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Emanuele Zinato intervista Romano Luperini

Intervista fatta da Emanuele Zinato a Romano Luperini, pubblicata sul numero di giugno 2009 della rivista "Immaginazione".

Domanda di Zinato:
1) Fare critica letteraria a cavallo del ’68; farlo oggi: cosa è rimasto in piedi, nel lavoro critico, e cosa è crollato?
Risposta di Luperini:
È cambiato tutto: sono cambiati la società, il ruolo del critico, i lettori. Il mio primo libro su Verga era la mia tesi di laurea; uscì senza alcun contributo finanziario; per quanto io fossi del tutto sconosciuto e l’editore fosse specializzato esclusivamente in pubblicazioni accademiche, ebbe numerosissime recensioni su quotidiani e settimanali; suscitò un “caso critico”. Nessuna di queste cose oggi sarebbe possibile; è ormai difficilissimo trovare editori che pubblichino senza contributi finanziari libri di giovani destinati al mondo accademico, e comunque è quasi impossibile che una volta pubblicati essi provochino discussioni e dibattiti. Oggi manca, intorno ai critici, una società civile: il critico ha intorno a sé il vuoto.

 

2 D.) Insegnamento della letteratura nella scuola e critica della letteratura, l’hai scritto più volte, sono per te strettamente intrecciati. Questo è valido anche per l’insegnamento accademico? L’università ha oggi una qualche prospettiva?
R) Critica letteraria e insegnamento della letteratura sono sempre state strettamente intrecciate, a partire almeno dal modello di De Sanctis. Anche per questo la scuola e soprattutto l’università costituiscono la riserva indiana all’interno della quale oggi il critico può sviluppare ancora una sua funzione, seppure in modo sempre più precario. Il fatto è che scuola e università sono sempre più marginali, sempre più umiliate e depresse. La progressiva tecnicizzazione e burocratizzazione dell’insegnamento tanto nella scuola media quanto nell’università sta colpendo alla radice questo legame fra critica e insegnamento. In particolare il sistema accademico sta scindendosi: da un lato la minuta pratica didattica nella maggior parte dei centri universitari, dall’altro la ricerca in poche scuole di eccellenza. È una scissione che non gioverà, temo, né alla didattica né alla ricerca e dunque né all’insegnamento né alla critica. 



3 D.)
Il tuo ultimo libro è anche un libro di critica tematica: L’incontro e il caso (Laterza, 2007). Un buon tema letterario si colloca sempre all’incrocio fra antropologia e storia, ci parla dunque del nostro passato culturale ma anche del nostro presente esistenziale. Oggi sono ancora possibili incontri significativi?
R.) Il Novecento, soprattutto dopo Kafka, sembra negarlo… Nel mio libro faccio una constatazione: gli incontri significativi, capaci di trasmettere esperienze reali, diventano sempre più rari nella narrativa europea del Novecento, se si escludono alcuni momenti eccezionali (per esempio, la guerra, la Resistenza ecc.). Da questo punto di vista il romanzo modernista (e prima ancora la lezione flaubertiana dell’Éducation sentimentale) rappresenta una svolta decisiva. Con ciò non voglio affatto affermare che incontri di questo tipo siano impossibili nella narrativa contemporanea. Tutto dipende dalle situazioni storiche. Ho l’impressione che la crisi economica, i conflitti militari, le tensioni interetniche, le emigrazioni possano produrre, e in parte stiano già producendo, un “ritorno alla realtà” capace di contrastare l’effetto ideologico di derealizzazione che certamente è in atto. Osservo di passaggio che una cosa è la derealizzazione, un’altra la scomparsa della realtà. Confonderle, come oggi si usa fare, mi sembra mistificante. In questa nuova situazione non mi sento affatto di escludere che la situazione dell’incontro interpersonale come esperienza dotata di senso e di valore – mai venuta meno, peraltro, nella narrativa americana, anche la più recente - possa di nuovo riprodursi nel romanzo italiano dei nostri anni.  

