Il tradimento dei critici
di Romano Luperini
Questa estate non sono riuscito a leggere alcun romanzo italiano contemporaneo. Ne ho annusati alcuni, ma non ho avuta la costanza di insistere. Ho letto volentieri invece opere di critica, di teoria e di filosofia, da un volume di Bodei uscito tre anni fa, Destini personali (Feltrinelli), a Eutanasia della critica di Lavagetto (Einaudi) e Sulla poesia moderna (Il Mulino) di Guido Mazzoni. Il libro di Lavagetto, finissimo, svolge una critica serrata a Steiner (che condivido; Steiner è un ottimo critico, ma un teorico assai mediocre) e torna sulla questione della crisi della critica con argomenti efficaci e insieme con una eleganza, di questi tempi, inarrivabile. Mazzoni scrive un libro di respiro hegeliano cercando di definire, attraverso la storia della poesia moderna, il destino dell’uomo occidentale; cosicché vi ho trovato non pochi punti di contatto con la ricerca di Bodei che appunto alla descrizione di questo destino – fra perdita dell’identità personale e narcisismo di massa – è dedicata. Insomma fra questi tre libri circola un’aria comune, un comune impegno volto alla difesa della critica come mediazione e compromissione nella storia e come salvaguardia di un etica della coerenza e della responsabilità di fronte alla comunità cui l’interprete appartiene.
Bodei difende – contro la deresponsabilizzazione indotta dalla frantumazione dell’io e dai fenomeni di narcisismo oggi così diffusi – la possibilità di una ricostruzione del soggetto non solo come entità psicologica ma anche come assunzione di impegno morale e civile. Induce a riflettere dunque su aspetti della vita sociale e culturale che investono anche la critica, anzi che costituiscono una delle cause della sua crisi attuale. Per esempio: nel dibattito su “impegno e letteratura” che si è svolto sul «Corriere della sera» questa estate, accanto a interventi seri e autorevoli (ricorderò solo quello di Ferroni), non sono mancate le solite voci in falsetto di chi strepita per attirare l’attenzione. Questo cedimento al “narcisismo di massa” così efficacemente descritto da Bodei mi sembra il vero tradimento dei critici dei nostri giorni. Nei critici il narcisismo acceca, li induce a porre al centro non l’opera ma se stessi; non l’ascolto ma la forza della propria pronuncia. Accade così che il critico, invece di ragionare sui testi e di offrirne una mediazione culturale, si metta a compiacere il mondo del giornalismo e dei mass-media giocando a chi la spara più grossa; si gonfi il petto elencando tutti gli autori contemporanei che ha beatificato di una recensione; si atteggi a protettore dei “giovani” in modo da conquistarsi un ruolo visibile e un posto al sole; aggredisca gli altri critici non opponendo argomento ad argomento ma mettendo in campo semplificazioni grossolane; insomma assuma di fatto il ruolo dell’intrattenitore (e il modello alla Sgarbi che ne consegue).
Il critico invece deve continuare ad argomentare e a ragionare, a usare il “noi” e non l’“io”, a sforzarsi di interpretare una comunità e un periodo storico. La sua umiltà sta nella consapevolezza che non potrà mai dire l’ultima parola su un testo; il suo orgoglio nella sua capacità di ascolto delle opere, del loro tempo e del tempo in cui lui vive. Non deve urlare, non deve pavoneggiarsi dicendo di continuo “io….io….io…guardate quante cose ho fatto, guardate come sono bravo”; deve far parlare non la propria lingua, ma quella degli autori che legge.
Il narcisismo di chi «scambia per autonomia il proprio isolamento» (Bodei) è la condizione per molti versi oggettiva in cui siamo costretti a vivere. Accettarlo o rifiutarlo: è questo il primo discrimine. Ma a esso si collega immediatamente l’altro del tradimento o della responsabilità della critica.