conoscenza a sposare la causa degli ultimi, degli esclusi? Certamente - come insegna l’esperienza degli intellettuali giolittiani - non basta la condivisione di un disagio sociale, serve - ce lo insegna il sessantotto - una prospettiva di radicale cambiamento in nome della quale unirsi. D’altronde lo diceva già Gramsci: l’intellettuale si definisce in base al sistema dei rapporti in cui si trova, ma organizza la sua azione intorno ad un progetto, ad un compito.
È quanto prova a fare ai nostri giorni, ad esempio, Roberto Saviano, protagonista di una nuova forma di impegno che potremmo definire “a progetto”, poiché presuppone un tipo di lavoro precario, un compito specifico e un rapporto di collaborazione con gli altri privo di vincoli di subordinazione. Come tu spieghi, Saviano è un intellettuale precario per storia personale (è un ricercatore precario) e per modi di intervento (il metodo di raccolta delle informazioni e lo stesso genere ibrido di Gomorra danno un senso di provvisorietà). Precaria e a termine è poi anche l’autorità a dire concessa a Saviano, direttamente proporzionale al trend seguito dalle sue vendite. Come un qualsiasi “lavoratore a progetto”, inoltre, Saviano provvede ad una mansione specifica, al compito, cioè, di denunciare la condizione avvilita di un’umanità storicamente e geograficamente individuata. Infine Saviano è consapevole di svolgere una mansione di “collaborazione”: il suo lavoro, fuori ormai da qualsiasi aura poetica di unicità, si fa insieme agli altri: Gomorra è anche un appello accorato alla ribellione collettiva; Il film Gomorra e lo spettacolo teatrale L’Inferno e la Bellezza muovono leve emotive che puntano al coinvolgimento responsabile degli altri.
I lavoratori della conoscenza d’oggi - al pari di Saviano - hanno in buona parte preso coscienza della loro marginalità: da «dominati della classe dominante» (sempre Bourdieu) sono esclusi dai benefici del potere e persino soggetti ad una crescente forma di umiliazione economica (basti pensare ai precari della scuola). Eppure - a differenza di Saviano - stentano a darsi un “compito” intorno al quale unirsi. E del resto non può che essere così, perché la storia da cui la maggior parte di essi proviene ha azzerato persino le categorie di pensabilità del cambiamento storico.
La motivazione sociale che può spingere i lavoratori della conoscenza ad unirsi agli altri emarginati, insomma, li trascende. La spinta potrà coincidere, forse, con la costruzione di un’Europa tollerante, democratica, erede della migliore tradizione illuministica. Di certo non saranno le disposizioni etiche individuali o le spinte corporative a costruire da sole “il compito” in nome del quale battersi. In forza delle loro competenze e prerogative, i lavoratori della conoscenza oggi possono contribuire al definitivo diroccamento delle macerie postmoderne. Su di esse domani saranno in molti a dover ricostruire.
Emanuela Annaloro
Diario in pubblico: Un killer piccolo piccolo
Sul quotidiano “Libero” del 21.07.09 è uscito un virulento articolo contro di me a proposito del mio pezzo sui critici di Saviano, pubblicato sul “Corriere della sera” e in versione più ampia anche sull’”Immaginazione”. Lo stile è fascista. L’autore è Massimiliano Parente che gentilmente mi accusa di essere uno zombie. Ma passi l’attacco ai critici di sinistra in quanto zombi. Il punto è che questo signore non ha capito nulla del mio articolo, o meglio ha capito esattamente il contrario di quello che io avevo scritto. La sua capacità di comprensione, si direbbe se si fosse alle scuole elementari, è praticamente zero. Io per esempio avevo scritto che i critici di Saviano sono degli antiberlusconiani che si comportano nei confronti di Berlusconi come i letterati antifascisti o afascisti degli anni trenta si comportavano nei confronti di Mussolini. Il povero Parente, a sentire nominare Berlusconi, scatta in un meccanismo automatico di difesa (è il sintomo del cane di Pavlov) e capisce quanto segue: «Chi dovesse sollevare una critica di natura letteraria al romanzo di Roberto Saviano è un berlusconiano» e coraggiosamente ribatte: «Non mi pare che nessun berlusconiano abbia criticato Gomorra».
