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Il caso e il calcolo

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Letteratura e Pittura

di Romano Luperini

1.

Se Tozzi avesse dipinto, nei suoi quadri le bestie sarebbero quasi sempre in posizione laterale, talora quasi nascoste in un angolo. In Bestie solo raramente occupano il primo piano, ed è quando viene loro conferito un valore simbolico (nel senso del simbolismo artistico fra Ottocento e primo Novecento): per esempio, nel caso dell’allodola nel primo e nell’ultimo frammento. Oppure, ancor più raramente, quando sono protagoniste di un raccontino, come nel pezzo sui rospi torturati dal Migliorini.

Perlopiù però le bestie di Tozzi non sono protagoniste di alcuna narrazione e, soprattutto, non esprimono alcuna rivelazione della verità; semmai ne manifestano l’assenza. Stanno di sbieco, in un angolo; quasi per caso, spesso senza una ragione narrativa; talora addirittura si limitano a chiudere o addirittura a intercalare in modo fortuito un elenco di oggetti, un inventario di cose e persone. Possono essere persino del tutto accessorie, come le passere del frammento n. 50. Oppure apparire in chiusa senza una ragione apparente né alcun valore simbolico, come il merlo nella gabbia del frammento n. 4 o il pettirosso del n. 7 o la tartaruga del n. 36. Se una funzione ricorrente (frequente, peraltro, non costante) può essere loro attribuita, è quella dello straniamento, che rende assurda l’azione e la prospettiva del soggetto umano: è così il tarlo che vanifica il lavoro di costruzione di una tavola (frammento n. 2), o il topo che fa crollare il sogno mistico del protagonista nella chiesa di S. Francesco (n. 20) o il ramarro che col suo sguardo intelligente manda a monte l’incanto panico (dannunziano-simbolista) dell’io narrante in cammino attraverso la campagna toscana (n. 38). La loro apparizione laterale produce una rottura, una sorpresa, un effetto di shock, talora una vera e propria mise en abîme, che sospende il senso consueto, scompaginando le attese del lettore. In questi casi la bestia produce l’effetto, come ebbe a dire Benjamin a proposito di Kafka, di una “allegoria vuota”, di una indicazione di senso che resta aperta e irrealizzata. Siamo, non per nulla, nonostante la cultura da autodidatta dell’autore e l’ambiente prevalentemente rurale della provincia toscana a cui si ispira, nel clima del modernismo europeo, cui rinviano anche gli spaesamenti, le deformazioni e le sfumature oniriche e allucinate tipiche dell’espressionismo così evidenti nell’opera tozziana, a partire, appunto, da Bestie.

In Tozzi la posizione prevalentemente marginale della bestia serve a mettere in discussione il centro, occupato dall’uomo, problematizzandone le sicurezze (si veda, per fare un solo esempio, il pavone con il proprietario del podere nel frammento n. 35), o disorientandone le attese e le prospettive (come negli esempi sopra ricordati). Che il laterale contesti il generale e la bestia sovverta la razionalità umana è già un bel colpo assestato al supposto logocentrismo del moderno (che, beninteso, come si può vedere anche in Tozzi, era già stato contestato parecchi decenni prima del postmodernismo, che si è assunto il vanto di una precedenza in realtà insussistente). La presenza immotivata dell’animale disturba, devia, capovolge i consueti paradigmi. L’uomo non controlla il proprio destino, né il senso della propria esistenza.

Il caso la fa da padrone.


2.

Prendiamo due dei nostri primi esempi, il pettirosso del frammento n. 7 e la tartaruga del n. 36, e confrontiamoli ora con le interpretazioni-rifacimenti di Possenti. La tartaruga occupa il centro, mentre il pettirosso vola, nel mezzo della rappresentazione, proprio sulla testa del personaggio-uomo, spiccando nettamente con il colore del suo petto sopra il verde dei colli, degli alberi e della stessa figura maschile. Gli animali insomma non sono più laterali. La tartaruga, in primo piano, copre parzialmente la figura del personaggio-uomo, ed è circondata dalle case minacciosamente torreggianti, che sembrano accalcarsi intorno a lei, come accade spesso in Bestie e nelle altre opere di Tozzi (in cui il paesaggio urbano, fortemente geometrizzato, con effetti quasi da pittura cubista, appare spesso dotato di un perturbante animismo: le case e le strade si muovono, si stringono, soffocano chi le abita). C’è in Possenti un effetto surreale: questa immensa tartaruga che passeggia in una piazza cittadina a fianco di un uomo che corre produce un effetto favolistico lievemente spaesante. E tuttavia lo spaesamento e lo shock non sono traumatici, ma, per così dire, normalizzati. Anche quando la presenza dell’animale produce una sensazione inattesa di violenza (si veda, per esempio, la rappresentazione della capra che illustra il frammento n. 25) la bestia è sempre in Possenti co-protagonista con l’uomo di un mondo chiuso, fissato, controllato. In Tozzi la capra è ultima di un elenco di “cose” (l’annaffiatoio, la pioggia) e di “persone” (i mendicanti), non ha alcun privilegio, se non quello di chiudere il frammento; e non le spetta più di mezzo rigo. Invece in Possenti campeggia accanto al pozzo e davanti alla figura umana col secchio fra i denti, e ha un risalto incomparabilmente maggiore rispetto al mendicante di lato che allunga la lingua per bere. Così anche i conigli della zia Berta, mentre in Tozzi (frammento n. 13) costituiscono un particolare fra i tanti, qui occupano la ribalta; ed egualmente potremmo dire per il grillo che nel frammento n. 18 il personaggio-uomo non riesce nemmeno a individuare e che in Possenti invece appare in primo piano, gigantesco, accanto alla figura umana.