 

4 D.) Anche in seguito al tuo articolo del 2005 sull’Unità riguardo al degrado culturale italiano, si è resa sempre più evidente una spaccatura tra scrittori delle giovani generazioni e critici. La cosa si è ripetuta nel 2008 a proposito della questione del “ritorno alla realtà”. Il dibattito sulle riviste in rete, con toni aspri, sembra non lasciare spazio alcuno al dialogo, al passaggio di testimone tra le generazioni. Non ci sono a tuo parere più possibilità di incontro e di scambio di esperienze tra gli scrittori e i critici quarantenni e quelli settantenni?
R.) Non ho molta fiducia nella generazione che oggi ha fra i trentacinque e i cinquanta anni (parlo in generale: fortunatamente non mancano le eccezioni). È una generazione che si è formata nell’ilare nichilismo degli anni ottanta e novanta, e ne porta il segno. E oggi teorizza, fra vittimismo e autoconsolazione, di essere una generazione post-trauma, incapace di vivere il trauma perché questo sarebbe sempre “differito” o mediato dagli strumenti massmediologici. Perché non lo va a dire agli emigranti che rischiano la pelle per attraversare il Mediterraneo o alle famiglie che non arrivano alla quarta o alla terza settimana del mese? Posizioni come queste esprimono solo il lusso dell’Occidente. Là dove le contraddizioni sono sempre state forti e si è sempre avuta una percezione planetaria dei problemi, negli Stati Uniti voglio dire, il romanzo continua a mettere in scena l’esperienza del trauma. Ho più fiducia nei giovani che conoscono il mondo del precariato, e di cui Saviano – non per nulla tanto inviso ai critici quarantenni – è il rappresentante naturale. Con lui, per esempio, il dialogo, l’incontro e lo scambio fra le generazioni mi paiono assai spontanei e produttivi. Il fatto è che Saviano è un intellettuale, e costoro invece sono dei letterati.  

5 D.) Hai più volte accennato, anche a proposito degli scrittori, della critica e della cultura, a un’Italia “berlusconizzata”. È possibile oggi, per scrittori e critici, una qualche forma di “impegno”?
R.) Il postmodernismo ha favorito una “anestetizzazione” della vita sociale. A ciò si è aggiunto nel nostro paese un degrado civile rapidissimo. Tutto ciò ha reso inattuale l’”impegno”. Credo però che l’inasprirsi delle condizioni materiali, indubbiamente in atto, favorisca una ripresa di posizioni, diciamo così, “impegnate” (il termine meriterebbe una serie di puntualizzazioni che qui non è possibile fare). Ma ciò accadrà, e in parte sta già accadendo, in forme molto diverse dal passato. La figura storica dell’intellettuale legislatore è durata un secolo (dall’Affaire Dreyfus all’Affaire Moro), ma si è estinta negli anni settanta e ottanta del Novecento, con gli ultimi suoi rappresentanti (Pasolini, Volponi, Fortini, Calvino, Sciascia; in fondo Sanguineti è il loro ultimo erede), e oggi non è più proponibile. L’intellettuale che parla in nome dell’universale e a cui viene riconosciuta una missione generale e per questo incide sulla opinione pubblica è stato sostituito dalla televisione e dagli altri mass media. Pasolini, Fortini, Sciascia volevano occupare il centro della scena e potevano farlo; gli scrittori della neoavanguardia avevano lo stesso obiettivo e sono riusciti a scalzarli e a sostituirli; ma uno scrittore d’oggi sa che il centro della scena non gli spetta più. Anche quando ha successo, è un marginale. La condizione dell’intellettuale si avvicina sempre di più a quella del precario. Per questo, come aveva intuito Said, il nuovo intellettuale può diventare esemplare: non in quanto rappresentante dell’universale, come voleva Bourdieu, ma in quanto rappresentante di tutti gli esclusi. L’intellettuale è oggi un lavoratore della conoscenza marginalizzato. Questo intellettuale delle periferie può riscoprire l’”impegno”, ma sarà comunque un impegno assai diverso – per esempio, assai meno ideologico – da quello dei suoi maestri.

