Plausi e botte: Mahsin Hamid
La forza di questo scrittore – pakistano, ma di lingua inglese, vissuto a lungo negli Stati Uniti e residente ora a Londra – sta nel confronto continuo fra Occidente e Oriente, fra il sistema di valori degli Stati Uniti e quello di un paese, il Pakistan, che sta perdendo la propria identità, scisso fra subordinazione alla egemonia politica e culturale statunitense e fondamentalismo islamico. La scrittura di Hamid trae dunque la propria energia dall’analisi delle contraddizioni materiali e ideali che stanno lacerando il pianeta.
I protagonisti di Hamid sono pakistani che vivono la scissione di una doppia educazione, quella familiare e tradizionale, impartita dalla famiglia, e quella occidentale, rappresentata dagli istituti scolastici pakistani che si ispirano a quelli inglesi e statunitensi o vissuta direttamente nelle grandi università americane. Nel primo romanzo, Moth Smoke (tradotto in italiano con il titolo Nero Pakistan dalla casa editrice Piemme), Daru, dopo avere frequentato una scuola pakistana per le élites ed essere diventato un agiato funzionario di banca, viene licenziato di colpo e a poco a poco deve abbandonare gli standard elevati di vita occidentali a cui era abituato, sprofondando nella corruzione e nell’inquinamento morale che essi hanno comunque provocato nei costumi del proprio paese. Nel secondo, The Reluctant Fundamentalist (Il fondamentalista riluttante, Einaudi), la scena si sposta negli Stati Uniti, dove un giovane pakistano, Changez, dopo aver frequentato col massimo dei risultati l’università di Princeton, essere stato assunto da una prestigiosa società di consulenza economica di New York e averne assimilato in un primo tempo l’arroganza di un sistema dei valori fondato sul primato dell’interesse e del vantaggio finanziario, conosce una crisi d’identità subito dopo l’attentato dell’11 settembre, si distacca dal mondo in cui credeva di trovarsi ormai a proprio agio e finalmente ritorna in Pakistan dove partecipa a movimenti e manifestazioni antiamericane, finché non incontra in modo apparentemente casuale un agente segreto americano presumibilmente inviato a eliminarlo. In entrambi i romanzi i protagonisti attraversano una storia d’amore con una donna libera e sfuggente, nel primo la moglie del migliore amico di Daru, nel secondo una giovane scrittrice americana sconvolta dalla morte del fidanzato e infine suicida o comunque misteriosamente scomparsa. In entrambi la conclusione è tragica: in Nero Pakistan l’amico, che ha assimilato i costumi occidentali e vive la corruzione di quelli pakistani, si vendica del tradimento amoroso attribuendo a Daru la colpa della morte di un ragazzo da lui investito con la sua lussuosa SUV, e il protagonista sarà presumibilmente condannato a morte; nel Fondamentalista riluttante lo scontro di civiltà si materializza in quello fra l’agente segreto americano che deve eliminare Changez e gli amici pakistani di quest’ultimo e poco conta se a prevalere sarà l’uno o saranno gli altri (e infatti il racconto si chiude lasciando volutamente il lettore nell’incertezza).
La presenza di questo elemento tragico, per di più posto in conclusione, non è casuale e rinvia alla tragicità di una situazione mondiale che Hamid intende porre davanti agli occhi del lettore. D’altronde si avverte in questi romanzi una vocazione profondamente realistica. In entrambi la narrazione è condotta dalla voce del protagonista, che parla da una condizione estrema: nel primo egli rievoca la propria vita dal carcere dove attende la condanna, nel secondo la racconta all’agente segreto americano incontrato nelle strade di Lahore e inviato ad assassinarlo. Ciò contribuisce a dare al racconto la vivezza e la immediatezza di una esperienza concreta. A vedere bene, entrambi raccontano l’esperienza di un trauma insieme storico e individuale, privato e collettivo. Se si pensa che oggi, in Italia, una parte considerevole della critica e degli scrittori che si trovano fra i quaranta e i cinquanta anni, cresciuti nel clima culturale del postmodernismo, teorizza la fine dell’esperienza, l’impossibilità del trauma e l’inattualità del realismo e del tragico, si può percepire tutta la distanza che separa questa critica e questa letteratura dalla ricerca artistica internazionale di questo ultimo decennio.
Non è certo un caso che Hamid abbia ottenuto in Italia il Premio speciale della Giuria nella terza edizione del Festival di Salinadoc (2009). In questo autore viene naturale infatti ritrovare la stessa linea narrativa e lo stesso impegno morale e cognitivo che ha indotta questa giuria a premiare Roberto Saviano nella prima edizione (2007) e Vincenzo Consolo nella seconda (2008).
Romano Luperini