Parente ha dunque una impareggiabile capacità di prendere fischi per fiaschi. Non contento, su “Libero” del 6 ottobre torna alla carica, prendendosela soprattutto con Umberto Eco ma, di nuovo, anche con il sottoscritto, in quanto – al solito - esponenti di una pertinace critica di sinistra. I suoi argomenti sono tali e di tale livello che verrebbe voglia di dirgli: Vada là, untorello, non sarà certo Lei a spiantare la critica e tanto meno quella di sinistra, che, anche se Lei non se n’è ancora accorto, si è autodissolta da sola già da qualche decennio. Semmai, perché mi accusa di essere, niente meno, che l’autore di «Leopardi progressivo» e di avere iscritto, con esso, Leopardi al PCI? Si dà il caso che quel libro sia stato pubblicato quando io ero alle scuole elementari e l’autore effettivo sia un certo Cesare Luporini che non è nemmeno mio lontano parente… Che lei voglia fare il Feltri della critica e manganellare chiunque possa dare ombra al capo dei capi, lo capisco. Ma è troppo chiederLe almeno un po’ di attrezzatura nel campo della comprensione logica e delle conoscenze letterarie?
Romano Luperini
Emanuele Zinato intervista Romano Luperini
Domanda di Zinato:
1) Fare critica letteraria a cavallo del ’68; farlo oggi: cosa è rimasto in piedi, nel lavoro critico, e cosa è crollato?Risposta di Luperini:
È cambiato tutto: sono cambiati la società, il ruolo del critico, i lettori. Il mio primo libro su Verga era la mia tesi di laurea; uscì senza alcun contributo finanziario; per quanto io fossi del tutto sconosciuto e l’editore fosse specializzato esclusivamente in pubblicazioni accademiche, ebbe numerosissime recensioni su quotidiani e settimanali; suscitò un “caso critico”. Nessuna di queste cose oggi sarebbe possibile; è ormai difficilissimo trovare editori che pubblichino senza contributi finanziari libri di giovani destinati al mondo accademico, e comunque è quasi impossibile che una volta pubblicati essi provochino discussioni e dibattiti. Oggi manca, intorno ai critici, una società civile: il critico ha intorno a sé il vuoto.
2 D.) Insegnamento della letteratura nella scuola e critica della letteratura, l’hai scritto più volte, sono per te strettamente intrecciati. Questo è valido anche per l’insegnamento accademico? L’università ha oggi una qualche prospettiva?
R) Critica letteraria e insegnamento della letteratura sono sempre state strettamente intrecciate, a partire almeno dal modello di De Sanctis. Anche per questo la scuola e soprattutto l’università costituiscono la riserva indiana all’interno della quale oggi il critico può sviluppare ancora una sua funzione, seppure in modo sempre più precario. Il fatto è che scuola e università sono sempre più marginali, sempre più umiliate e depresse. La progressiva tecnicizzazione e burocratizzazione dell’insegnamento tanto nella scuola media quanto nell’università sta colpendo alla radice questo legame fra critica e insegnamento. In particolare il sistema accademico sta scindendosi: da un lato la minuta pratica didattica nella maggior parte dei centri universitari, dall’altro la ricerca in poche scuole di eccellenza. È una scissione che non gioverà, temo, né alla didattica né alla ricerca e dunque né all’insegnamento né alla critica.
3 D.) Il tuo ultimo libro è anche un libro di critica tematica: L’incontro e il caso (Laterza, 2007). Un buon tema letterario si colloca sempre all’incrocio fra antropologia e storia, ci parla dunque del nostro passato culturale ma anche del nostro presente esistenziale. Oggi sono ancora possibili incontri significativi?
