Videocracy e il fascismo estetico
Si è parlato poco in Italia di Videocracy, il documentario dell’italosvedese Erik Gandini. Tale lavoro è stato decisamente poco apprezzato in Italia, dove è stato considerato forse come l’ennesima opera in toni sgargianti dell’antiberlusconismo, in chiave troppo antipolitica per essere ben considerato dal popolo di sinistra, e troppo militante per quelli della fazione opposta. Il risultato sembra essere stato uno: l’hanno visto in pochi, e chi l’ha visto ne è, nella quasi totalità dei casi, rimasto deluso. Videocracy però non è affatto un documentario dell’antiberlusconismo. Gandini si propone, con discreto successo, di mostrare gli effetti della crescente invasione di un certo tipo di televisione nella cultura italiana, dal proletariato all’alta borghesia, in questo caso identificata con la classe politica. Che “un certo tipo di televisione” richiami necessariamente alla mente la figura di Silvio Berlusconi, che vengano sfiorati i temi scottanti del conflitto d’interessi e della spettacolarizzazione della politica, è, per un documentario che riguardi l’Italia, cosa necessaria e inevitabile. Il film è però costruito su tre livelli messi a confronto: due di essi vanno quasi in parallelo, e sono le vicende di Berlusconi e dell’accoppiata Mora-Corona, il terzo, quello dai risvolti più inquietanti, mostra la storia di un giovane operaio del bresciano, talmente insoddisfatto della propria vita da non accettarla, ignorandone le componenti di “normalità” (cfr. la madre che dice, tra lo scherzoso e il disperato, che il figlio non ha mai avuto una compagna, per quanto sia un bel ragazzo) per concentrarsi sui tratti che potrebbero portarlo alla ribalta. Il ragazzo ha come controcanto costante l’orda di corpi femminili appartenenti a giovani e giovanissime ragazze, anche loro votate all’unico obiettivo concepibile, il piccolo schermo.
Da qui deriva una delle riflessioni più interessanti sul lavoro di Gandini, vale a dire l’articolo, pubblicato su Micromega e Nazione Indiana, di Andrea Inglese (Videocracy o del fascismo estetico, seguito a breve distanza su Nazione Indiana da Il corpo delle donne o del fascismo estetico). In esso il critico si interroga su due problematiche di grande importanza. La prima, che in un certo senso è anche quella più scontata, riguarda appunto ciò che lui chiama “fascismo estetico”: vale a dire la necessità imperante, in Italia, di adeguarsi a un preciso standard estetico che conduce ad un’inquietante clonazione, una sostanziale assenza di individualità che, per giunta, a causa dello “sforzo perenne”, della “loro aspra disciplina”, ”rende anche tremendamente aggressivi”. Nell’articolo il più grande spunto per una riflessione è dato però dall’accenno alla “capacità di astrazione e di oblio di fronte a tutto ciò”, spostando il problema da coloro che sono “vittime passive” del fascismo estetico a coloro che, in teoria immuni, ne risentono in un modo differente, probabilmente più difficile da accettare: si tratta di chi ha studiato e analizzato a fondo il problema, leggendo “Anders, Debord, Baudrillard, Bauman… Barbaceto, Travaglio, Perniola, la Benedetti, Luperini”, probabilmente scrivendo a loro volta qualcosa al riguardo. Queste persone sono le stesse che, di fronte alla mera realtà, quella non filtrata dalla letteratura e dalla saggistica, non sono in grado di reagire se non astraendosi, come Inglese, riducendo al minimo se non annullando del tutto l’influenza della televisione sulla propria vita, spegnendola definitivamente. Quanto ciò sia produttivo, quanto sia utile ad una reale comprensione delle trasformazioni e della sfera culturale contemporanea, è una domanda di non poco conto.
Inglese si limita ad esternare il dato di fatto, notando l’enorme capacità di astrazione dell’intellettuale di fronte a quello che lui chiama “fascismo estetico” e che potrebbe benissimo definirsi “anestesismo” (eliminando la componente politica della rivoluzione culturale in corso ma mantenendone il dato di fondo), l’incapacità di avere un gusto, un senso estetico come morale, che sia personale e singolo. La riflessione però potrebbe, e dovrebbe, spingersi oltre: urgono a questo punto quelle domande che, all’apparenza trite e ritrite, in pratica sono poste nella stessa ottica anestetizzata di cui sopra: “chi la guarda questa roba?” “a che serve?”… Il “si sa già” non vale più. Lo dimostra Gomorra. Lo dimostra lo shock culturale messo in scena da Walter Siti da Troppi Paradisi in poi. Lo dimostra Raffaele Simone con il suo Il mostro mite, sottotitolato perché l’Occidente non va a sinistra. Tutti questi esempi conducono allo stesso, fondamentale, punto: un intellettuale che non si riconosce nello stato attuale della società non ha il diritto di adeguarsi e scindere in due il proprio cervello, deve anzi sempre di più e con più forza tornare ad intromettersi, ad osservare, a toccare con mano. Solo così sarà possibile definire “fascismo estetico” ciò che, implicitamente, è già connotato come “fenomeno di destra”, e solo così potrebbe essere più semplice ancora da combattere.
Un aneddoto racconta di come un noto professore a lezione usasse dire: “studiate. Anche studiare è antiberlusconiano”. Verissimo, ma trascurare il resto, anzi lasciando che studio e “il resto” tornino ad amalgamarsi e compenetrarsi, lasciando che l’uno torni realmente a farsi categoria critica dell’altro. Perché questo avvenga, bisogna capire nel profondo le mutazioni avvenute nella società contemporanea ed essere in grado di sfruttarle, utilizzandole nel migliore dei modi possibili. Da internet in poi, è un’altra storia, e va conosciuta. Lo stupore non basta più.
Silvia Costantino
Invece si rifletta sui 'decoder' satellitari e gli oscuramenti dei media, a meno che non si acquisti l'aggeggio.
Cordiali saluti, erminia