Plausi e botte: Giulio Ferroni
Ferroni pubblica contemporaneamente due libri diversi, ma con la stessa conclusione: La passion predominante. Perché la letteratura (Liguori) e Prima lezione di letteratura italiana (Laterza). Il primo è più autobiografico perché racconta anche, non senza autentica vena narrativa, la nascita della vocazione letteraria dell’autore; il secondo, che rientra in una serie voluta dall’editore per varie discipline, ha un taglio più saggistico e accademico. In entrambi la parte conclusiva assume come etichetta il titolo di un libro recente di Todorov, La letteratura in pericolo. Vi si dichiara che «l’insieme della attuale produzione letteraria italiana non sembra volersi far carico della radicalità» della situazione di nostri tempi: dello svuotarsi dell’esperienza, del declino della ragione e dell’umanesimo, della condizione di disgregazione della civiltà, della implosione della letteratura per eccesso indiscriminato della produzione, della inconsistenza della critica, della fine dello stile, del trionfo della letteratura di genere (noir e romanzo storico soprattutto). Occorrono, dice Ferroni, una ecologia della mente e una ecologia della letteratura; e occorre una scrittura «capace di prendere di petto il mondo» e di «svolgere una critica della parola e della realtà, commisurando entrambe ad una responsabilità e ad un destino». Concordo.
Alcuni aspetti del discorso di Ferroni potrebbero essere corretti o ampliati (manca, per esempio, una dimensione sociale, economica e politica dell’analisi; e prevale una sorta di visione apocalittica di tipo umanistico-centrico); ma nella sostanza la sua proposta, espressa con meritoria nettezza, va raccolta. In Italia (ma non, per esempio, negli Stati Uniti) manca da troppo tempo una letteratura capace di prender di petto il mondo: per esempio, nella narrativa prevalgono l’indifferenza per lo stile, l’evasione del noir e del romanzo storico, la contemplazione del proprio ombelico e il trionfo del privato. Imperversano i ripiegamenti intimistici ed evasivi. Di fronte a questo andazzo non si può non ricordare che anche Francesco De Sanctis, dinanzi alle mode del romanticismo languido imperanti alla sua epoca, indicò l’antidoto di Zola e la via del realismo.
Romano Luperini