Una questione non personale
Mi hanno colpito quanti sono intervenuti sulla mia nota Un killer piccolo piccolo per dire che non bisognava replicare a un killer davvero piccolo piccolo. Se la questione fosse solo personale, avrebbero pienamente ragione. In effetti, dopo il primo attacco di luglio, non avevo risposto pubblicamente (solo due righe in un “commento” di questo blog a proposito dei critici di Saviano). Invece questa volta ho voluto rispondere, e non solo sul blog, ma sulla stampa, dove comparirà una mia replica. Ho vinto le esitazioni (in effetti prodotte dagli stessi motivi che sensatamente Leti e altri accampano nei “commenti”) perché “Il giornale”, con il cambio di direttore e il successivo immediato attacco all’”Avvenire”, ha assunto un compito politico preciso all’interno di una precisa strategia, un compito che perciò va denunciato pubblicamente e pubblicamente combattuto (concordo dunque con il “commento” di Emanuela Annaloro).
Il mio caso è solo una bazzecola; è un caso piccolo piccolo. Ma, pur nella sua insignificanza, non sarebbe stato possibile anche solo quindici anni fa, quando esisteva ancora una civiltà nel nostro paese (perché - si badi – prima che una questione di destra o di sinistra, siamo davanti a una questione elementare di civiltà, di correttezza professionale, di rispetto civico). Se non reagiamo a partire anche dalle piccole cose, rischiamo ormai di abituarci al peggio. Il peggio (il razzismo diventato mentalità comune, l’aggressione squadristica, la caccia al gay e ai nomadi ecc.) è diventato infatti normale. Sta accadendo qualcosa che era impensabile sino a poco tempo fa (e che è impensabile anche oggi per un cittadino di un altro paese dell’Europa occidentale).Voglio dire che il pestaggio a mezzo stampa è uno dei sintomi di una malattia che per troppo tempo ci ha fatto solo sorridere con un’aria di sterile superiorità. Sembrava sbagliato sporcarsi le mani, inelegante abbassarsi a certi livelli; ci si limitava a sorridere e a scuotere la testa; e intanto loro, i killer, andavano avanti, inquinavano le radici dello stato di diritto, lucravano e corrompevano, e soprattutto, grazie anche al nostro silenzio, imponevano il loro “senso comune”, conquistavano, avrebbe detto Gramsci, l’egemonia. Ottenuta la quale, sono passati ora alla violenza aperta della manganellature via video o carta stampata, dei ricatti ai giornalisti, delle minacce aperte, delle carriere impedite o troncate. Così ci siamo trovati di colpo a vivere in un paese a democrazia controllata. Se non vogliamo domani finire bastonati in casa nostra sotto gli occhi dei nostri figli, bisogna smettere di scuotere la testa e di sorridere. Questa – questa del killer piccolo piccolo – è l’Italia di oggi (o buona parte dell’Italia di oggi); con questa bisogna fare i conti.
Romano Luperini