R.) Il Novecento, soprattutto dopo Kafka, sembra negarlo… Nel mio libro faccio una constatazione: gli incontri significativi, capaci di trasmettere esperienze reali, diventano sempre più rari nella narrativa europea del Novecento, se si escludono alcuni momenti eccezionali (per esempio, la guerra, la Resistenza ecc.). Da questo punto di vista il romanzo modernista (e prima ancora la lezione flaubertiana dell’Éducation sentimentale) rappresenta una svolta decisiva. Con ciò non voglio affatto affermare che incontri di questo tipo siano impossibili nella narrativa contemporanea. Tutto dipende dalle situazioni storiche. Ho l’impressione che la crisi economica, i conflitti militari, le tensioni interetniche, le emigrazioni possano produrre, e in parte stiano già producendo, un “ritorno alla realtà” capace di contrastare l’effetto ideologico di derealizzazione che certamente è in atto. Osservo di passaggio che una cosa è la derealizzazione, un’altra la scomparsa della realtà. Confonderle, come oggi si usa fare, mi sembra mistificante. In questa nuova situazione non mi sento affatto di escludere che la situazione dell’incontro interpersonale come esperienza dotata di senso e di valore – mai venuta meno, peraltro, nella narrativa americana, anche la più recente - possa di nuovo riprodursi nel romanzo italiano dei nostri anni.
4 D.) Anche in seguito al tuo articolo del 2005 sull’Unità riguardo al degrado culturale italiano, si è resa sempre più evidente una spaccatura tra scrittori delle giovani generazioni e critici. La cosa si è ripetuta nel 2008 a proposito della questione del “ritorno alla realtà”. Il dibattito sulle riviste in rete, con toni aspri, sembra non lasciare spazio alcuno al dialogo, al passaggio di testimone tra le generazioni. Non ci sono a tuo parere più possibilità di incontro e di scambio di esperienze tra gli scrittori e i critici quarantenni e quelli settantenni?
R.) Non ho molta fiducia nella generazione che oggi ha fra i trentacinque e i cinquanta anni (parlo in generale: fortunatamente non mancano le eccezioni). È una generazione che si è formata nell’ilare nichilismo degli anni ottanta e novanta, e ne porta il segno. E oggi teorizza, fra vittimismo e autoconsolazione, di essere una generazione post-trauma, incapace di vivere il trauma perché questo sarebbe sempre “differito” o mediato dagli strumenti massmediologici. Perché non lo va a dire agli emigranti che rischiano la pelle per attraversare il Mediterraneo o alle famiglie che non arrivano alla quarta o alla terza settimana del mese? Posizioni come queste esprimono solo il lusso dell’Occidente. Là dove le contraddizioni sono sempre state forti e si è sempre avuta una percezione planetaria dei problemi, negli Stati Uniti voglio dire, il romanzo continua a mettere in scena l’esperienza del trauma. Ho più fiducia nei giovani che conoscono il mondo del precariato, e di cui Saviano – non per nulla tanto inviso ai critici quarantenni – è il rappresentante naturale. Con lui, per esempio, il dialogo, l’incontro e lo scambio fra le generazioni mi paiono assai spontanei e produttivi. Il fatto è che Saviano è un intellettuale, e costoro invece sono dei letterati.
5 D.) Hai più volte accennato, anche a proposito degli scrittori, della critica e della cultura, a un’Italia “berlusconizzata”. È possibile oggi, per scrittori e critici, una qualche forma di “impegno”?