 

6 D.) Di recente i critici sono sempre più tentati dall’esperienza della scrittura creativa e dall’autobiografia. A tuo giudizio, perché? I tuoi” I salici sono piante acquatiche” e “ L’età estrema” rientrano nel genere della scrittura creativa dei professori? In cosa se ne distaccano?
R.) Non credo che esista una categoria omogenea che unifichi la produzione creativa dei professori. Semmai è vero che la crisi della critica e l’indebolimento del ruolo sociale del critico spingono quest’ultimo a cercare altri terreni, diversi da quello saggistico, per entrare in contatto con il pubblico e per esporre la propria concezione delle cose. Ma, detto ciò, i professori che scrivono romanzi e poesie lo fanno ognuno in modo diverso.

 

7 D.) È vero che ormai tra noi e i classici moderni la distanza è stellare? Tra gli autori da te più studiati (Verga, Pirandello, Montale, Tozzi, Fortini) quale proporresti per primo a un giovane di vent’anni oggi e perché?
R.) Non vedo, almeno all’università, questa distanza stellare. I giovani si interessano ai classici se il professore riesce a interessarli. Certo il linguaggio letterario è sempre più estraneo alla cultura giovanile, e questa è indubbiamente una difficoltà oggettiva; ma poi è vero che Verga o Pirandello o Montale toccano questioni di fondo della condizione umana, proprio quelle questioni che potenzialmente interessano proprio gli adolescenti e i giovani in via di formazione.

 8 D.) La tua proposta teorica è stata denominata come “ermeneutica materialistica”. Potresti spiegare in sintesi perché?
R.) Molto sommariamente. La critica non è una scienza, come si pensava negli anni sessanta, ma una ermeneutica, arte della interpretazione, momento interdialogico. L’ermeneutica di cui parlo è materialistica perché: 1. parte dal riconoscimento della materialità del testo e della sua storia e dunque è consapevole del valore imprescindibile del commento filologico; 2. sa tuttavia, con Benjamin, che il contenuto di verità non è deducibile meccanicamente dal contenuto di fatto, e che scopo del critico è enucleare quei significati dell’opera che ne legittimano la sopravvivenza e il valore nel mondo attuale; 3. formula una ipotesi di senso, o meglio di coerenza di senso dell’opera, collegandola a una congettura storica, e cioè elaborandone una spiegazione genetica; 4. è consapevole che ipotesi di senso e ipotesi genetica sono sempre conoscenza per la prassi in quanto si inseriscono in una proposta culturale ed educativa, in un conflitto interpretativo e in una lotta per l’egemonia; 5. dichiara pertanto la propria parzialità e quella dell’intero assetto culturale, e prima ancora sociale e civile, in cui essa si colloca: l’arte e la cultura dell’Occidente sono il risultato di una storia di conflitti e anche di barbarie che va decostruita criticamente.

 

9 D.) Per alcuni critici autorevoli (Mengaldo, Ferroni) non c’è nessuna voce letteraria oggi in grado di rappresentare l’Italia. Tu valuti positivamente Gomorra. A parte il caso Saviano, ti sembra ci siano altre forze narrative in gestazione che val la pena di seguire?
R.) Mi pare che in poesia ci siano diversi ottimi esempi. Per la narrativa il discorso è diverso; ma qui un ruolo negativo viene svolto dalla editoria, che seleziona il materiale da pubblicare e dunque in buona misura determina il canone basandosi su criteri troppo rozzi di profitto immediato. Mi capita spesso di chiedermi se oggi scrittori come Tozzi e Gadda troverebbero un editore disposto a rischiare…  