In Tozzi la bestia è laterale perché serve a mettere d’improvviso una pulce nell’orecchio del lettore, a straniare il racconto, a renderlo inaccettabile. In Possenti la bestia è centrale: lo strano ha conquistato il centro, il perturbante è diventato quotidiano. L’anormale, il bizzarro, il favoloso, il grottesco sono dovunque, occupano tutto il quadro. Il perturbante, l’anormale, si è fatto consueto, ordinario, è diventato – in un mondo sottosopra come quelli in cui noi viviamo – “normale”. Quello di Possenti è un surrealismo normalizzato: ha un sapore niente affatto astratto, bensì terragno: nonostante i toni favolistici, ha la fisicità e la consistenza della realtà di ogni giorno. Nei suoi quadri domina il gremito: un gremito di profili di uomini e di bestie, di case e di oggetti, di alberi e di colli. A volte la rappresentazione è addirittura suddivisa in riquadri diversi, in modo da rendere in modo simultaneo una serie di situazioni che la narrazione disloca invece in successione, una dopo l’altra. E tuttavia la sensazione di “pigiato” in cui vengono accostati non solo momenti diversi ma anche, senza traumi, il terreno e il fantastico, riesce a esaltare, insieme, l’uno e l’altro, in un equilibrio perfettamente dominato che relega chi guarda al ruolo di spettatore. Nella illustrazione-interpretazione del frammento n. 66, solo il caso accosta, intorno all’immagine centrale del gallo, le due casette sul colle, il carro rosso, la pesca aperta a metà, l’acquazzone, la cometa; ma è un «caso pilotato» (Adorno), e la scacchiera di colori che “fissa” il gremito, squadernandolo in una griglia che partisce lo spazio per dominarlo, lo rende accettabile. Come esorcizza il caso “geometrizzando” il mondo, così Possenti immobilizza il movimento (per averne un’idea si veda come sono bloccati tutti i personaggi nella scena della gabbia del merlo che cade nel frammento n. 4). Chi guarda è tenuto fuori dal quadro, costretto a osservarlo da spettatore, non indotto a viverlo da dentro come protagonista.


3.

Quasi un secolo separa le Bestie di Tozzi da quelle di Possenti. Le differenze, dunque, non sono solo quelle, ovvie, fra le personalità distinte di due grandi artisti. Dietro di loro si intravedono culture e tempi diversi, e il corso della storia che è passata. L’espressionismo di Tozzi resta al di qua del surrealismo, mentre Possenti si colloca saldamente al di là (ma, come è chiaro, dopo averlo consapevolmente attraversato). Tozzi si rivolge a un lettore che vuole coinvolgere e spaesare, inceppandolo nella lettura, mettendolo in questione; Possenti presuppone, ormai, uno spettatore che può solo osservare. Il tempo di Tozzi è quello in cui la modernità scopre – con il brivido di un improvviso e drammatico soprassalto – il dominio del caso e l’insignificanza della vita (la comparsa fortuita e immotivata dell’animale non fa che esserne una spia). Il tempo di Possenti ha già interiorizzato questa insignificanza, e la dà quasi per scontata. Non resta che constatarne lo strano spessore, la bizzarra e robusta consistenza. Favola e realtà si raccontano l’una l’altra, si scambiano le parti. Ormai si vive in un mondo di rappresentazioni, dove le cose sono immagini e la materialità è fatta di segni. Possenti ci dà la mimesi artistica di una realtà in cui la fusione di materialità e di sogno, di fisicità e di immaginazione onirica è già avvenuta. Da cent’anni lo spaesamento continua, ma ora non turba più: è diventato esso stesso oggetto di spettacolo. Il caso domina a tal punto la nostra vita - una vita colorata e gremita di segni ma da noi non più controllata e controllabile - che ormai non è nemmeno percepito come tale. Il perturbante è diventato tanto familiare che lo viviamo senza angoscia, con solo una vena sottile di ansia.

L’assenza di controllo sulle cose può essere controllata. La descrizione di una confusione può non essere confusa. Ma lo spettacolo di una irrigidita casualità non cancella un filo d’inquietudine, in cui si raggruma l’ultima obiezione possibile alla insensatezza. Ha scritto Adorno: «L’estraneità di senso che il caso fa penetrare in ogni prodotto estetico imita quella dell’epoca; riconoscendo esplicitamente l’estraneità di senso della totalità, il caso obbietta nei confronti di essa».

Creato da administrator
Ultima modifica 2006-05-24 12:43

Dibattito

 
 
 
 
 
Gli articoli che hanno animato il dibattito su "l'Unità", sono stati raccolti da Franco Marchese e pubblicati nel sesto numero di “Quaderni di Allegoria”; il titolo del volume è “Intellettuali, letteratura e potere, oggi”, G.B. Palumbo Editore.
 
 
 
 
 
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perplessità sugli odierni concorsi letterari
A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
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A mio modesto parere credo sia scorretto almeno per i giovani illuderli con queste pagliacciate di concorsi. Penso il poeta nasca comunque, per bisogno interiore e non grazie all'ardore della competizione, alla voglia di vincere. (100)%
 
 

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