R.) Il postmodernismo ha favorito una “anestetizzazione” della vita sociale. A ciò si è aggiunto nel nostro paese un degrado civile rapidissimo. Tutto ciò ha reso inattuale l’”impegno”. Credo però che l’inasprirsi delle condizioni materiali, indubbiamente in atto, favorisca una ripresa di posizioni, diciamo così, “impegnate” (il termine meriterebbe una serie di puntualizzazioni che qui non è possibile fare). Ma ciò accadrà, e in parte sta già accadendo, in forme molto diverse dal passato. La figura storica dell’intellettuale legislatore è durata un secolo (dall’Affaire Dreyfus all’Affaire Moro), ma si è estinta negli anni settanta e ottanta del Novecento, con gli ultimi suoi rappresentanti (Pasolini, Volponi, Fortini, Calvino, Sciascia; in fondo Sanguineti è il loro ultimo erede), e oggi non è più proponibile. L’intellettuale che parla in nome dell’universale e a cui viene riconosciuta una missione generale e per questo incide sulla opinione pubblica è stato sostituito dalla televisione e dagli altri mass media. Pasolini, Fortini, Sciascia volevano occupare il centro della scena e potevano farlo; gli scrittori della neoavanguardia avevano lo stesso obiettivo e sono riusciti a scalzarli e a sostituirli; ma uno scrittore d’oggi sa che il centro della scena non gli spetta più. Anche quando ha successo, è un marginale. La condizione dell’intellettuale si avvicina sempre di più a quella del precario. Per questo, come aveva intuito Said, il nuovo intellettuale può diventare esemplare: non in quanto rappresentante dell’universale, come voleva Bourdieu, ma in quanto rappresentante di tutti gli esclusi. L’intellettuale è oggi un lavoratore della conoscenza marginalizzato. Questo intellettuale delle periferie può riscoprire l’”impegno”, ma sarà comunque un impegno assai diverso – per esempio, assai meno ideologico – da quello dei suoi maestri.
6 D.) Di recente i critici sono sempre più tentati dall’esperienza della scrittura creativa e dall’autobiografia. A tuo giudizio, perché? I tuoi” I salici sono piante acquatiche” e “ L’età estrema” rientrano nel genere della scrittura creativa dei professori? In cosa se ne distaccano?
R.) Non credo che esista una categoria omogenea che unifichi la produzione creativa dei professori. Semmai è vero che la crisi della critica e l’indebolimento del ruolo sociale del critico spingono quest’ultimo a cercare altri terreni, diversi da quello saggistico, per entrare in contatto con il pubblico e per esporre la propria concezione delle cose. Ma, detto ciò, i professori che scrivono romanzi e poesie lo fanno ognuno in modo diverso.
7 D.) È vero che ormai tra noi e i classici moderni la distanza è stellare? Tra gli autori da te più studiati (Verga, Pirandello, Montale, Tozzi, Fortini) quale proporresti per primo a un giovane di vent’anni oggi e perché?
R.) Non vedo, almeno all’università, questa distanza stellare. I giovani si interessano ai classici se il professore riesce a interessarli. Certo il linguaggio letterario è sempre più estraneo alla cultura giovanile, e questa è indubbiamente una difficoltà oggettiva; ma poi è vero che Verga o Pirandello o Montale toccano questioni di fondo della condizione umana, proprio quelle questioni che potenzialmente interessano proprio gli adolescenti e i giovani in via di formazione.
8 D.) La tua proposta teorica è stata denominata come “ermeneutica materialistica”. Potresti spiegare in sintesi perché?
R.) Molto sommariamente. La critica non è una scienza, come si pensava negli anni sessanta, ma una ermeneutica, arte della interpretazione, momento interdialogico. L’ermeneutica di cui parlo è materialistica perché: 1. parte dal riconoscimento della materialità del testo e della sua storia e dunque è consapevole del valore imprescindibile del commento filologico; 2. sa tuttavia, con Benjamin, che il contenuto di verità non è deducibile meccanicamente dal contenuto di fatto, e che scopo del critico è enucleare quei significati dell’opera che ne legittimano la sopravvivenza e il valore nel mondo attuale; 3. formula una ipotesi di senso, o meglio di coerenza di senso dell’opera, collegandola a una congettura storica, e cioè elaborandone una spiegazione genetica; 4. è consapevole che ipotesi di senso e ipotesi genetica sono sempre conoscenza per la prassi in quanto si inseriscono in una proposta culturale ed educativa, in un conflitto interpretativo e in una lotta per l’egemonia; 5. dichiara pertanto la propria parzialità e quella dell’intero assetto culturale, e prima ancora sociale e civile, in cui essa si colloca: l’arte e la cultura dell’Occidente sono il risultato di una storia di conflitti e anche di barbarie che va decostruita criticamente.