10 D.) Qualche anno fa hai pubblicato un libro dal titolo La fine del postmoderno. Personalmente, ho letto questo testo con gli studenti e ne è scaturita una discussione interessante. Se la tesi che vede la cosiddetta “fine della Storia e delle ideologie” come una chimera conseguente alla narcosi pubblicitaria è parsa quasi sempre condivisibile, non è stato così per la pervasività dei media, del sensorio virtuale, delle culture dei consumi, che agli studenti è sembrata lungi dal dissolversi e anzi più viva che mai. E dunque la condizione postmoderna, nell’era della globalizzazione, è sembrata loro ancora viva e vegeta, magari nelle forme della rete o dei “rapporti liquidi”. Come puoi rispondere a questa obiezione?
R.) Credo che sia necessario distinguere condizione postmoderna da ideologia del postmodernismo. In Europa, a partire dagli anni settanta, si è aperta un periodo storico nuovo che, se si vuole, possiamo chiamare anche postmoderno. È il periodo del tardo capitalismo planetario, ed è destinato a durare a lungo. Gli pertiene la condizione postmoderna, con quei caratteri che indichi (pervasività dei media, sensorio virtuale ecc.). Il postmodernismo, con la sua ideologia e la sua cultura specifiche, ha caratterizzato solo la prima fase di questo periodo, che ha coinciso grosso modo con l’ultimo quarto del Novecento. Quando parlo di fine del postmodernismo alludo al tramonto di questa ideologia (pensiero debole, nichilismo morbido, crisi delle ideologie, fine delle contraddizioni e parallelamente, in letteratura, primato del linguaggio come primum ontologico, citazionismo. riscrittura, teoria della intertestualità infinita…). Esso è stato provocato dalla situazione drammatica (e non prevista da quella ideologia) delle condizioni materiali a livello planetario. In questi anni sta nascendo una fase nuova, in cui la condizione postmoderna è costretta a convivere con spinte e controspinte di ben diversa natura: si può ben dire, come accennavo sopra, che la virtualità della vita ha abolito l’esperienza del trauma, ma se ti cade sulla testa una bomba o muori di fame che ne sarà di quella virtualità?

 

11 D.) La prospettiva postcoloniale è oggi abbastanza di moda. Non credi vi siano dei limiti in questa prospettiva? Come bisognerebbe affrontare, in sede letteraria, la questione dell’Altro?
R.) Questa domanda mi permette di riprendere e meglio precisare quanto detto rispondendo alla domanda n. 8, relativa all’ermeneutica materialistica. Uno dei limiti teorici dell’ermeneutica dominante è di dare per scontata la dialettica del dialogo. Ma una civiltà del dialogo oggi non esiste. L’ermeneutica, si dice, intende prefigurarla. D’accordo. Ma ciò sarà possibile solo se essa saprà assumere anche le forme della critica dell’ideologia e anche della critica dell’ideologia dell’ermeneutica stessa. In particolare la critica all’ideologia ermeneutica non può che denunciarne il carattere conciliatorio di una concezione del dialogo che ignora i conflitti reali e l’esistenza delle condizioni materiali che di fatto ne rendono impossibile la realizzazione. Non basta dire che l’altro è il testo; l’altro è anche ciò che il testo esclude.

Posted by administrator on 2009-08-27 10:27

Sulla domanda di chiusura.

Inviato da erminia il 2009-09-05 02:24
Il problema non è che la critica all'altro dal testo, il reale, la prassi, è ancora e sempre fatta attraverso il testo?

Risposta ad Erminia

Inviato da luperini il 2009-09-07 09:17
La osservazione di Erminia presenta aspetti condivisibili. Marx probabilmente avrebbe concordato con le quando diceva che bisognava passare dalle armi della critica alla critica delle armi. Oggi in Occidente ciò non sempre però possibile e forse ormai nemmeno giusto. Potremmo invece dire che bisogna passare dalla critica alla prassi. Se è questo che Erminia vuol dire concordo, ma si rischia di restare su un piano astratto e moralistico. In realtà, quando noi scriviamo, la nostra prassi, pur limitata, sta nella scrittura; e se facciamo critica, il problema concreto è: come la critica può conservare un contenuto critico? Come può mantenere un aggancio al pensiero critico e così contribuire, pur nei limiti che le sono propri, alla trasformazione del mondo esistente? Limitarsi a credere che l’”altro” sia il testo è troppo comodo, anche sul piano della critica e della pura teoria. Le armi della critica saranno spuntate, ma renderle del tutto inefficaci non mi sembra una buona soluzione.
Romano Luperini
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perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
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