9 D.) Per alcuni critici autorevoli (Mengaldo, Ferroni) non c’è nessuna voce letteraria oggi in grado di rappresentare l’Italia. Tu valuti positivamente Gomorra. A parte il caso Saviano, ti sembra ci siano altre forze narrative in gestazione che val la pena di seguire?
R.) Mi pare che in poesia ci siano diversi ottimi esempi. Per la narrativa il discorso è diverso; ma qui un ruolo negativo viene svolto dalla editoria, che seleziona il materiale da pubblicare e dunque in buona misura determina il canone basandosi su criteri troppo rozzi di profitto immediato. Mi capita spesso di chiedermi se oggi scrittori come Tozzi e Gadda troverebbero un editore disposto a rischiare…
10 D.) Qualche anno fa hai pubblicato un libro dal titolo La fine del postmoderno. Personalmente, ho letto questo testo con gli studenti e ne è scaturita una discussione interessante. Se la tesi che vede la cosiddetta “fine della Storia e delle ideologie” come una chimera conseguente alla narcosi pubblicitaria è parsa quasi sempre condivisibile, non è stato così per la pervasività dei media, del sensorio virtuale, delle culture dei consumi, che agli studenti è sembrata lungi dal dissolversi e anzi più viva che mai. E dunque la condizione postmoderna, nell’era della globalizzazione, è sembrata loro ancora viva e vegeta, magari nelle forme della rete o dei “rapporti liquidi”. Come puoi rispondere a questa obiezione?
R.) Credo che sia necessario distinguere condizione postmoderna da ideologia del postmodernismo. In Europa, a partire dagli anni settanta, si è aperta un periodo storico nuovo che, se si vuole, possiamo chiamare anche postmoderno. È il periodo del tardo capitalismo planetario, ed è destinato a durare a lungo. Gli pertiene la condizione postmoderna, con quei caratteri che indichi (pervasività dei media, sensorio virtuale ecc.). Il postmodernismo, con la sua ideologia e la sua cultura specifiche, ha caratterizzato solo la prima fase di questo periodo, che ha coinciso grosso modo con l’ultimo quarto del Novecento. Quando parlo di fine del postmodernismo alludo al tramonto di questa ideologia (pensiero debole, nichilismo morbido, crisi delle ideologie, fine delle contraddizioni e parallelamente, in letteratura, primato del linguaggio come primum ontologico, citazionismo. riscrittura, teoria della intertestualità infinita…). Esso è stato provocato dalla situazione drammatica (e non prevista da quella ideologia) delle condizioni materiali a livello planetario. In questi anni sta nascendo una fase nuova, in cui la condizione postmoderna è costretta a convivere con spinte e controspinte di ben diversa natura: si può ben dire, come accennavo sopra, che la virtualità della vita ha abolito l’esperienza del trauma, ma se ti cade sulla testa una bomba o muori di fame che ne sarà di quella virtualità?
11 D.) La prospettiva postcoloniale è oggi abbastanza di moda. Non credi vi siano dei limiti in questa prospettiva? Come bisognerebbe affrontare, in sede letteraria, la questione dell’Altro?
R.) Questa domanda mi permette di riprendere e meglio precisare quanto detto rispondendo alla domanda n. 8, relativa all’ermeneutica materialistica. Uno dei limiti teorici dell’ermeneutica dominante è di dare per scontata la dialettica del dialogo. Ma una civiltà del dialogo oggi non esiste. L’ermeneutica, si dice, intende prefigurarla. D’accordo. Ma ciò sarà possibile solo se essa saprà assumere anche le forme della critica dell’ideologia e anche della critica dell’ideologia dell’ermeneutica stessa. In particolare la critica all’ideologia ermeneutica non può che denunciarne il carattere conciliatorio di una concezione del dialogo che ignora i conflitti reali e l’esistenza delle condizioni materiali che di fatto ne rendono impossibile la realizzazione. Non basta dire che l’altro è il testo; l’altro è anche ciò che il testo esclude.
Novità nel dibattito su Saviano
Sul quotidiano “Libero” del 21.07.09 è uscito un violento articolo contro di me a proposito del mio pezzo sui critici di Saviano, nel frattempo pubblicato anche sul “Corriere della sera”. Lo stile è quello fascista che contraddistingue questo organo della destra. L’autore è Massimiliano Parente che gentilmente mi accusa di essere uno zombie. Ma il punto è un altro. Questo signore non ha capito nulla del mio pezzo, o meglio ha capito esattamente il contrario di quello che avevo scritto. La sua capacità di comprensione, si direbbe se fosse alle scuole elementari, è praticamente zero. Io per esempio avevo scritto che i critici di Saviano sono degli antiberlusconiani che si comportano nei confronti di Berlusconi come i letterati antifascisti o afascisti degli anni trenta si comportavano nei confronti di Mussolini. Il povero Parente, a sentire nominare Berlusconi, scatta in un meccanismo automatico di difesa (è il sintomo del cane di Pavlov) e capisce quanto segue: «Chi dovesse sollevare una critica di natura letteraria al romanzo di Roberto Saviano è un berlusconiano» e coraggiosamente ribatte: «Non mi pare che nessun berlusconiano abbia criticato Gomorra».
Il guaio non è che Parente mi attacchi, ma che gente come lui, con la sua capacità di comprensione, guidi il nostro paese.
Romano Luperini
Risposta a Remo Ceserani
Due annotazioni in margine all’intervento di Remo Ceserani
Vorrei ringraziare tutti gli intervenuti e rispondere in particolare a Remo Ceserani, che ha approfittato del mio libro per stendere un saggio magistrale, prezioso non solo sul piano teorico per quanti si interessino alla critica tematica, ma anche su quello critico per quanti si occupino del romanzo dell’epoca moderna e che troveranno qui una mole notevolissima di osservazioni acute e puntuali e di spunti interessantissimi. Non mi è possibile certo riprendere e sviluppare tutti gli argomenti da lui trattati con tanta ricchezza. Su due punti soltanto vorrei raccogliere le sue considerazioni e rispondere molto brevemente alle sue «perplessità».
Il primo riguarda l’argomento del libro, l’incontro. Mi sembra che a questo proposito Ceserani oscilli fra due critiche diverse. Da un lato l’incontro non avrebbe i caratteri di un vero e proprio tema (e infatti questa voce manca nel Dizionario dei temi letterari, diretto da Ceserani stesso, oltre che da Mario Domenichelli e Pino Fasano) perché coinciderebbe con la stessa struttura narrativa, essendo un elemento onnipresente nelle vicende umane; dall’altro tali caratteri non li avrebbe almeno nell’accezione italiana e francese (rencontre) del termine che non distingue fra incontro casuale (encounter in inglese, Begegnung in tedesco) e appuntamento organizzato e programmato (meeting, Treffen). Mentre l’incontro fortuito, implicando caso e destino, in certe condizioni potrebbe, se capisco bene, declinarsi come tema, non altrettanto accadrebbe per l’incontro voluto; e io avrei compiuto l’errore di trattare «alla stessa stregua» i due tipi di incontro. Ora può darsi che l’incontro non abbia tutti i requisiti necessari per essere un tema (anche se uno dei tre direttori del Dizionario, Domenichelli, più volte ha sostenuto che tutto può diventare tema in un’opera letteraria, su questo aspetto, molto controverso, preferirei sospendere il giudizio; d’altronde, come ho chiarito nella introduzione al libro, non ho affatto preteso di fare critica paradigmaticamente tematica e non avrei pertanto nessuna difficoltà a parlare dell’incontro come di una situazione narrativa, purché si aggiunga subito che essa è comunque degna di essere presa in considerazione in sede critica), ma che io abbia trattato alla stessa stregua l’incontro casuale e quello programmato non mi sembra vero. Anzi ho fatto di questa distinzione uno dei punti di forza del libro: la casualità dell’incontro diventa infatti un elemento caratterizzante decisivo del romanzo modernista, in opposizione, per esempio, al modello manzoniano (ma anche balzachiano e stendhaliano): Manzoni, infatti, non accetta sul piano religioso e filosofico la nozione stessa di caso, contro la quale si pronuncia esplicitamente nelle Osservazioni sulla morale cattolica (l’incontro iniziale di don Abbondio con i due bravi è tutt’altro che fortuito, come lo cataloga invece Ceserani: essi stanno lì ad aspettare appositamente il curato di ritorno per la solita strada dalla solita passeggiata; alcuni incontri casuali si danno soprattutto nei viaggi di Renzo per e da Milano, ma non hanno certo l’importanza degli incontri voluti e programmati da me soprattutto analizzati).
Il secondo punto riguarda la distinzione fra romanzo romantico-borghese della prima metà dell’Ottocento e il romanzo modernista del primo Novecento, per certi versi magistralmente anticipato da Flaubert con L’Éducation sentimentale. Ceserani osserva che tutto il periodo che va dal neoclassicismo al modernismo andrebbe visto come sostanzialmente «unitario»: per esempio, la scissione dell’io e la frammentazione dell’esperienza sarebbero già presenti in Hoffmann, mentre il tema della Bildung e quello dell’amore romantico sarebbero attivi sino al Portrait di Joyce. Qui Ceserani avanza una prospettiva oggi abbastanza condivisa che può essere sostenuta con molte valide ragioni. Tuttavia io resto della mia opinione: se si guarda il panorama della narrativa europea da lontano, come è necessario fare quando se ne traccia un profilo complessivo, il modello dominante del romanzo borghese dell’età romantica appare sostanzialmente posto in crisi nell’Éducation sentimentale e radicalmente sovvertito in Proust, Joyce, Musil, Kafka, Svevo che da un lato ne modificano il punto di vista (fine della narrazione onnisciente, soggettivismo ecc.) e la struttura portante (romanzo “aperto”, work in progress, fine dell’eroe problematico, trionfo dell’attimo qualunque e insignificante ecc.) e dall’altro, per quanto riguarda la situazione narrativa dell’incontro, ne sottolineano gli aspetti che la fanno rientrare nelle tipologie da me indicate (incontri mancati, impossibili, inessenziali, casuali ecc.). Guai se una visione d’insieme necessaria, volta a cogliere l’unità del periodo storico della modernità, non ci facesse percepire l’importanza storica della evoluzione delle forme narrative.
Romano Luperini
Questo intervento è in risposta alla relazione tenuta da Remo Ceserani durante il convegno di Arcavacata (Università di Calabria) tenutosi nel giugno 2008, convegno che aveva per oggetto la critica tematica e il libro di Luperini "L'incontro e il caso" (Laterza).
Per visualizzare l'intervento di Remo Ceserani è sufficiente fare clic qui.
La teoria letteraria marxista e materialista negli anni della sua crisi (1970-2006)
Nel numero 1/2008 della rivista Moderna è stato pubblicato un saggio di Luperini sulla teoria letteraria marxista e materialista negli anni della sua crisi (1970-2006).
Si legge nel primo capitolo del saggio:
Oggetto del bilancio è la teoria letteraria italiana di ispirazione materialista. Vi si comprende naturalmente la critica marxista, che ne resta la variante di gran lunga più frequentata (anche se il filone del materialismo di origine positivistica non è scomparso mai del tutto, grazie all’attualizzazione in chiave leopardiana fattane originalmente da Timpanaro); mentre resta esclusa la critica, di impostazione storico-filologica, volta a indagare la materialità del testo, nella sua produzione e nella sua storia, a cui sarà dedicato un apposito fascicolo di «Moderna». La nozione di critica materialistica qui adottata include anche quella porzione di sociologia della letteratura che non si limita a indagare la circolazione dei testi e il loro rapporto con il pubblico, ma li colloca all’interno della categoria della produzione capitalistica e di una storia degli intellettuali. Esclude invece la sociologia della letteratura caratterizzata dall’attenzione per l’analisi dei circuiti librari e della ricezione che giustamente Cases distingue (si veda la scheda a lui dedicata) dalla critica sociologica, intesa invece a studiare la relazione opera-società-storia a partire da un interesse precipuo per i contenuti e le forme testuali. Il bilancio rende conto del dibattito teorico e si occupa dei saggi critici di analisi di testi letterari solo quando questi servano a completare in modo particolarmente significativo le posizioni teoriche dell’autore. Proprio per seguire le articolazioni di questo dibattito la schedatura non si limita ai saggi teorici in volume dei singoli autori, ma è stata estesa anche alle opere collettanee e soprattutto alle riviste nate negli anni settanta e ottanta che di tali discussioni furono spesso le accese protagoniste.
Il periodo di tempo considerato parte dagli anni settanta, quando, dopo l’esplosione del neomarxismo nel decennio precedente, comincia a manifestarsi la cosiddetta crisi delle ideologie e, in particolare, del marxismo. Il bilancio insomma intende fornire una risposta alla domanda: che ne è della critica d’ispirazione materialista e marxista negli anni della sua crisi?
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Nota su “Q libri ”
Nel precedente avviso ai lettori di L’età estrema informavo di alcune recensioni uscite su un sito, “Q libri”.
Devo ora comunicare che, dopo che la scheda del mio libro aveva raggiunto in un mese 4000 visite e 15 recensioni, raggiungendo la parte alta nelle classifiche stabilite dal sito stesso, essa è stata tolta senza alcuna spiegazione e, apparentemente, senza alcuna ragione. Attualmente quindi L’età estrema non compare più nel sito in questione. Vi restano invece altri libri usciti anche cinque o sei mesi prima.
Non vorrei ripetere, con Andreotti, che a pensare il peggio ci si indovina. E poi si parla della democrazia di internet…
Romano Luperini
La buccia e la polpa. Realismo e neomodernismo contemporanei
Cominciamo dalle date. L’età del cosiddetto postmoderno – e che forse sarebbe meglio chiamare età della globalizzazione - ha inizio in Italia nella seconda metà degli anni settanta, e coincide, sul piano economico-sociale e politico, col tardocapitalismo organizzato globalmente, col trionfo dell’informatica, dell’elettronica, della produzione dei beni immateriali, nonché con la perdita di centralità della fabbrica e della classe operaia. Sul piano letterario il postmoderno coincide di fatto con l’estinzione dello sperimentalismo e delle neoavanguardie prevalenti negli anni sessanta e ancora attivi all’inizio dei settanta. Si va formando un nuovo clima culturale che si può riassumere in alcune formule di quegli anni: pensiero debole, critica del logocentrismo, crisi dei fondamenti e delle ideologie, nichilismo morbido, fine della storia, aspettative di un periodo nuovo, caratterizzato dalla fine delle contraddizioni (si parlò anche di fine della storia) e dalla attesa di un nuovo rinascimento o, meglio, come diceva allora Vattimo, dalla nascita di un uomo finalmente umano...
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